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Johan Cruijff: l’immortale

L’intervallo temporale cha va dagli anni 60’ agli anni 70’ è, probabilmente, quello più vivace e rivoluzionario della storia dell’umanità.
Sono gli anni di Nelson Mandela, di Sirimova Bandaranaike in Sri Lanka, che diviene la prima donna al mondo ad essere eletta primo ministro. Dei Beatles che registrano Love Me Do, il loro primo 45 giri, e successivamente conquisteranno con la loro musica tutto il mondo. Gli anni di Martin Luther King, che marcerà su Washington per l’integrazione razziale, della minigonna, della pellicola Kodak Super 8, del Che, dell’allunaggio, della contestazione studentesca. Anni in cui quel fermento in Olanda è scandito da due piedi che colpiscono un pallone. Sono i piedi di Johan Cruijff.

Betondorp: dove tutto ha inizio

Oggi Johan Cruijff avrebbe compiuto 73 anni, non lo farà perché ci ha lasciato quattro anni fa. Il più grande artista olandese di tutti i tempi è nato il 25 aprile del 1947 ad Amsterdam, precisamente a Betondorp, il villaggio del cemento, dove ha trascorso la sua infanzia e la sua adolescenza. Un’infanzia quella di Johan, trascorsa poco tra i banchi di scuola, molto tra i banchi della frutta venduta dai genitori. Il piccolo Johan era un ragazzo sveglio e sopratutto con una passione: quella per il calcio. 

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Un giovane Johan Cruijff

Una passione nata sfogliando le pagine del Kick Wilstra, un fumetto che raccontava le gesta di un giocatore Frankstein, mix dei tre calciatori olandesi più forti fino ad allora, e osservando le immagini al cinematografo, dove Johan si recava con i suoi amici. Al cinema potevi guardare i film per ragazzi o potevi attendere il cinegiornale, e quando si parlava di sport quel cinegiornale parlava alla fine sempre della migliore squadra di quei tempi, quella che Cruijff avrebbe odiato di più nella sua vita: il Real Madrid. Real che, però, annoverava tra le sue fila il grande Di Stefano. Un mito.

L’Ajax

Il calcio era anche quello giocato e Johan lo giocava e l’osservava. Giocava perlopiù in piazza, quella a cui portavano tutte le strade di Betondorp. L’osservava uscendo di casa e percorrendo poco più di 500 metri, dove su un lago sorgeva lo Stadio Olimpico dell’Ajax, il De Meer, anche centro sportivo. Johan conosceva tutti i giocatori, e tutti i giocatori conoscevano lui. Per un po’ di tempo fece qualche lavoretto per la società, affari di giardinaggio, fino all’età di 10 anni.

Il 25 aprile 1957, esattamente nel giorno del suo decimo compleanno, Johan trovò una lettera nella buca della sua casa in cemento, la mandava l’Ajax, che lo invitava a diventare un giocatore biancorosso. Avrebbero fatto di tutto per averlo, lo avrebbero viziato, coccolato. Lo volevano per sempre, perché, in fondo, bastava guardarlo per rendersi conto di essere al cospetto di qualcosa di speciale. Lo stesso Johan ne era consapevole, consapevole d’essere diverso. Due anni dopo Hermanus Cornelis Cruijff morì e Johan disse alla madre: “Non ti preoccupare a te ci penso io, diventerò un calciatore fortissimo”.

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Johan Cruijff: Ajax – Volendam

Gli esordi

Ci aveva visto lungo, non sarebbe passato poi molto. Nel 1964 Vic Buckingham, uno dei tanti allenatori di tradizione britannica dell’Ajax, visionario del calcio totale che si sarebbe poi sviluppato negli anni a venire, convocò quel ragazzino per la sua prima partita da professionista. 

I lancieri non se la passavano bene e, infatti, a Groningen persero per 2 a 1. La reta segnata portava comunque firma Cruijff. Fu la sua prima rete ma passò inosservata. I giornali erano troppo impegnati a fare a pezzi quella squadra per accorgersi di lui. L’Ajax era felice, a dirla tutta, meglio che Johan rimanesse per un po’ lontano dai riflettori. Ma era impossibile. Già alla seconda partita, contro il PSV, il suo nome rubò tutti i titoli: l’Ajax batte 5 a 0 il PSV, Cruijff segna ancora ma non solo: gioca un calcio differente.

Michels
Rinus Michels

Rinus Michels, l’uomo che ti cambia la vita

Vic Buckingham, qualche partita dopo, sarà sollevato dall’incarico. La stagione andava male, a sostituirlo arriva un ex calciatore dell’Ajax Rinus Michels, fu un attaccante spigoloso ai tempi dello Johan bambino e a Johan quel centravanti non era simpatico. Non sapeva che quell’allenatore sarebbe stato il più importante delle sua vita, lo avrebbe segnato profondamente e lo avrebbe reso padrone dello spazio. 

Perché Cruijff non solo è stato il più grande calciatore del 20esimo secolo, il secolo del calcio, ma è stato soprattuto il primo calciatore in grado di dominare lo spazio in campo. Era ossessionato dallo spazio, una dimensione da controllare, più della palla, per arrivare alla vittoria.

Rinus Michels cambiò il modo di fare calcio di quell’Ajax quasi subito. Innanzitutto la sua convinzione era quella che il calcio l’olandese non avrebbe mai potuto competere nel continente per fisicità. I calciatori europei, soprattuto inglesi, erano troppo superiori in materia d’intensità. Dunque serviva adeguarsi. Come? Correndo di più? No, correndo meglio. Effettivamente si sarebbe corso meno, ma a quel fondamentale tecnico d’allenamento sarebbe stato aggiunto un lavoro aerobico più forgiante. 

Tatticamente, invece, il 2-3-5 marchio di fabbrica degli olandesi sarebbe stato abbandonato, era obsoleto, meglio un’avanguardista 4-2-4. Non un 4-2 e che Dio ci aiuti ma un 4-2-4, dove il centrale impostava con i piedi, i terzini dovevano spingere, i centrocampisti attaccare sempre in avanti e la punta era quel ragazzino speciale, quasi senza compiti o con tutti i compiti. Nasceva il calcio totale che avrebbe influenzato generazioni di allenatori e continua a farlo.

Quell’Ajax si riprese quasi subito e l’anno successivo vinse addirittura il titolo, segnando la bellezza di 122 gol, un record che resiste ancoraggi in Eredivisie. Era uno spettacolo per gli occhi, uno spettacolo che affascinava l’Europa intera ma non ancora capace di imporsi in Europa con una vittoria, quella più importante, quella della Coppa Campioni.

Eusebio
Eusebio abbraccia Cruijff, Coppa Campioni: Benfica – Ajax, 1969

The Fog Game, la sliding doors

La sliding door fu rappresentata da un Ajax-Liverpool di Coppa. Era il 7 dicembre 1966, e al De Meer arrivavano gli inglesi del Liverpool, i campioni d’Inghilterra, nell’anno in cui l’Inghilterra si laureò campione del Mondo. 

Fu una partita passata alla storia come la Fog Game, la partita della nebbia. Di nebbia ce ne era tanta, tanta che non si vedeva a un metro di distanza. Antonio Sbardella, arbitro romano, chiese a Bill Shankly, allenatore scozzese del Liverpool, “sicuri che volete giocare?”. “Sicuri” disse Shankly, “non ci sono condizioni al mondo che possano impedirci di vincere contro degli olandesi”.

Si sbagliava Shankly, perché il Liverpool era sotto di quattro reti già all’intervallo, perse 5 a 1. Cruijff era imprendibile. “Va bene, gliene facciamo sette al ritorno”. Anche gli stessi giocatori dell’Ajax pensava che era stata probabilmente un’epifania quella vittoria. Al ritorno però finì a 2 a 2, Cruijff segnò due gol, ma, soprattuto, la fase difensiva degli olandesi fu perfetta, riuscì a reggere contro i reggenti del calcio. L’Ajax non vinse quella Coppa, ma ottenne molto di più: la consapevolezza di ciò che sarebbe potuta essere quella squadra da quel giorno in poi.

La conquista dell’Europa

Consapevolezza, però, solo dei giocatori, perché per Michels quella squadra è troppo scarsa fisicamente. A fine stagione opera sul mercato massicciamente e comincia ad attingere dal vivaio, tra i fiori più profumati Rudi Krol che diventerà un pilastro dei lancieri negli anni a venire.

La prima finale di Coppa Campioni è raggiunta nel 69’. Quella squadra è spettacolare e superiore, lo riconoscono anche gli stessi giocatori del Milan di Rocco, che però si impongono 4 a 1. Il calcio olandese è all’apice delle sue potenzialità, da quell’anno per cinque anni consecutivi le squadre olandesi saranno in finale di Coppa Campioni. La prima ad aggiudicarsela è il Feyenoord. Michels ci riuscirà nel 71’, poi andrà via, ma quella squadra, allenata da Stefan Kovács, trionferà anche nel 72’ e nel 73: un dominio.

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Johan Cruijff riceve il Pallone d’Oro nel 1971

 

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L’Ajax vince la sua terza Coppa Campioni contro la Juventus

Lo sbarco in Catalogna

La finale del 73’ sarà anche l’ultima prima volta del numero 14 in maglia biancorossa. Johan Cruijff, uomo dalla personalità forte, litiga col gruppo che non gli ha assegnato la fascia di Capitano: vuole andar via? Questo non lo sa, non è convinto. A convincerlo ci pensa Con Coster, suo suocero. Suo suocero è un miliardario, commerciante di diamanti, ha un certo senso imprenditoriale e apre gli occhi al ragazzo: non solo è il giocatore più forte del globo, ma è anche il primo calciatore azienda e come un’azienda va gestito: deve fare i propri interessi. 

Due squadre possono permettersi Johan: il Real e il Barcellona. La scelta è facile, a Madrid c’è il regime di Franco, a Barcellona c’è Michels in panchina e come secondo Vic Buckingham, l’allenatore che l’ha lanciato. Va al Barça, dove il primo anno si laurea subito campione di Spagna, diventando l’idolo dei tifosi. Il titolo in Catalogna mancava dal 60’,  dai tempi di Herrera e Luisito Suarez.

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Johan Cruijff trionfante in maglia blaugrana

In Spagna non vincerà molto, non vincerà in Europa. Nel 75’ Michels andrà via e al suo posto arriverà Hennes Weisweiler, tedesco che aveva fatto grandi cose al Borussia. Tedesco che considera Johan uno dei tanti: non ci siamo. A Johan puoi dire tutto ma non accetta di essere uno dei tanti. Weisweiler andrà via, ritornerà Michels, ma oramai qualcosa si è rotto. 

Un piccolo american dream e il ritorno a casa

Nel 78’ “Il profeta del gol”, all’apice della sua carriera, se ne vola in America. Il suocero è stato chiaro: lì ci sono i soldi. Giocherà un anno a Los Angeles con gli Aztec e un anno a Washington, per poi tornare in Europa, a casa, ad Amserdam. 

È un altro Ajax, di un’altra generazione, quella di Rijkard e Van Basten. Vincerà due campionati prima di litigare con la dirigenza per il rinnovo e punirla andando a terminare la carriera con la casacca degli odiati rivali del Feyenoord, dove farà da chioccia ad un giovane che gli assomiglia (Gullit) e vincerà un altro titolo.

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Johan Cruijff in maglia Feyenoord

Dal campo alla panchina

Si ritirerà nel 84’ ma nel 85’ sarà di nuovo in campo, questa volta in veste di allenatore, ad allenare quale squadra se non l’Ajax, il luogo perfetto per applicare i suoi principi. Vincerà, certo, ma più che in Olanda, il segno lo lascerà al Barcellona al Camp Nou, dove si aggiudicherà tutto, dove si aggiudicherà la prima Coppa Campioni della storia blaugrana, facendo la storia. 

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Johan Cruijff da tecnico dell’Ajax

Quel Barcellona, il Barcellona di Stoickhov, di Romario, Guardiola, suo fedele seguace, fu un Barcellona bellissimo. Una squadra spregiudicata, che amava il rischio, amava tenere la palla e che, soprattutto, cercava la profondità in maniera quasi ossessiva per dominare lo spazio proprio come Cruijff aveva fatto per tutta la sua carriera da calciatore.

Cruijff: l’immortale

Non c’è stato probabilmente mai più nella storia un calciatore come Johan capace di segnare cosi profondamente il calcio sia da interprete che da tecnico, che possa simboleggiare meglio il calcio totale. 

Johan è stato davvero speciale come prometteva da bambino. Differente per il modo in cui ha fatto calcio, differente per il modo di giocare, per la sua visione, per quella capacità di non cadere mai, di evitare i contrasti, sviluppata sui campi di cemento, dove non potevi cadere. È stato, soprattuto, veloce ma non di gambe, di pensiero. Vedeva prima le giocate sul rettangolo verde, vedeva prima gli scenari di una partita da tecnico e questo lo ha reso un visionario. 

Ma è stato diverso anche fuori, abbiamo parlato del giocatore azienda, ebbene, il 14 quando ritornò per la seconda volta all’Ajax volle una clausola nel contratto: ogni volta che superiamo i 15 mila spettatori, a me spetterà il 20% del guadagno sugli altri. 

È stato il 14, quasi per caso, arrivò tardi quando furono assegnate le magliette e quel numero poi non lo abbandonò più. Il 14 che noi non potremo mai dimenticare, perché, come disse lui stesso, per ciò che ha fatto in campo e in panchina, non può che essersi meritato l’immortalità.

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