was successfully added to your cart.

Carrello

Sans-serif

Aa

Serif

Aa

Font size

+ -

Line height

+ -
Light
Dark
Sepia

Il tedesco volante: Oliver Bierhoff

Il tedesco volante, Oliver Bierhoff, oggi compie 52 anni e noi vogliamo ricordarlo come uno dei più grandi arieti mai transitati attraverso la Serie A, un professionista esemplare che ha fatto del gioco aereo la sua vita. Un perno offensivo difficile da sovrastare, sempre pronto e attento in area di rigore. Abilissimo di testa oltre ad essere dotato di un fisico importante (191 cm per 88-90 kg), che gli ha consentito di sopperire ad una tecnica non certamente raffinata. Nel corso della sua carriera è riuscito ad entrare nel cuore dei tifosi di ogni squadra per cui abbia militato, grazie alla capacità di segnare gol pesanti nei momenti decisivi.

Karlsrhue-Bundesliga, volo diretto

Oliver Bierhoff nacque il primo maggio 1968 a Karlsruhe, città extracircondariale del Baden-Württemberg, dopo Stoccarda la città più grande del land, e già dalla tenera età di 5 anni iniziò a tirare calci alla palla. Ad Essen per la precisione, regione del Niederrhein, in quella che resterà la sua squadra fino al suo diciassettesimo anno. Dunque, nell’estate del 1985, dopo che le sue prestazioni avevano attirato le attenzioni di alcune squadre professionistiche, fu il Bayer Uerdingen a spuntarla. Dopo una stagione solamente giocata con le giovanili approdò in prima squadra, riuscendo a collezionare 19 presenze e 3 gol in campionato e 4 presenze e 2 gol in Coppa Uefa.

Alla fine di quella prima annata tra i pro si godette la convocazione in nazionale per disputare i mondiali militari in Italia, ad Arezzo. Bierhoff si mise in mostra segnando 4 reti, tuttavia non furono sufficienti alla Germania Ovest per conquistare il titolo. La sconfitta avvenne in finale per 2-0 proprio contro gli azzurri, e a marcare Oliver ci pensò Ferrara, quasi un’investitura e una premonizione dei molti confronti che avrebbero disputato in Serie A poi.

il tedesco volante

Turbolenze ad alta quota

Durante i primi mesi della seconda stagione a Uerdingen qualcosa si rompe. Oliver, ragazzo dotato di grande intelligenza, capì dunque che era arrivato il momento di cambiare aria, e a fine campionato venne ceduto all’Amburgo. La nuova squadra non navigava in buone acque, infatti dopo sette gare racimolarono appena un punto, navigando in zona retrocessione per tutta la stagione. Ciononostante Bierhoff collezionò 24 presenze, spesso subentrando dalla panchina, e mise a segno 6 gol, numeri da giovane attaccante in ascesa. La Bundesliga 1989-90 la giocò per l’Amburgo fino a gennaio, quando venne acquistato dal Borussia Moenchengladbach.

Oliver ricorda quel trasferimento come il suo momento più sconfortante da calciatore. Le sue parole: “La parentesi più brutta della mia carriera: i titolari erano Belanov e Krinz, mi lasciai andare, non trovai la forza di reagire. Forse io non ero ancora pronto per fare il titolare, però è anche vero che non ho mai trovato un allenatore disposto a darmi fiducia, a lavorare su di me”. A quel punto le alternative furono due: o la serie B tedesca o la A austriaca. Optò per la seconda ipotesi tramite prestito secco. A Salisburgo lo richiese esplicitamente un tecnico tedesco, Wiebach. Alla prima di campionato Bierhoff mise a referto un poker e divenne subito l’idolo dei tifosi. Al termine di quel primo anno austriaco le 23 reti cominciarono a farlo risplendere anche agli occhi dei dirigenti del campionato più competitivo del mondo a inizio anni 90, la Serie A.

Atterraggio difficoltoso in Italia del tedesco volante

Nel 1991 ad aggiudicarsi il cartellino fu l’Inter di Ernesto Pellegrini, che versò 750 milioni di Lire al Mönchengladbach. Il patron nerazzurro aveva del resto una corsia preferenziale con la Germania, da cui prelevò negli anni precedenti Lothar Matthäus, Andreas Brehme e Jurgen Klinsmann. Ai tempi però in Serie A potevano giocare solo 3 stranieri per squadra, e l’Inter, passata sotto la guida di Corrado Orrico, da quel punto di vista era a posto con il trio della stagione precedente confermato. Per Bierhoff, considerato peraltro ancora acerbo sotto il profilo tecnico, non c’era posto: meglio mandarlo in prestito a fare esperienza.

Così se il Milan girò Boban al Bari, l’Inter spedì Oliver a farsi le ossa con l’Ascoli. Il vulcanico patron dei marchigiani Costantino Rozzi si innamorò di quel tedescone buono da un metro e 91 centimetri, che avrebbe dovuto raccogliere l’eredità di Walter Casagrande, ceduto in estate al Torino. L’obiettivo era la salvezza ma la stagione si rivelò subito molto complicata per i bianconeri di De Sisti, così come l’adattamento del tedesco al calcio italiano, più lento del previsto. Bierhoff, nonostante la retrocessione della sua squadra, lasciò intravedere qualche sprazzo del suo potenziale nella seconda parte della stagione con i primi 2 goal ‘italiani’ realizzati al Foggia e proprio all’Inter.

il tedesco volante

Oliver riprende quota in Serie B

Nonostante la possibilità di tesserare più stranieri, il club meneghino lo cedette formalmente a titolo definitivo all’Ascoli, con Pellegrini che preferì puntare per il proprio reparto offensivo su Darko Pancev. I nerazzurri si tennero comunque un’opzione per l’anno successivo. La scelta non si rivelò affatto azzeccata. Il tedesco volante, infatti, per la 2ª volta nella sua carriera, riuscì a riprendere quota e ripagare la fiducia di Rozzi diventando uno dei bomber più letali del campionato cadetto: nel 1992/93 segnò 20 goal e conquistò il titolo di capocannoniere. In estate si parlò così nuovamente di un possibile passaggio in nerazzurro.

A far spegnere sul nascere questa possibilità è però il premio di valorizzazione ‘salato’ chiesto da Rozzi, con i milanesi che a quel punto scelsero di percorre altre strade. Nel 1993/94 Bierhoff si riconfermò agli stessi livelli segnando 17 reti. I club interessati a lui in Serie A aumentarono, ma Oliver, scelse di restare nella barca che affondava e di onorare fino alla fine il debito d’onore con il suo presidente. Il 1994/95 fu una stagione travagliata per i bianconeri. Bierhoff si fermò a 9 goal, che non bastarono ad evitare la discesa in Serie C. Il tedesco volante non poteva seguire l’Ascoli in Serie C, essendo alto l’interesse dei club di A nei suoi confronti.

Volo in alta quota da Udine a Euro 96

Alla fine, anche grazie alla mediazione dell’Inter, ad aggiudicarsi il suo cartellino fu l’Udinese di Pozzo che lo pagò 2,5 miliardi di Lire. Dall’arrivo in bianconero in avanti, la carriera di Bierhoff decollò verso risultati mai raggiunti in precedenza dal tedesco. Gli anni in Friuli sotto la sapiente guida di Alberto Zaccheroni gli permisero di affermarsi come uno dei centravanti più forti della Serie A. Segnò 17 goal il primo anno, che gli valsero la convocazione del Ct tedesco Bert Vogts ad Euro ’96. L’epilogo del torneo sarà da incorniciare per il centravanti dell’Udinese. Subentrato dalla panchina al 75′, prima segnò la rete che portò la finale dell’Europeo con la Repubblica Ceca ai supplementari, quindi sferrò il colpo del k.o. realizzando anche il golden goal decisivo.

Il titolo conquistato con la Germania sarà il picco assoluto della carriera di Bierhoff a livello internazionale. Anche in Serie A il tedesco saprà riconfermarsi, diventando la punta centrale dello spettacolare tridente con Marcio Amoroso e Paolo Poggi. L’anno della consacrazione definitiva per Oliver fu il 1997/98, in cui, a 30 anni, si laureò capocannoniere della Serie A con 27 goal in 32 presenze, davanti addirittura al ‘Fenomeno’ Ronaldo.

Il tedesco volante diventa una freccia tricolore

L’impresa di Bierhoff all’Udinese catturò gli attenti occhi del Milan che, dopo un flirt iniziato già prima del termine del campionato, annunciò il connubio con Alberto Zaccheroni per la stagione 98/99. Il Mister portò con sé dal Friuli il bomber tedesco ed il mastino danese Helveg per proseguire in rossonero il suo progetto basato sul gioco d’attacco che si sviluppa sulle fasce. Fu il vero botto del calciomercato rossonero teso a voler rilanciare i diavoli dopo due stagioni fallimentari. Bierhoff iniziò a timbrare fin da subito con grande regolarità. L’attacco del Milan, davvero assortito con Weah, Leonardo e Boban, sopperisce alle mancanze di una difesa a tre spesso in difficoltà. Con fortuna ma anche grandi meriti, il Milan rimontò sette punti alla Lazio nel finale di campionato e vinse uno degli scudetti più rocamboleschi della sua storia calcistica.

In estate i rossoneri tornano ad investire pesantemente, e dall’Ucraina arrivò anche il giovane prodigio Shevchenko che mise subito sotto pressione Bierhoff. Il tedesco volante segnò soltanto undici reti, ma l’equilibrio poté reggere grazie alla grande capacità di decentrarsi rimanendo prolifico di Sheva. Nel 2000/2001, ultima stagione a Milano per Oliver (ormai trentatreenne), le reti e le presenze calarono, e dopo l’esonero subito da Zaccheroni, si prefigurava per il tedesco un futuro lontano da Milanello.

Fine del volo ed entrata in dirigenza

il tedesco volante venne quindi ceduto al Monaco (18 presenze, 4 reti e parecchie incomprensioni con il mister Deschamps) per poi tornare in Italia e terminare la carriera nel Chievo Verona nella stagione 2002/2003. Concluse la sua avventura in gialloblu con 26 presenze e 7 gol, uno dei quali proprio ai rossoneri al Bentegodi, e una memorabile tripletta segnata alla Juventus. In mezzo alle due esperienze vi fu la significativa parentesi in Corea e Giappone per il mondiale 2002. La Germania venne sconfitta in finale dal Brasile. Bierhoff entrò nel match a giochi praticamente fatti, ma stavolta il miracolo dell’europeo inglese non si ripeté.

il tedsco volante

Appesi gli scarpini al chiodo, dal 29 luglio 2004 iniziò la carriera dirigenziale con la Federazione tedesca, divenendo team manager della nazionale maggiore. Dal 2015 ha inoltre iniziato a curare tutte le squadre del settore giovanile e dell’Academy della Federcalcio​. Il suo sostegno al calcio tedesco è sempre stato importante sotto molteplici punti di vista. È infatti Bierhoff a suggerire di realizzare una riforma strutturale dell’Associazione calcistica tedesca sin dal 2000, aiutando tanti giovani talenti a crescere. Il Mondiale in Brasile del 2014 ne è riprova e conferma.

il tedesco volante

Parole che ci ricordano qualcosa

“Stiamo approfittando ancora della nostra riforma del 2000. Ci ha dato tanto, successi, infrastrutture, ma ci siamo riposati un po’. Si vede nei vivai che altre nazioni, come l’Inghilterra, si sono mosse bene. Noi non dobbiamo risvegliarci in malo modo come nel 2000 e renderci conto che siamo stati superati, non siamo progrediti. abbiamo vinto Mondiale, Confederations e Europeo U21? Sì, ma guardiamo avanti: se 5 anni fa avevamo 6-7 giocatori straordinari nel settore giovanile, adesso ne abbiamo due e non giovanissimi. E’ come in allenamento: se tu sei un campione e smetti di allenarti, i primi tre mesi giochi ancora bene, poi cominci a crollare. Questa non deve essere la nostra fine. Non c’è rilassamento e siamo focalizzati sull’obiettivo, ma sappiamo che alla fine per vincere serve sempre quel 3-4 per cento in più di voglia, grinta. Ce l’abbiamo, ma dobbiamo sempre ricordarcene. Il rischio è quello di pensare che i primi turni siano facili: ricordiamoci di come sono finite male già nei gruppi l’Italia del 2010 e la Spagna del 2014, partendo da campioni. Se si arriva secondi c’è il Brasile negli ottavi”. Intervista rilasciata da Oliver Bierhoff alla Gazzetta dello Sport nel 2018.

Lascia un commento