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Gli immortali 2020: Kevin Garnett, Kobe Bryant e Tim Duncan

Il Naismith Memorial Basketball Hall of Fame è lieto di accogliere nel Pantheon degli immortali: Kevin Garnett, Kobe Bryant e Tim Duncan, tre emblemi che hanno segnato il basket a cavallo tra XX e XI secolo.

Se per le due ali grandi la traiettoria che li avrebbe condotti nella leggenda di questo sport sembrava già tracciata al momento del loro draft, non tutti avrebbero scommesso sul figlio di Joe “Jellybean” Bryant.

La storia poi avrebbe raccontato la grandezza di quel ragazzino appena diciottenne sbarcato dalla Lower Merion High School direttamente tra i professionisti, il secondo di sempre dopo Garnett a saltare il College. 11 titoli di campioni NBA in tre, 4 MVP di regular season, 5 delle Finals, 48 partecipazioni all’All Star Game più altri riconoscimenti individuali che sarebbe oltremodo lungo ricordare per intero.

Bryant e Duncan hanno vestito una sola canotta nel corso delle loro carriere, rispettivamente quella dei Lakers e degli Spurs. Negli anni hanno iniziato ad assurgere a uomini franchigia per eccellenza, collaborando a dar vita a due dinastie che nel loro massimo splendore si sono incrociate in entusiasmanti serie playoff a Ovest.

Garnett non ha mai potuto contare su un supporting cast di livello a Minnesota, che lo scelse alla quinta scelta assoluta nel 1995. Fu il passaggio ai Boston Celtics nel 2007 a cambiare gli orizzonti di gloria di un meraviglioso giocatore etichettato fino a quel momento come perdente di lusso, così come accadde ai vari Malone, Stockton, Barkley e via dicendo. Il suo urlo “Anything is possible” gridato al cielo nel microfono della giornalista Michele Tafoya dopo la conquista del titolo con i Celtics del 2008, testimonia il peso che si portava sulle spalle.

Draft e primi passi nella grandezza

Kevin Garnett, Kobe Bryant e Tim Duncan sono gli esponenti di punta dei draft NBA rispettivamente nel 1995, 1996 e 1997.

Certo, Kobe venne chiamato da Charlotte solo alla 13, poi immediatamente girato in favore dei Lakers in cambio di Vlade Divac grazie alla sapiente regia hollywoodiana di Jerry West, allora G.M. dei gialloviola. Bisogna però ricordare che la “lotteria” del ’96 fu probabilmente la più ricca di talento di sempre, e scommettere su un ragazzino neppure transitato per il college rappresentava un azzardo davvero enorme. Infondo Garnett stesso l’anno prima aveva rappresentato il precedente sul quale Bryant venne selezionato poi.

Tim Duncan al contrario degli altri due completò l’intero iter passando attraverso il college a Wake Forest University, e resistendo alle sirene che lo avrebbero voluto già eleggibile dal suo primo anno. Nel 1997 gli Spurs si assicurarono le sue prestazioni con la prima scelta assoluta e andarono così a comporre le celeberrime Twin Towers insieme all’ammiraglio David Robinson. Infatti fu anche il primo del trio neo indotto nella Hall of Fame 2020 a conquistare il titolo di campione NBA nel 1999, la stagione del lockout causata dalla negoziazione tra l’associazione giocatori e la lega.

Gli Spurs potevano contare oltre che su un roster maturo anche su un grande allenatore, ancora oggi seduto sulla stessa panchina: l’iconico Gregg Popovich. In finale i San Antonio si ritrovarono i New York Knicks di Patrick Ewing, Latrell Spreewell, Allan Huston allenati da Coach Jeff Van Gundy. La serie venne vinta dai neroargento in 5 partite. Si aggiudicarono così il primo anello della loro franchigia, e il titolo di MVP delle finals fu consegnato di diritto a Tim Duncan che viaggiò con una media di 27 punti, 14 rimbalzi e 2,2 stoppate a gara.

nel pantheon degli immortali
Kevin Garnett draft 1995
nel pantheon degli immortali
Kobe Bryant draft 1996
nel pantheon degli immortali
Tim Duncan draft 1997

21 vs 21

L’anno seguente gli Spurs e il nativo delle Isole Vergini dovettero però arrendersi alla nascita della dinastia Lakers di coach Phil Jackson con Shaq e Kobe dominatori del parquet.

Intanto da cinque anni tra le arene NBA si parla di “the Revolution”, “the Big Ticket”, per citare l’avvocato Federico Buffa “seta pura a 2 metri e 10”, insomma di Kevin Garnett. Mai si era visto prima di lui un lungo muoversi in quel modo, con tanta grazia e potenza. Tiro dal mid-range, lay-up, movimento di piedi da far invidia ad una ala piccola, tempismo a rimbalzo e una furia agonistica impareggiabile. L’unico 21 che potesse contrastare l’altro 21.

Che duelli tra Duncan e Garnett, attacco e difesa totale dispiegati per 42-44 minuti in campo. Epici gli scontri di playoff proprio nel 1999 al primo round, quando ancora il passaggio al secondo turno era al meglio delle 5. La serie terminò 3-1 Spurs ma KG dimostrò tutta la sua grandezza contro TD mettendo a referto 22,9 punti, 11,8 rimbalzi, 5,0 assist, 1,6 stoppate e 1,5 rubate a partita. Un giocatore, una vera rivoluzione.

Duncan vs Garnett

Dinastia Lakers e Threepeat

Gli anni 2000 si aprono con la nascita di una delle dinastie più forti che si ricordi, e che potenzialmente, senza gli incidenti di percorso accaduti, avrebbero potuto dominare per molti altri anni il palcoscenico NBA.

Tutti i tasselli si erano andati a sistemare nel tempo. Passando attraverso le sconfitte con Utah e i quattro airball di Kobe nei 5 minuti finali del secondo turno di playoff 1997, alla completezza degli Spurs che segnò un 4-0 netto nel 1999. L’arrivo sulla panchina di coach Phil Jackson, ritornato ad allenare dopo due anni sabatici post Bulls/Jordan, fa sì che si allineino gli astri e il caos muti in ordine.

La condizione fisica stratosferica di Shaq (mai così in forma prima e dopo il 2000) e l’inquadramento di Kobe nel sistema triangolo del venerabile maestro Tex Winter produssero il risultato inevitabile. Non ci fu storia per nessuno nei seguenti tre anni. Threepeat 2000-01-02. Il titolo di MVP sempre assegnato a Shaquille O’Neal, con medie spaventose. L’ego di quel ragazzino con la 8, adesso non più così piccolo, richiedeva spazio e giochi per lui, snaturando il triangolo a favore del suo strabordante talento.

Gli attriti cominciarono ad affiorare nel gruppo, in particolar modo con Shaq, non certo una personalità docile e mansueta. Jackson e la proprietà tentarono di ricomporre la frattura, ma dopo la sconfitta a sorpresa nel 2003 per 4-2 con gli Spurs, che poi sarebbero tornati al titolo, la distanza divenne incolmabile.

Neppure il tentativo di creare un super roster nel 2004 con l’arrivo di Karl Malone e Gay Payton riuscì a sanare questa cancrena, la quale portò comunque i Lakers in finale con Detroit, ai quali dovettero arrendersi in 5 partite. Shaq fu ceduto a Miami, Malone si ritirò, Payton passò ai Celtics per una stagione per poi ritrovarsi con O’Neal agli Heat e vincere finalmente il titolo nel 2006.

I Lakers adesso sono da ricostruire su Kobe, divenuto simbolo e regnante di L.A., e vi riusciranno, anche se impiegando qualche anno, grazie ancora al grande regista Jerry West.

Kobe e Shaq dopo la conquista del primo titolo

Ritorno al titolo Spurs

Abbiamo però detto che nel frattempo il regno Lakers fu interrotto bruscamente ancora da Tim Duncan e i suoi Spurs nel 2003, quando eliminarono appunto i gialloviola al secondo turno e i Nets in Finale.

I New Jersey guidati da Jason Kidd fecero di tutto per allungare la serie, ma i ragazzi di coach Pop potevano vantare la più forte ala grande di sempre (a mio modestissimo parere) all’apice della condizione fisica. In gara 6 mise a referto 21 punti, 20 rimbalzi, 10 assist e 8 stoppate (record delle finali eguagliato), sfiorando una storica “quadrupla doppia”. Al termine delle finali le sue medie contarono 24,2 punti, 17,0 rimbalzi, 5,3 assist e 5,3 stoppate (record). Infatti Tim venne nominato nuovamente MVP delle finals dopo aver vinto anche quello della regular season.

Entra così di fatto in quel club ristretto che conta nomi del calibro di Kareem Abdul-Jabbar, Magic Johnson, Larry Bird, Michael Jordan, lo stesso Shaq del 2000. Un Olimpo per pochi.

Sono gli Spurs di Tim Duncan la squadra da battere per i seguenti cinque anni, e sia nel 2005 che nel 2007 riescono a conquistarsi l’anello a scapito dei Detroit prima e dei Cleveland di Lebron poi. Con i Pistons si aggiudicò ancora il trofeo di MVP, ma con i Cavaliers per la prima volta il riconoscimento andò a qualcun altro: Tony Parker.

Spurs campioni nel 2003 e Duncan ancora MVP

Lakers-Celtics: ricostruzione

Il 2007 segna il ritorno del “Boston Pride”, con legittime aspettative e un roster pronto per fare il definitivo salto di qualità con l’innesto dell’ultima grande pedina.

Il 31 luglio, Kevin Garnett venne scambiato con i Boston Celtics (dove passerà dalla canotta numero 21 alla 5) per Al Jefferson, Ryan Gomes, Sebastian Telfair, Gerald Green, Theo Ratliff, premi in denaro, la prima scelta di Boston nel primo giro del draft 2009 (solo se non si tratta delle prime 3) e la prima scelta di Minnesota del primo giro del draft 2009, che era stata ottenuta da Boston nello scambio Ricky Davis-Wally Szczerbiak del 2006.

Questo scambio di 7 giocatori per uno è la più grande trade per un singolo giocatore nella storia della NBA. Prima che si concludesse l’affare, Garnett vantava la più lunga permanenza presente di un giocatore in una franchigia, avendo giocato per i T’wolves nelle sue precedenti 12 stagioni. Insieme al capitano dei Celtics Paul Pierce e il neo arrivo Ray Allen dai Seattle SuperSonics, si andò così a comporre il big three di Boston.

Intanto, dall’altra parte del paese, sulla west coast, anche i Lakers di Bryant, che nel frattempo è passato dal numero 8 al 24, si stanno attrezzando per tornare al top. Nei quattro anni di attesa per tornare a competere per l’anello Kobe è stato autore di prove da vero one man show in L.A.

Il 20 dicembre 2005, segnò 62 punti in tre quarti di gioco contro i Dallas Mavericks, di cui 30 nel solo terzo quarto. Al momento di andare in panchina, senza più rientrare per l’ultimo quarto di gioco aveva segnato più dei 61 dell’intera compagine avversaria, cosa mai accaduta in precedenza dopo tre quarti di gioco.

Il mese dopo esagerò davvero. Il 22 gennaio 2006 stabilì il secondo miglior punteggio di tutti i tempi in una singola partita nella storia NBA, segnando 81 punti contro i Toronto Raptors, guidando i Lakers alla vittoria per 122-104. Bryant fece 21/33 da due punti, 7/13 da tre e 18/20 ai tiri liberi, ai quali vanno aggiunti 6 rimbalzi, 2 assist, 3 palle recuperate e 1 stoppata, con 27 e 28 punti nei due quarti finali.

La sua prestazione è seconda solo ai 100 punti messi a segno da Wilt Chamberlain il 2 marzo 1962 con i Philadelphia Warriors contro i New York Knicks. Fu anche grazie a questa prestazione che tenne di media nel mese 43,4 punti a gara, la migliore nella storia per un giocatore dei Lakers.

Garnett con la sua nuova divisa

Celtics 2008 e Lakers 2010

Proprio al termine della stagione 2006 Kobe, su consiglio di Phil Jackson, andò a seguire un corso di auto-motivazione, per fare punto e a capo nella sua carriera. Cominciò a seguire le idee di un “motivatore” il cui motto è “vivi per 24 ore al giorno”, come a dire, non sprecare nemmeno un attimo della tua vita, poiché quando è passato potresti pentirtene. Lui lo intese come dedizione al gioco 24 ore su 24, e da lì ripartì.

Il destino di Kevin Garnett si sarebbe presto intrecciato con quello di Kobe Bryant per far rivivere la rivalità più accesa dell’intera NBA alla fine della stagione 2008. Il 24 fu tra gli artefici della bella stagione della squadra, vincendo il premio di MVP della regular season, finalmente, dopo 12 anni di carriera, tenendo di media 28,3 punti. I Lakers, grazie anche all’innesto di Pau Gasol arrivato nel febbraio 2008, tornarono alle finali per la prima volta dalla sconfitta del 2004. Ma il 2008 anything is possible per i Boston Celtics. 22 anni dopo l’ultimo anello dei biancoverdi nel 1986, Garnett contribuisce in modo determinante per mentalità, determinazione e giocate a riportare i Celtics al trionfo.

Alla prima finale NBA della propria carriera non poteva farsi sfuggire il traguardo di una vita, e il primo anello conquistato non fu altro che logica conseguenza del Boston Pride, di cui KG si nutriva. I Celtics vinsero la serie per 4-2 contro i Los Angeles Lakers di Kobe, al quale sarebbe stata data l’occasione per vendicarsi sui Boston due anni più tardi. Il 2009 riparte alla grande per Boston, ma nel mese di marzo, KG si infortuna al ginocchio e non riesce ad essere disponibile a giocare nel corso dei play-off. Gli Orlando Magic eliminarono in gara 7 i Celtics al secondo turno e affrontarono i gialloviola in finale. La serie si concluse in 5 partite e Kobe venne eletto MVP delle finals diventando il primo giocatore dai tempi di Jerry West nel 1969 a mantenere una media di almeno 32,4 punti e 7,4 assist in una finale.

Arriviamo al capitolo conclusivo della rivalità tra Lakers e Celtics nel 2010. La finale si decise a gara 7, come nelle migliori tradizioni: o la va o la spacca. La squadra losangelina batté Boston e Bryant vinse così il suo quinto titolo in carriera, insieme al secondo trofeo di MVP delle finali, in cui tenne di media 28,6 punti. In gara 7 segnò 23 punti, seppur con un 6-24 dal campo di percentuale (e 0 tiri da 3 segnati su 6). Garnett dovette arrendersi mentre Kobe si prese l’ultimo anello della sua carriera e l’epoca di Lebron James sorgeva all’orizzonte. L’estremo crinale prima dell’avvento di “the Chosen One” era rappresentato però dall’ultimo baluardo della old school: il sistema Spurs e il tiro a tabellone di Tim Duncan.

Finali 2010, Garnett e Bryant a confronto

L’ultimo sussulto di Tim e della Old School

La stagione 2012-2013 segnò per Tim Duncan un ritorno ai suoi migliori livelli, conclusa con il raggiungimento con i San Antonio Spurs delle 50 vittorie stagionali per il quattordicesimo anno consecutivo. A febbraio prese parte al quattordicesimo (numero non casuale rispetto le stagioni con almeno 50 vittorie) All Star Game a Huston, mentre a fine stagione venne inserito nell’All-NBA Team. Arrivò alle Finals dove i suoi Spurs, in vantaggio 3-2 nella serie, vennero rimontati e sconfitti 4-3 dai Miami Heat di Lebron, Wade, Bosh e Allen.

Nella decisiva gara 6, un canestro allo scadere di Ray Allen con Miami sotto di 3 punti, regalò il pareggio alla propria squadra. Sconfitti nell’overtime di gara 6, gli Spurs vennero poi battuti fuori casa in gara 7 per 95-88. Duncan chiuse con 24 punti e 12 rimbalzi ma, ad un minuto dalla fine, sbagliò per due volte il tiro del pareggio, ben marcato da Shane Battier. Poche altre volte aveva mostrato tanto disappunto con sé stesso, lui che ha sempre saputo celare le sue emozioni sul parquet.

La stagione successiva fu quella dell’ultima redenzione. Nel 2014 gli Spurs dominarono la Regular Season con un record di 62-20 e nei playoffs eliminarono Dallas Mavericks, Portland Trail Blazers e Oklahoma City Thunder ritrovandosi in finale ancora contro i Miami Heat di LeBron James. Il risultato stavolta fu un netto 4-1 per San Antonio e Duncan divenne campione NBA per la quinta volta, dopo avere tenuto di media nelle finali una doppia doppia da 15,4 punti e 10 rimbalzi.

Inoltre, nello stesso giorno, diventò il recordman per minuti giocati (oltre 8.860) e numero di doppie-doppie (158) in carriera nei playoffs, superando rispettivamente Kareem Abdul-Jabbar e Magic Johnson. Nello stesso momento, il trio Duncan-Ginóbili-Parker diventò il più vincente nella storia dei playoff NBA. Dopo la vittoria delle Finals in 5 partite, Duncan diventò l’unico giocatore, insieme a John Salley, a vincere l’anello in tre decenni differenti. Il trofeo di MVP fu dato a Kawhi Leonard, astro nascente allora, ma quel quinto titolo per Tim rappresenta la longevità della Old School, la fede in un sistema e nel suo allenatore, del quale oggi è il vice.

Duncan trionfa per la quinta volta nelle finali 2014

In conclusione: la classe 2020 del Naismith Memorial Basketball Hall of Fame è “the Revolution”, Mamba mentality e Fondamentali.

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