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Dennis Rodman, il primo vero ribelle della NBA

Dennis Rodman, il primo vero ribelle. “The Worm”, questo fu il soprannome affibbiatogli sin da ragazzino per le sue movenze e il suo atteggiamento, è sempre stato, volente o nolente, completamente fuori dagli schemi, anche e soprattutto nell’essere ribelle. Imprevedibile e incoerente, giocatore e rockstar, animalista e wrestler, fenomeno mediatico ed emissario di pace. Un’autentica forza della natura che, nonostante i tatuaggi, i piercing e le provocazioni, è sempre stata capace di trascinare le sue squadre con prestazioni realmente uniche. Difensore strepitoso sull’uomo, nonché uno dei più grandi rimbalzisti che la storia del basket mondiale ricordi. Una continua marea di stati emotivi in perenne contrasto con il suo essere professionista.

“Lo faccio perché mi piace, punto e basta”.

bad as i wanna be

La nascita del Verme

Un personaggio tanto estraneo da ciò che definiamo “normalità” non poteva che avere un vissuto tormentato e complesso. Il padre abbandonò la famiglia per andare nelle Filippine quando Dennis era ancora un bambino. Sul papà Rodman non nascose che probabilmente ebbe 47 figli, e che lui stesso sarebbe addirittura l’ultimo genito della cucciolata. Crebbe quindi con la madre e due sorelle, entrambe giocatrici di basket, che umiliavano l’allora gracile ragazzino di Trenton. Infatti, il piccolo Dennis Rodman fu scartato più volte durante numerosi provini di football e basket perché considerato troppo basso e minuto. Nessuno tra gli scout di allora avrebbe potuto immaginare che nel giro di un paio d’anni avrebbe toccato i 2.01m per 100kg.

Con la sua trasformazione fisica riuscì quindi ad attirare l’attenzione della Southeastern Oklahoma State University, dove mostra grandi doti sia in difesa che in attacco. I problemi di Denni Rodman con lo studio e con la legge, come quando fu immortalato da una telecamera di sicurezza a rubare cinquanta Rolex, non oscurarono l’ascesa del suo talento. Tuttavia, la sua età avanzata per il College iniziò a non essere più tanto appetibile a tutti quegli osservatori che rastrellavano le università in cerca di talenti. Così, nel 1986, all’alba dei 25 anni, grazie alla sua media superiore ai 25 punti e 16 rimbalzi a partita, i Pistons decisero di portarlo a Detroit durante il secondo round del draft.

Dennis Rodman, il primo vero ribelle

Forgiato tra i Bad Boys di Detroit

Con i Detroit Pistons Dennis Rodman cominciò la sua carriera nella NBA, in quei Bad Boys ancora un po’ acerbi ma terribilmente affamati di vittorie. I tempi non erano maturi per la squadra guidata da Chuck Daly, che ai playoffs dovette fare i conti con l’esperienza dei Boston Celtics nel 1987. Lavorando però sulle capacità atletiche del proprio roster, la squadra della città del Michigan divenne una delle più pericolose contendenti al titolo. Infatti l’obbiettivo venne sfiorato nel 1988 quando solo i Lakers di Kareem, Magic e Worthy riuscirono ad arrestare i Bad Boys. Rodman è un elemento prezioso per la squadra, corre in contropiede, è intelligente, ha un ruolo di spessore a rimbalzo e soprattutto difende in modo estremamente duro.

Il 1989 rappresentò per Dennis e i Pistons l’anno del riscatto. Dopo una stagione piena di successi che valse il primo posto a Est, eliminarono nei playoff senza troppi problemi prima i Celtics e poi i Bucks. L’ultimo ostacolo da superare era rappresentato da Michael Jordan e i suoi Bulls in netta ascesa. La marcatura alternata di Isiah Thomas e Rodman sul numero 23 ottenne i risultati sperati da Chuck Daly. Il concepimento delle famigerate “Jordan Rules”, tattica difensiva creata dai Pistons appositamente per contrastare le penetrazioni nel pitturato di MJ, costrinse i Bulls alla resa.

Rodman, il primo vero ribelle

La fisicità e la durezza della morsa difensiva dei Pistons divenne un marchio di fabbrica, e Dennis la accolse con tutto sé stesso. La vendetta contro i Lakers per la sconfitta dell’anno precedente si consumò in sole 4 partite e Rodman divenne campione NBA per la prima volta. Da persona estremamente emotiva quale è, alla parata di festeggiamento pianse sincere lacrime di gioia, cosa che promise di non fare più senza però riuscirci. Nel 1990, infatti, venne nominato Defensive Player of the Year, e appena arrivato in conferenza stampa non riuscì a dire nemmeno una parola, senza prima scoppiare nuovamente in un pianto liberatorio.

Il lato oscuro rischia il sopravvento sull’uomo

I suoi colpi di testa, però, logorarono lentamente il suo rapporto con allenatore e società. Una notte di febbraio del 1993, Dennis fu trovato dalla polizia mentre dormiva all’interno della sua macchina, nel parcheggio del Palace of Auburn Hills, con un fucile carico accanto. Dennis Rodman raccontò, alcuni anni dopo, nella sua biografia “Bad as I wanna be”, che quello fu qualcosa di molto vicino ad un tentativo di suicidio. Raccontò che seduto in quella macchina si era reso conto che doveva uccidere solo il lato malvagio di sé stesso, ciò che lo tormentava, promettendosi: “Vivrò la mia vita nel modo in cui la voglio vivere e sarò felice facendolo”. Dennis si trovò a un bivio della sua vita, nonostante le annate 1992 e 1993 lo videro in cima alla classifica dei rimbalzisti. Così Pistons e Rodman arrivarono al divorzio.

My Way

Venne dunque ceduto ai San Antonio Spurs dove giocò due anni. Cominciò a tingersi i capelli nelle più svariate fantasie cromatiche e a tatuarsi il corpo come mai nessuno prima di lui aveva fatto. Ma le soddisfazioni furono poche. Dopo aver deciso quella terribile notte a Detroit che avrebbe vissuto come dice Frank Sinatra in “My Way”, fu estremamente difficile per lui stringere legami forti con i compagni. Una sera, in una discoteca, una ragazza per attirare la sua attenzione gli spense letteralmente una sigaretta sulla spalla. Quella giovane, altri non era che la Pop-star mondiale Madonna.

Dennis Rodman

I due iniziano una breve ma chiacchieratissima relazione, durante la quale Rodman ebbe scontri sempre più frequenti con compagni di squadra e dirigenza. Arrivò persino a rifiutarsi di sedere allo stesso tavolo dell’uomo simbolo degli Spurs David Robinson e ad allontanarsi dalla panchina togliendosi le scarpe durante una partita. Divenne chiaro che dopo la stagione 1995 Rodman non avrebbe più fatto parte della squadra neroargento. I sospetti su un suo scambio non tardarono a essere confermati. Jerry Krause stravedeva per Dennis, così imbastì lo scambio con il veterano Will Perdue.

La follia inglobata nello Zen di Jackson

A Chicago Dennis ebbe un impatto decisivo con i compagni e Phil Jackson, tra l’altro incuriosito dalla possibilità di allenarsi e conoscere meglio Michael Jordan, fresco di ritorno ai Bulls dopo la pausa baseball. Rodman riesce ad inserirsi bene in quel sistema proprio grazie all’atteggiamento di MJ e coach Jackson nei suoi confronti: non rigido e rigoroso, ma comprensivo. Sanno che Dennis è una personalità fuori dagli schemi che ha bisogno dei suoi spazi. Non tentano di cambiarlo, ma di assecondarlo cercando di inserirlo nel sistema. E ci riescono. Nonostante il suo carattere particolare e qualche infortunio, tra una bizza e l’altra, con il 91 l’area veniva ben protetta in difesa, e consentiva una presenza fondamentale a rimbalzo offensivo. I Bulls polverizzano il record di vittorie dei Lakers del 1971-72 di 69-13 ritoccandolo a 72-10. Al termine dei playoff titolo a Chicago e Dennis Rodman divenne ufficialmente il terzo elemento dei Big Three dei Bulls.

Dennis Rodman big three

Da troublemaker a problemsolver

La squadra della città del vento si ripeté per altri due anni consecutivi, fino alla conclusione della stagione 1998, ovvero la The Last Dance season. Per la prima volta in carriera Dennis Rodman si assunse il peso del suo ruolo dal momento in cui Pippen si trovò fuori dal campo per mesi dopo aver subito un intervento ed essere arrivato ai ferri corti con Krause. “Dennis è quello che ci ha tenuto uniti quando non c’era Scottie. Ha dovuto concentrarsi per renderci competitivi come eravamo. Ci siamo adattati e lo abbiamo fatto rapidamente. Eravamo nuovamente pronti per lottare”. Queste furono le parole di Phil Jackson per descrivere quel momento. The Worm fa ormai parte più del jet set che della NBA, eppure continua ad essere dominante sotto canestro e sebbene i Bulls siano in rotta totale riescono a vincere un altro titolo, bissando il Three-peat. Rodman nonostante tutto è stato per sette anni di fila, dal ’92 al ’98, il miglior rimbalzista dell’NBA, oltre a poter vantare in bacheca ben cinque anelli di campione.

Impossibile definire il verme

È stato e rimane il giocatore più controverso della storia del Gioco, uno di quei soggetti che lasciano il segno e che a prescindere dai comportamenti sopra le righe, ogni volta che scendono in campo dimostrano amore per quello che fanno. Si buttava sui palloni della prima partita di regular season come se fossero quelli di una gara 7 di finale; durante un volo per un salvataggio fuori dal campo, atterra tra le cosce delle cheerleaders dei Bulls, rialzandosi con il ghigno di chi sarebbe rimasto volentieri tra le ragazze piuttosto che continuare a giocare. Era tatuato quando la cosa rappresentava l’essere avanzi di galera. Impossibile da definire se non l’anti-eroe per eccellenza. È stato e rimarrà per sempre The Worm.

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