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Carmelo Anthony è oro, e nulla meno di ciò che è

Carmelo Anthony è oro e nulla meno. Concetto questo che può ben sintetizzare cosa sia stata la carriera di Melo tra i pro, tanto per quello che riguarda la sua bacheca personale, quanto per il suo talento offensivo sul parquet. Meccanica di tiro superba, delicatezza di tocco da far invidia a un colibrì, repertorio di movimenti da consegnare in direttissima alla storia, diciassettesimo realizzatore ogni epoca nella NBA, eppure zero anelli. Certo può vantare un bronzo e tre ori olimpici che ne fanno il cestista più medagliato di sempre, cosa sicuramente non banale. Tuttavia per il valore intrinseco che ha dimostrato in 16 stagioni NBA non essere mai arrivato in finale rappresenta uno smacco a dir poco clamoroso.

Quando calerà il sipario sulle gesta di Carmelo Anthony entrerà di diritto nel club dei grandi non vincenti come Karl Malone, Charles Barkley, John Stockton, i quali però hanno avuto le chances di giocarsi l’anello nelle Finals. Melo mai purtroppo, sia per questioni legate ai rosters di cui ha fatto parte, sia per la mancanza di quello scatto di personalità che separa i grandi dai grandissimi. Oggi compie 36 anni il nativo di Brooklyn, e con ogni probabilità questa maledetta pandemia mondiale ha posto fine anzitempo alle sue gesta su un campo da basket, dopo che i Trailblazers gli avevano concesso la possibilità di un ultimo ballo.

Da Baltimore a Denver

Carmelo Anthony, pur essendo nato a Brooklyn da Carmelo Iriarte e Mary Anthony, dovette trasferirsi con la madre e i fratelli a Baltimore, dove è cresciuto dall’età di 8 anni senza una figura paterna, prematuramente scomparsa a causa di un cancro. Nello specifico viveva in un quartiere chiamato “La Farmacia”, e non certo per l’elevato standard di assistenza medica. Due sono le cose che imparò velocemente: schivare le pallottole e trovare un modo per andarsene.

Melo è il tipo che intuisce che nel basket avrebbe potuto fare “discretamente” solamente al terzo anno di high school, nonostante umiliasse già da rookie i ragazzi più esperti, tenendo una media di 23 punti, 10.3 rimbalzi e 3.7 assist a partita. Così come intuisce che l’occasione di lasciare la dodicesima città più pericolosa d’America si sarebbe presentata a breve. Infatti, nonostante mamma Martha lavorasse come segretaria per la Baltimore University, Carmelo optò per Syracuse quando gli venne offerta la possibilità dal college nello stato di New York.

Nonostante il roster di Syracuse non fosse di primissima fascia il suo rendimento fu sempre eccellente come il suo impegno. Su 35 partite fu 25 volte fu il miglior realizzatore, viaggiando sui 22.2 punti, 10 rimbalzi e 2.2 assists ad allacciata di scarpe. Al termine di quella stagione Carmelo Anthony guidò gli Orangeman alla vittoria del loro primo titolo NCAA della storia venendo eletto MVP delle Final Four. La decisione da prendere sembrò dunque scontata sia per lui che per tutti gli addetti ai lavori: partecipare al Draft 2003 (uno dei più ricchi di talento che si ricordi). Dietro alla prima scelta assoluta Lebron James e all’opinabile seconda chiamata Darko Milicic da parte dei Pistons, alla tre Melo venne selezionato dai Denver Nuggets, precedendo persino Dwayne Wade.

Carmelo Anthony è oro e nulla meno di ciò che è

8 anni in Colorado

Durante la sua prima stagione NBA riusci’, con il supporto della squadra, a raggiungere la qualificazione per la post-season andando ben oltre le aspettative di tifosi e dirigenza. Denver era da quasi 10 anni che non disputava una partita di playoff e, nonostante i Nuggets vengano eliminati al primo turno per mano dei Timberwolves (4-1), fu un notevole successo per il team del Colorado. Anthony chiuse la stagione con 21 punti, 6.1 rimbalzi e 2.8 assists a partita. Queste cifre, sommate al gigantesco passo in avanti fatti dai Nuggets grazie al suo arrivo, fecero sorgere svariate polemiche quando il premio di Rookie of The Year 2004 venne assegnato a LeBron James.

La stagione 2004/05 di Melo iniziò fra mille polemiche generate da tre fattori indipendenti. Il primo, la sua prestazione certamente non memorabile nel “Nightmare Team” che fallì alle Olimpiadi di Atene 2004 ottenendo solamente un bronzo. Il secondo legato alle difficoltà dei Nuggets, nonostante un’importante campagna acquisti e la crisi dei T-Wolves (principali rivali di Denver), di riuscire ad imporsi nella NorthWest Division. Il terzo e ultimo fattore rappresentato dalle sue condizioni di salute continuamente minate dagli infortuni alla caviglia. L’inversione di tendenza arrivò solamente nella pausa per l’All Star Game quando, dopo aver vinto l’MVP della partita fra Sophomore e Rookie, riuscì a trovare il giusto equilibro con il neocoach George Karl. I Nuggets tornarono nuovamente a disputare la post-season, tuttavia Denver dopo aver vinto la prima partita contro gli Spurs nelle successive quattro i texani spazzarono via la formazione del Colorado.

Questo fu il trend di Carmelo Anthony per tutta la sua permanenza a Denver. Ottime stagioni, condite anche da un secondo posto nella classifica dei migliori realizzatori dietro al solo Kobe Bryant, ma regolarmente schiantato in post-season, come neve che si scioglie al sole. Solamente la stagione 2008/2009, grazie anche all’innesto di Chauncey Billups, sembrò poter essere differente visto il raggiungimento delle finali della Western Conference. Tuttavia i Nuggets incrociarono i Lakers pronti per tornare al successo, e ancora una volta Carmelo dovette arrendersi all’evidenza: se vuole provare a vincere deve cambiare organizzazione e squadra.

Carmelo Anthony è oro e nulla meno di ciò che è

Melo nella Grande Mela

Statisticamente Melo è uno dei primi cinque dalla NBA, ma non è un giocatore franchigia, uno di quelli che ti fanno vincere quando serve e quando conta. Sarebbe necessario cambiare, affermarsi altrove, magari in un contesto che non ti consenta di trentelleggiare a piacimento ma che ti permetta di esaltare le tue doti all’interno di un progetto vincente di squadra. E secondo voi, invece, non finisce nell’unico posto al mondo che non ha nulla di tutto ciò? Nell’estate 2011 i New York Knicks lo accolgono a braccia aperte fiduciosi di poter costruire su di lui un team finalmente vincente dopo anni di delusioni e milioni di dollari scialacquati un po’ ovunque.

La scelta è perfettamente in linea con il Melo-pensiero. Ovvero in totale contrasto con quello che il buon senso dell’agonista suggerirebbe. Accetta la corte dei Knicks insieme a tanti bei dollaroni: 120 milioni per i successivi 5 anni. Ciò implica un ingombro totale del salary cap e addio alle residue speranze di costruire una squadra vincente. Il web non perdona nulla, e da “my city, my heart” a “my city, my wallet” il passo è breve. Breve come l’unico vero, momento di gloria vissuto nella Grande Mela. Il 24 gennaio 2014, infatti, Carmelo Anthony riscrive la sua storia personale, dei Knicks e del Madison Square Garden: 62 punti contro i Charlotte Bobcats. Rappresentano career high e nuovo record di punti segnati nell’Arena più famosa del mondo da un giocatore di basket, scalzando Kobe Bryant autore di 61punti il 2 febbraio 2009.

Carmelo Anthony è oro e nulla meno di ciò che è

Il Melo olimpionico

Occhio, però, a dipingerlo banalmente come uno dei tanti “perdenti di successo” del basket a stelle e strisce. Uno che vince quattro medaglie olimpiche, di cui tre d’oro consecutive, non può essere giudicato sulla base di una simile e superficiale lettura. Carmelo Anthony è oro e nulla meno dicevamo in apertura. Anche i successi a cinque cerchi sono figli di quella contraddittorietà di base che lo caratterizza. Normalmente le stelle NBA, dopo una logorante stagione da 82 partite più playoff, tendono a declinare la chiamata alle armi della madrepatria dopo una apparizione vincente ai giochi olimpici.

Melo c’è sempre, ed è felice di esserci: dal suo esordio tra i pro ha saltato solo i Mondiali del 2010 e del 2014, per il resto è sempre stato presente tra le fila a stelle e strisce. Ed è giusto, quindi, che nella storia della Nazionale della prima decade del terzo millennio, la firma in calce sia la sua. Con tanto di record nella partita dei record, quella contro la malcapitata Nigeria malmenata 156-73 a Londra 2012: 37 punti in 14 minuti con 10 su 12 da tre punti.

OKC, un tuono soffocato nella tempesta

Sin dalle ore successive alla chiusura della regular season 2016/2017, Carmelo Anthony chiese a più riprese di essere ceduto dai Knicks. Impresa piuttosto ardua per la dirigenza della Grande Mela vista e considerata la “no-trade clause” inclusa nel contratto di Melo con i New York. Questa consente di fatto al giocatore di invalidare qual si voglia trade lo avesse visto coinvolto in un’operazione con una franchigia non di suo gradimento. Un macigno decisamente pesante da gestire in sede di trattativa.

Anthony dovette fare un passo indietro e “accontentarsi” di approdare ad Oklahoma City, non la sua meta preferita a differenza di Huston che tuttavia non si mosse per accaparrarsi le sue prestazioni. Ai Thunder, orfani di Kevin Durant, va a comporre un Big Three interessante insieme a Russell Westbrook e il neo arrivo Paul George. Il lavoro di intermediazione che sia George che Westbrook hanno svolto nel convincere Melo ad accettare OKC, è esplicito dell’attitudine con cui i tre avrebbero dovuto convivere. È di fatto la prima volta che Anthony si ritrova a comporre un trio potenzialmente vincente, ma gli spazi e le armonie non sono fattori naturali, bensì aggiustamenti e compromessi difficilmente raggiungibili.

Carmelo Anthony è oro e nulla meno di ciò che è

“Sei disponibile a giocare da ‘4’? Ed, eventualmente, a partire dalla panchina?”. Domanda posta a inizio stagione da Erik Horne, beat writer dei Thunder per NewsOk. Risposta di Melo: “Who, me?”.

Con queste premesse, a posteriori, appare ovvio che il problema fosse rappresentato dal rapporto di Anthony con gli altri titolari. La sua nota abitudine a prendere continui isolamenti rendevano l’attacco di OKC lento e prevedibile. La percentuale da dietro l’arco dei tre punti, in crescita rispetto alle sue medie in carriera, non migliorarono la situazione, poiché arrivavano soprattutto dalla zona centrale del campo eliminando di fatto la spaziatura sui lati. La sua esperienza ai Thunder durerà una sola stagione.

Ultima chiamata per chiudere in campo

Gli ultimi due anni sono stati a dir poco tormentati per Carmelo Anthony che dopo essere stato tagliato da OKC approda a Huston dove non riesce però a trovare ritmo e sintonia con la squadra. Sono state sufficienti 10 partite perché i Rockets mettessero fuori squadra un Melo ormai scarico sotto tutti i punti di vista. Nel gennaio 2019 passa ai Bulls ma la franchigia di Chicago decide di tagliarlo in neppure due settimane, senza aver disputato neppure una singola partita allo United Centre. La parabola di uno straordinario giocatore offensivo sembra ormai giunta al termine. Nonostante ciò il suo status è ancora forte tra i giocatori simbolo nella lega, i quali a gran voce reclamano un suo ritorno per la stagione 2019/2020.

Alla fine ad averlo in squadra con loro saranno Damian Lillard e CJ McCollum, che già nell’estate del 2017 avevano provato in tutti i modi a corteggiare Melo sia privatamente che pubblicamente. Due anni e mezzo fa arrivare a uno come Anthony sembrava impossibile per una squadra come i Trailblazers. oggi invece è esattamente il contrario, con Carmelo che si è accontentato di un accordo non garantito al minimo salariale pur di avere una chance di chiudere la carriera come vuole lui e non come hanno voluto gli altri.

“Portland è arrivata in un momento cruciale della mia vita e della mia carriera. In quel momento avevo bisogno di lei, quello che stavo cercando, sia in campo che al di fuori di esso, era la città di Portland. Mi serviva avere questo tipo di spazio, questa quantità di tempo da spendere sul mio corpo e sulla mia salute. È stata davvero una grande occasione, capitata nel momento giusto, perciò ho fatto e farò di tutto per sfruttarla al meglio”.

Carmelo Anthony sarà in grado anche di togliersi l’ultima soddisfazione personale col premio di giocatore della settimana della Western Conference tra fine novembre e inizio dicembre 2019. Assegnatogli per aver concluso con 22.3 punti e 7.7 rimbalzi in 3 partite, aiutando Portland a vincere tre gare su tre. Quando la fiaccola sembrava potesse rinvigorirsi purtroppo il mondo, e la NBA con esso, si sono dovuti arrestare di fronte al virus Covid-19. Melo era tornato per chiudere in campo, come voleva lui. Adesso non sappiamo se sarà effettivamente così o meno. L’unica certezza è che oggi, nel giorno del suo 36esimo compleanno, Carmelo Anthony è oro e nulla meno.

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