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Rivaldo, il brutto anatroccolo dalle giacche troppo larghe

Uno dei palmarès più ricchi dell’intero globo, una carriera costellata da successi. Il tutto prima di un declino inesorabile ed improvviso. E’ questa la storia di Rivaldo Vitor Borba Ferreira, attaccante brasiliano, vincitore di un bronzo alle Olimpiadi di Atlanta del 1996, di un oro alla Confederations Cup in Arabia Saudita nel 1997, di un argento ai Mondiali di Francia ’98, di un oro in Copa America in Paraguay nel 1999, di un Pallone d’Oro nello stesso anno e di un oro ai Mondiali di calcio giocati tra Corea del Sud e Giappone nel 2002. Nel mezzo decine di titoli nei campionati brasiliani, greci, italiani ed uzbeki.

Non basterebbero dieci minuti di lettura per raccontare tutti i successi di un fenomeno planetario. Rivaldo compie oggi 48 anni: una vita passata a rincorrere un pallone di cuoio e a far esultare i propri tifosi. Una carriera baciata dagli astri che l’ha visto, però, finire nel dimenticatoio, oscurato da colleghi più illustri, più social e più affamati.

Rivaldo, la carriera

Come ogni aspirante calciatore brasiliano, il trequartista verdeoro ha iniziato a coltivare il proprio sogno in terra natìa. Paulistano Futebol Clube, Santa Cruz e Mogi Mirim, prima di finire al Corinthians. Qui mette la firma per una carriera florida e ricca di soddisfazioni, riuscendo a centrare il debutto con la Nazionale brasiliana ed anche la prima rete, in un’amichevole contro il Messico. Il 1994 è l’anno del primo vero successo: quello della vittoria del campionato con il Palmeiras che gli spalanca le porte dell’Europa.

A puntare su di lui, nel vecchio continente, è il Deportivo la Coruna: 21 reti in 41 apparizioni valgono la chiamata di un top club come il Barcellona: 5 anni di assoluta supremazia. Due campionati, una Copa del Rey ed una Supercoppa Europea per marchiare a vita il suo passaggio in bluagrana, oltre ad ovviamente 86 reti pesantissime.

Saluta la Spagna per rincorrere la Serie A, con la maglia rossonera del Milan. Dal 2002 al settembre del 2003 compie le imprese storiche del club milanese: in bacheca, infatti, una Champions League, una Coppa Italia ed una Supercoppa Europea. Difficile fare meglio di così.

Tutto porta ad un futuro ancora prosperoso, ma il ritorno improvviso in Brasile cambia il suo destino. La tύχη lo porta al Cruzeiro, dove, però, non scenderà mai in campo. E allora, via di nuovo, stavolta in Grecia, dove metterà in mostra gli ultimi sprazzi del vero Rivaldo. Fa le fortune dell’Olympiakos solo per un triennio. Dopo accesi diverbi con la dirigenza, nonostante la conclamata voglia di chiudere la carriera nel Pireo, firma con gli storici rivali dell’AEK Atene. Nel 2007 firma, così, la propria condanna a morte, iniziando una parabola discendente lenta ed implacabile. Si trasferirà in Uzbekistan con il Bunyodkor. Continuerà a giocare fino a quasi 43 anni, chiudendo con con la maglia del Mogi Mirin, club di cui era presidente, dopo esser riuscito il 14 luglio 2015 ad andare in goal su rigore nella stessa gara con suo figlio Rivaldinho.

Il brutto anatroccolo e la crisi mistica

Rivaldo ha vinto qualsiasi cosa nella sua pluridecennale carriera, eppure pare che non venga celebrato mai come merita. Neppure nel giorno del suo anniversario di nascita.

Perché?

Spesso, togliersi di dosso il peso di un’infanzia difficile risulta essere più complicato del solito. E il suo volto era ricco di simbologia: faccia scavata e melanconica, abiti di lusso che quasi stonavano con la sua effige. Un messia maledetto. Vincere non è mai stato facile, ma Rivaldo sapeva farlo bene, anche se prima di combattere con gli avversari, doveva farlo con se stesso ed il suo passato.

Chissà cosa ne sarebbe stato di lui al Parma, magari avrebbe fatto faville anche lì.

Eppure le sue giacche risultano essere troppo larghe, oggi come allora. Un brutto anatroccolo diventato cigno e ritornato alla sua condizione primordiale.

Appese le scarpette al chiodo, Rivaldo pare aver abbandonato la via della fama e del successo, in cerca di redenzione. Solo qualche anno fa ha raccontato un aneddoto che gli ha letteralmente cambiato la vita:

“Un giorno mi sono recato da solo a Mogi Mirim, a 160 chilometri da San Paolo. E per l’intero viaggio ho sentito quella voce. Una voce forte, sempre più forte. Ho avuto la sensazione che mi sarebbe successo qualcosa quel giorno. E mi sono ricordato di alcuni conoscenti che sono morti in incidenti stradali. Mio padre è morto in un incidente. Sono rientrato con davvero molta paura addosso. Tornato a casa, sono uscito dall’ascensore e ho iniziato a piangere come un bambino. Quel giorno ho deciso di dare la mia vita a Dio. E non ho mai più sentito quelle voci”.

Il talento giramondo dal palmarès infinito è fuori dai giochi, ma le gesta che l’hanno consacrato nell’Olimpo mai verranno dimenticate da chi si è di lui innamorato.

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