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Final Four: la lotta per il titolo

Le Final Four capitolo 2: lotta per il titolo

I due match validi per le semifinali della Final Four che assegnerà il titolo sono perfette, esattamente come dovrebbero essere. Da una parte Lotito e la Lazio possono dimostrare di essere la vera anti Juve, mentre in bianconeri possono sistemare i conti in sospeso con l’Atalanta, che ha segnato la loro eliminazione dalla Coppa Italia nella scorsa stagione.

Icaro troppo vicino al sole

Non tutto va come previsto nella vita. Soprattutto se si sfida la sorte e se si vuole tentare di arrivare aldilà delle proprie possibilità. E’ il caso di Simone Inzaghi, che come Icaro, ha osato troppo, non accontentandosi di poter finalmente volare in zona Champions. Il primo match delle semifinali si chiude con due gol della truppa guidata da Antonio Conte, che stacca il pass per la finale scudetto.

Il primo tempo è, in effetti, a tinte biancocelesti, ma la giornata è storta e sia Immobile che Luis Alberto hanno le polveri bagnate. Ci provano in tandem al 15, con un uno-due che conclude col tiro del centravanti azzurro, che, però si stampa sul palo.

Lo spagnolo sfiora il gol su punizione dal limite al 33′, quando Bastoni atterra Immobile e si prende anche una ammonizione. La curva che disegna il tiro è perfetta, ma Handanovic sfiora e riesce a metterla sulla traversa. Il secondo tempo ricomincia con grande equilibrio, ma il fulmine a ciel sereno del 57′ coglie Strakosha impreparato.

Infatti, scambiano Barella e Brozovic, quando il croato si accorge che, nonostante i 40 m che lo separano dalla porta avversaria, l’estremo difensore laziale è messo male. Si gira, alza la testa e tira: il gol avrebbe fatto venire giù lo stadio, se non fosse praticamente vuoto.

E’ un gol che spezza le gambe e infatti, il raddoppio tarda solo di 10 minuti, con Acerbi che atterra malamente Lukaku in area. Rosso per il centrale, dal dischetto va il gigante: 2-0, partita finita. Si chiude così, tra le proteste, tanto per cambiare.

Lotta all’ultimo sangue

La seconda semifinale ha un sapore meno teso e un risultato più in bilico. Atalanta e Juve si sfidano all’Allianz Stadium e non si danno tregua per 120 minuti. Sì, perchè dopo che Cristiano Ronaldo ha segnato il primo gol del match al minuto 17 e Dybala si è superato in dribbling e ha raddoppiato da fuori area, l’Atalanta non si è data per vinta.

Tanto è vero che nel secondo tempo c’è solo la squadra di Gasperini in campo e la partita viene riaperta da un ragazzo che di professione fa il terzino, ma che continua una splendida tradizione atalantina di improbabili bomber: Robin Gonses.

E’ proprio il gol che serve in una situazione del genere: una botta di culo. Lo è perchè il classe 1994 era sì volato sulla fascia per 25 metri, ma il suo tiro prende una traiettoria che volendo essere ripetuta finirebbe sul fondo o a lato nelle successive 1000 occasioni. Sembra un cross, si svolge come tale, ma la conclusione della vicenda è che Szczesny si ritrova a raccogliere la palla dalla rete.

Da questo momento parte l’assalto orobico all’area dei detentori del titolo. Il primo tentativo è al 66′. Ilicic riceve palla da De Roon, si accentra e fa partire una conclusione viene miracolosamente deviata da Bonucci e si spegne a 20 centimetri dal palo. Il pareggio arriva all’85’, con uno strepitoso colpo di testa del subentrato Duvan Zapata. Il Papu Gomez da calcio d’angolo prende il joystick e disegna una parabola perfetta che si deposita sulla testa del colombiano: da manuale.

La svolta definitiva del match arriva al 111′ quando si presenta una occasione fatale per le speranze dell’Atalanta. La mattonella. Ci sono alcuni giocatori che hanno una zona del campo che appartiene a loro, l’hanno prenotata a vita, le hanno dato un nome e da lì sono implacabili. Questa mattonella in particolare appartiene a Miralen Pjanic. Quando l’arbitro fischia la punizione da quel punto il suo istinto si risveglia.

Nulla può neanche il migliore di tutti, CR7: quella mattonella è solo sua. Definirla conclusione è riduttivo. Più appropriato è il termine pennellata. Come Matisse e Kandisky, disegna un gol che è un inno al calcio che più amiamo. Una parte dell’anima di Gollini sa benissimo che non ci può fare niente, ma si sa, la speranza è l’ultima a morire. Si butta, ma non c’è modo, è 3-2: la finale della Final Four è Juventus Inter.

L’acquila e la dea

Lo scontro fra Atalanta e Lazio è una mezza umiliazione agli occhi di certi laziali. La verità è che lo scudetto se lo sentivano, ne avevano già avvertito l’odore. Ma il percorso di Simone Inzaghi è comunque spettacolare. Ha finalmente raggiunto la Champions. Questa partita è per lui il modo per far capire alle due là davanti che dovranno guardarsi le spalle con costanza d’ora in poi.

Gasperini e la sua Dea hanno tentato di sconvolgere questa Final Four, puniti forse solo dalla superiorità tecnica della Juventus: nel gioco non manca nulla. Quello che i bergamaschi potrebbero volere è un miglioramento. Già aver confermato la Champions è un’impresa, ma se quest’anno si parlasse di 3° posto, cosa succederebbe fra due?

Forse queste motivazioni fanno la vera differenza in questo match. La Lazio supera l’Atalanta e si piazza al terzo posto al termine di un match ordinato, divertente, anche se pesante per le gambe. E’ l’ultima partita, è normale.

Il primo gol laziale arriva da una magia di uno degli uomini più rappresentativi del ciclo che la Lazio sta faticosamente portando sempre più in alto: Milinkovic Savic. Riceve  dall’ex Liverpool Lucas Leiva, si gira e parte all’assalto. Tutto quel parlare di mercato in definitiva non lo tocca più di tanto, a Roma ci sta bene in fondo. Eccolo quindi che dribbla Pasalic prima e Caldara dopo, arriva al limite dell’area di rigore e scaraventa il pallone in rete con una forza e una precisione che solo in pochi hanno.

L’Atalanta prova a reagire e per circa un quarto d’ora fa la partita. Le occasioni degne di nota sono due. La prima porta la firma di Luis Muriel. Palomino imposta verso Gonsens che sulla fascia fa una delle sue discese. Questa volta sa perfettamente dove vuole mettere la palla e l’assist al colombiano è veramente una perla. Muriel, però, tocca con un attimo di ritardo e la potenza che mette nel piatto non è sufficiente: Strakosha c’è. La seconda è una apoteosi del gioco targato Atalanta. E’ il minuto 25. La palla è per Toloi, vede la partenza di Gomez, lo serve, il Papu di prima tocca per Pasalic e si inserisce in area.

Il giovane Mario sa cosa deve fare: palla ad Hatebor sulla fascia. L’olandese corre per circa 10 metri e poi così, senza guardare, la mette in mezzo a rientrare. La difesa biancoceleste non se lo può aspettare, come potrebbe, ma il Papu ha deciso che quella palla è sua. E’ lunga in effetti, ma pensa che basterà tuffarsi: tempismo perfetto. Atterrà quasi di faccia ed è quasi sulla linea di porta, ma la palla l’ha superata. E’ a terra, ma tutta la squadra lo sommerge. Il direttore di gara richiama i nerazzurri per occupazione abusiva di rete: tutto risolto con un sorriso e delle scuse. Si ricomincia.

Il resto della partita si svolge in totale equilibrio. Ma il destino è scritto. Ed è anche scritto il nome dell’ultimo marcatore della stagione della Lazio. E’ lo stesso di quello che le danze le ha aperte. Chissà se Ciro Immobile si sarebbe aspettato di segnare un gol così, in una situazione del genere e che vale il terzo posto. Probabilmente no, ma al minuto 78 prende palla dopo un passaggio di Correa, subentrato a Luis Alberto, vede la porta nella mente e a testa bassa fa partire un diagonale irresistibile che mette la parola fine sulla partita e la stagione.

Degna chiusura delle Final Four: la finalissima

Non penso che esista una rivalità, nel bel paese di Dante e Manzoni, una rivalità più accesa di quella fra Inter e Juventus. Decenni di scontri diretti spettacolari e lotte a distanza per conquistare la vetta. Questa partita, però, ha un sapore speciale, perchè vale tutto. Non è retorica, non significa che questa partita sarà decisiva per le sorti del campionato in fatto di punti. No, qui proprio si parla di una finale. O tutto o niente. Sono partite che forniscono una sensazione di onnipotenza insieme con la consapevolezza di poter perdere ogni cosa.

Troppo esagerata? Fatemi mettere i puntini sulle i. Si parla di una partita fra le due squadra con più scudetti all’attivo, con un allenatore sulla panchina nerazzurra che è stato su quella bianconera per 3 anni. C’è un AD nerazzurro che ha fatto lo stesso percorso. Ci sono anni di rivalità sul mercato. C’è l’eterna sfida fra Milano e Torino. C’è l’ultima italiana ad aver vinto una Champions da una parte e la prossima che la vincerà dall’altra. Non esiste nulla di esagerato nel dire che è la partita del secolo per il nostro campionato.

Le prime fasi di gioco sono deludenti, tutto nella norma, non c’è un singolo giocatore che non abbia paura di sbagliare. Il primo a farsi avanti è uno che di finali se ne intende: Cristiano Ronaldo. Tenta una percussione sulla fascia sinistra, vuole servire Higuain in mezzo, fa partire il cross, ma la palla viene intercettata da Godin (uno che di Cristiano Ronaldo se ne intende). L’uruguaiano spazza, ma il suo tiro viene raccolto da un campione del mondo, Blaise Matuidi. Il francese avanza di 7-8 metri e conclude verso la porta di Handanovic. E’ un fendente preciso, ma con poca potenza a supportarlo, il portiere nerazzurro con un colpo di reni la mette in angolo.

E’ la botta di adrenalina che sveglia le squadre. Infatti, i successivi 27 minuti sono un susseguirsi di assalti da una parte e dall’altra. Chi ci mette maggiore cattiveria agonistica è ovviamente Giorgio Chiellini, prima di ritirarsi non gli dispiacerebbe vincere 10 scudetti di fila. Prova ad aiutare con un tiro da fuori sui risvolti di un corner. Gli sono state date doti di ogni genere, il tiro non è una di quelle. La sua conclusione non fa paura all’Inter, ma è il segnale della forza corale che la Juventus ha e che rappresenta la vera discriminante con l’Inter. Conte ci arriverà.

Intanto, gli tocca guardare Paolo Dybala, al minuto 38, prendere palla sulla trequarti, scambiare con Cristiano e sul passaggio di ritorno far partire un missile che trafigge Handanovic: è 1-0. Un altro tocco di incredibile alla partita è che sugli spalti non c’è nessuno ad esultare, il silenzio è un pugno nell’occhio di questo appuntamento calcistico. Si va a riposo con la Juventus avanti. La faccia di Conte ha scritto sopra SFURIATA. Non bisogna essere una profetessa per sapere cosa dirà ai suoi.

La ripresa è controllata dai bianconeri, che sanno bene che strafare ora servirebbe solo a dare una occasione in più ai propri avversari. Infatti il terzetto viene rafforzato di tecnica. Fuori Rabiot, dentro Bentancur. Il classe ’97 insieme a Matuidi e Pjanic forma probabilmente il centrocampo più forte al mondo.

Però, il futuro è misterioso e nel caso del giocatore che segna il pareggio nerazzurro, è certamente radioso. Eriksen riceve dopo che Skriniar e Godin ha impostato, si accentra, fa 15 metri palla al piede, serve Lukaku che gli si fa incontro, sponda, la palla di nuovo tra i piedi dell’ex Tottenham. Il tiro penso che abbia lasciato un segno sui guantoni di Szczesny, il che dimostra che sulla traversa prima e sul fondo dopo, la palla non ci è finita da sola. Sul calcio d’angolo avviene un fatto curioso. Godin guarda Bastoni e si sente improvvisamente stanco, sfinito. Fa segno al giovane difensore di salire lui a saltare. Il classe ’99 non capisce bene il perchè, in fondo era il suo turno di coprire, ma non se lo fa ripetere due volte.

Il destino ha scelto lui per il compito di raccogliere l’assist di Eriksen sul calcio d’angolo e con una deviazione di testa metterla dentro. Non è un gol di classe, è caotico, figlio di distrazioni della difesa juventina forse, ma sono delle pietre angolari nella testa di un giovane che si trova a lottare coi grandi. Parlando di giovani, ecco che uno stravolto Lautaro Martinez lascia il campo. Entra Esposito. Minuti come i 7 che separano la partita dalla sua conclusione sono importanti per la sua crescita. L’Inter è sulla strada giusta, lo sento.

Ma, ancora per quest’anno, la Juventus porta a casa il titolo. Lo scudetto lo firma e controfirma il calciatore che alla Juve ha dato più di tutti, lui che dà più di tutti, sempre. Angolo per la Juventus. Saltatori in area, Pjanic sul punto di battuta, sembra un po’ lunga, sorvola tutta l’area piccola e si abbassa in prossimità del secondo palo. Là il destino attendeva. Il destino in questo caso assomiglia molto allo stinco di Giorgio Chiellini, il quale, dopo un rimbalzo della sfera, ci impatta contro e la spinge in rete.

E così sono 36 scudetti, o 38, non mi riguarda, è il passato, mi occupo di futuro. E il futuro, almeno per questa stagione è ancora bianconero.

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