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Allen Iverson is The Answer a molte domande

Allen Iverson is The Answer a molte domande. Inizialmente si guadagnò tale nickname quando gli addetti ai lavori cominciarono a interrogarsi su chi avrebbe potuto ereditare il testimone di Michael Jordan, ormai prossimo al ritiro. In seguito si comprese meglio che nessuno avrebbe mai potuto raccogliere la corona d’alloro di His Airness, sia per status che per grandezza. Le domande tuttavia si moltiplicarono negli anni, ma la risposta fu sempre una: Allen Iverson.

Puoi essere tra i migliori prospetti di football alla high school dell’intero panorama a stelle e strisce e diventare uno dei più grandi giocatori di basket di tutti i tempi? Sì, se sei Allen Iverson. Puoi essere coinvolto in una megarissa, finire in carcere e avere la forza di emergere ancora quando nessuno, tranne Coach Joe Thompson, avrebbe mai scommesso su di te? Sì, se sei Allen Iverson. Puoi dominare il gioco senza la dedizione negli allenamenti di Kobe o Tim Duncun, per non parlare di MJ, e criticare i giornalisti che chiedevano maggiore professionalità? Sì, se sei Allen Iverson. Puoi vincere il premio di MVP della regular season, portare i 76ers in finale, vincere per 4 volte la classifica marcatori dall’alto del tuo metro e 83 senza giocare “Smallball”, anzi, aggredendo il ferro? Sì, se sei Allen Iverson. E potremmo continuare a lungo a porci domande simili ottenendo la medesima risposta: sì, se sei Allen Iverson.

“Le risposte non vengono ogni qualvolta sono necessarie, come del resto succede spesse volte che il rimanere semplicemente ad aspettarle sia l’unica risposta possibile.”     Cit. Josè Saramago

Come nasce una risposta ad un quesito difficile

Allen Ezail Iverson nacque il 07/06/1975 a Hampton, Virginia. La sua famiglia appartiene al ghetto e ovviamente ne condivide la cultura insieme a tutti i problemi che ne conseguono. Sua madre, Ann, all’età di 15 anni si innamorò di un ragazzo del block, e presto ne rimase incinta. Questo adolescente rimase con lei fino al momento del parto, poi svanì nel nulla. Cosa abbastanza frequente nella cultura afroamericana, in cui il ruolo di matriarca (Big Mama) è piuttosto preponderante. Ann, tuttavia, ne era innamorata, così decise di chiamare il neonato come il padre: Allen. Nel quartiere il giovane Iverson era conosciuto da tutti come Bubbachuck. Cosa vuol dire?? Facile è l’unione dei nomi di due suoi zii.

Ann ebbe altre due figlie da Michael Freeman. Michael era un ragazzo che cercava di mantenere la famiglia come poteva, ma abbastanza sovente aveva guai con la legge e finiva in galera. Entrava ed usciva di prigione, fino a quando venne accusato e giudicato colpevole di omicidio e non ne uscì più. in quegli anni lo sport preferito del Allen era il football, anche se con gli amici si dedicava al baseball e al basket. Un giorno, mentre stava giocando a pallacanestro, sua madre si accorse dell’enorme talento del figlio e decise quindi di iscriverlo alla squadra locale di basket. Allen da principio non ne fu entusiasta perché considerava la pallacanestro troppo soft; in pratica uno sport da “femminucce”. Tuttavia, quando vide che agli allenamenti partecipavano quasi tutti i suoi compagni di Football cambiò idea e iniziò ad appassionarsi al pallone a spicchi.

Divenne presto famoso in tutti i Playground della città, in cui trascorreva buona parte del suo tempo libero. Quando non frequentava i campetti se ne stava in compagnia di Tony Clarck. Quest’ultimo era un ragazzo più grande di lui ed Iverson aveva preso a considerarlo un po’ come un fratello maggiore dal quale ottenere tante risposte sulla vita. Clarck da parte sua considerava Allen come un fratello minore e cercava di tenerlo fuori dai guai per quanto gli fosse possibile. Un giorno però trovarono Tony morto, assassinato dalla sua ragazza. Fu la prima volta che Iverson provò sulla sua pelle la dura vita del ghetto, dove perdere amici o parenti è una cosa all’ordine del giorno.

Football, Basket o galera?

Intanto che gli anni andavano avanti si iscrisse alla Bethel High School di Hampton, dove oltre a diventare la guardia titolare della squadra di basket fu quarterback in quella di football. Iniziò a diventare famoso in tutta la città in brevissimo tempo, lasciando di stucco per esplosività e velocità chiunque lo vedesse. All’età di 15 anni Allen partecipò ad un camp di Basket ad Indianapolis dove venne nominato MVP della manifestazione entrando immediatamente nei radar degli Scout. I primi risultati sportivi veramente importanti li ottenne tuttavia quando guidò a 16 anni la squadra di football e quella di basket al titolo statale.

Allen Iverson the ansewr a molte domande

La gioia durò poco. Per festeggiare il bis di vittorie, lui e i suoi amici andarono in un Bowling per fare baldoria, ma incontrarono un paio di ragazzi bianchi che dopo un paio di insulti passarono alle mani. Scoppiò una megarissa nel locale. Arrivata la polizia e sedata la baruffa, Allen Iverson fu arrestato insieme ad altre quattro persone con l’accusa di aver incitato la rissa e tirato una sedia in testa ad una ragazza. Sull’esecuzione del processo ci sono ancora dubbi oggi, infatti dal video delle telecamere del Bowling non si vede nessuna seggiola volare, anzi, Allen si vede solo all’inizio dell’inquadratura e poi non si vede più. Anche i testimoni cambiarono un paio di versioni prima di accusarlo. Fatto sta che gli unici ad essere arrestati furono dei ragazzi di colore, e in tribunale il giudice tirò fuori una vecchia legge razziale che li condannò a 15 anni di carcere. Si ricorse all’appello e, fortunatamente per Iverson e gli altri quattro ragazzi afroamericani, trovarono un giudice di colore che tramutò la pena in 4 mesi.

Allen Iverson scontò i suoi quattro mesi al Newport News Correctional Facilities dove trovò parte della sua comunità originaria, poiché la sua famiglia era nota in questi ambienti. C’era chi conosceva il vero padre, Allen, oppure il secondo padre, Michael Freeman, e quindi fu il benvenuto e protetto fra i carcerati. Lui usò questo tempo per riflettere sulla sua vita e su quali fossero le decisioni da prendere una volta fuori.

“Ho dovuto sfruttare l’esperienza del carcere come qualcosa di positivo. Andare in prigione e mostrare delle debolezze fa sì che tutti gli altri ti prendano di mira. Non ho mai mostrato alcuna debolezza. Ho continuato ad essere forte fino a quando non sono uscito”.

La svolta con Coach Thompson

Durante il discorso di introduzione nella Hall of Fame del 2016 Allen Iverson ha descritto perfettamente cosa abbia rappresentato Coach Thompson per lui. Le lacrime trattenute con difficoltà, la voce spezzata nel ricordo di quel momento che gli ha definitivamente cambiato la vita e il linguaggio del corpo, mai così umile per A.I, nei confronti del suo mentore. Tutte queste cose vanno al di là dello sport. È il sincero ringraziamento di un essere umano ad un altro, che nel momento più buio ha voluto tendere una mano, credendoci fino in fondo e attendendosi una risposta, che ovviamente Allen non tradì.

«Voglio ringraziare… Coach Thompson… Coach Thompson, per avermi salvato la vita e per avermi dato un’opportunità. Alla high school tutte le scuole del paese mi volevano come giocatore di football e basket. E a causa di un incidente capitato allora tutte si tirarono indietro. Nessun altra squadra, nessun altra scuola mi avrebbe selezionato. Mia mamma andò a Georgetown e lo supplicò di darmi una possibilità. E lo ha fatto».

Un ragazzo complicato a cui qualcuno ha offerto una possibilità, trasformandolo in un atleta straordinario, che nel momento più emozionante di una carriera, grazie alla riconoscenza e alla gratitudine, è diventato un uomo completo. Tra il pubblico in sala luccicano come rugiada al mattino gli occhi da anziano di coach Thompson, immobili fra lo stupore e l’orgoglio, ipnotizzati a guardare il suo ragazzo diventato uomo.

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Prima scelta assoluta al Draft 1996

Nel suo anno da Freshman fu nominato Big East Rookie of the Year e Difensore dell’anno. Le sue cifre furono di 20.4 punti, 4.5 assist e 3.3 rimbalzi. L’anno seguente oltre ad essere nuovamente difensore dell’anno venne inserito nel primo quintetto All America, chiudendo con 25 punti, 3.8 rimbalzi, 4.7 assist e 3.35 palle rubate ad allacciata di scarpe. Finito l’anno da Sophomore parlò con Coach Thompson, ed insieme decisero che era giunta l’ora di passare tra i professionisti, soprattutto per la disastrosa situazione finanziaria in cui si trovava la famiglia Allen. Fu il primo giocatore della storia di GerogeTown a lasciare il college prima dei quattro anni. Si rese eleggibile per il Draft 1996 e fu chiamato come prima scelta assoluta dai Philadelphia 76ers.

Nel suo primo anno di NBA venne impiegato come playmaker, così da lasciare come guardia Jerry Stackhouse. Nonostante la situazione dei 76ers in classifica non cambiò di molto lui chiuse con 23.5 punti, 7.5 assasti e 4.1 rimbalzi. Divenne il primo rookie a segnare 40 punti in cinque gare consecutive, di cui la quinta chiusa a 50, nonchè il secondo giocatore più giovane della storia a toccare quota 50 e venne nominato Rookie Of The Year. Al suo primo incontro con Jordan, in occasione dell’All Star Weekend 1997, in cui Allen Iverson era impegnato nella partita tra rookie e sophomore, le prime 5 parole che MJ gli rivolse quel giorno furono: «Come va, stronzetto?». Non rispose nulla. Poi un’altra volta, quando gli disse di essere un suo fan, e lui gli rispose ridendo che non era così tanto suo fan quando gli fece quel famoso crossover. Il riferimento è all’iconico crossover col quale Allen disorientò Jordan in marcatura stretta su di lui durante il suo primo anno in NBA.

(Fonte: ESPN, YouTube)

Allen e Larry, un rapporto di amore e odio

Negli anni successivi ebbe un rapporto di amore e odio con coach Larry Brown. Subito sembrava che le cose fra i due sarebbero andate bene perché Brown spostò Iverson da play a guardia pura in modo da sfruttare le sue potenzialità al massimo. Tuttavia in seguito la situazione degenerò a causa della forte etica del lavoro di coach Brown, e più di una volta Allen chiese di essere ceduto. Nel 2000 i rapporti fra Iverson e Coach parvero essere irrimediabili e la dirigenza aveva già organizzato uno scambio con i Clippers.

Tuttavia all’ultimo minuto Larry rifiutò per dare un’ultima chance ad A.I. Quando venne a sapere del rischio di finire in una squadra di basso livello come gli allora L.A. Clippers si avvicinò di più alle richieste di Brown e decise di seguire maggiormente gli insegnamenti del Coach. Quest’ultimo dal canto suo cercò di essere più amico di tutta la squadra. I risultati furono straordinari. The Answer oltre a guidare la classifica marcatori, 31.1 punti per partita, fu anche MVP del All Star Game e MVP della regular season.

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Nei Playoff 2000-01 dopo aver eliminato i Pacers passarono sui Raptors (4-3) e Bucks (4-3) per giungere in Finale. Dall’altra parte i Lakers, di Shaq e Kobe, avevano fatto fuori tutto l’ovest senza perdere nemmeno una partita, quindi ci si aspettava che Philadelphia sarebbe crollata 4-0. Ma in Gara 1, allo Staples Centre di Los Angeles, Allen e tutti i 76ers tirarono fuori il loro enorme cuore per battere i campioni in carica e dimostrarono che se erano arrivati lì non era certo per caso. In quella partita Nelle successive 4 gare lottarono fino all’ultimo ma vinsero sempre i Lakers. Probabilmente questa partita viene ricordata come una delle più grandi prestazioni mai realizzate in una gara valevole per la vittoria del titolo. Allen Iverson mostrò ancora una volta al mondo intero, se mai ce ne fosse stato bisogno, le sue immense qualità. Fece registrare la bellezza di 6 assist, 5 palle rubate e 48 punti, 7 dei quali li mise a segno consecutivamente nell’overtime che sancì la vittoria dei 76ers 105 a 107. L’apogeo di The Answer.

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La risposta è nei numeri

1: è il numero di volte che Iverson fu nominato MVP della regular season, nonché le finali da lui disputate.

2: è il numero di volte in cui venne scelto come MVP dell’All Star Game, quando nonostante lo spettacolo si teneva a vincere quella partita. Per orgoglio e nulla più. E proprio per questo motivo A.I. fu sempre tra i protagonisti.

3: il suo numero. Indossato per tutta la sua permanenza sul parquet, tranne che per una piccola parentesi a Detroit nella stagione 2008/09. Vestita da tutti i suoi fan in giro per il mondo, anche da chi non conosceva bene il gioco ma apprezzava lo stile di Allen, fatto di treccine, tatuaggi e Hip-Hop.

3: è il numero di volte in cui è stato il miglior rubapalloni della lega, confermando la sua vecchia attitudine a giocare a football.

4: è il numero di volte che ha conquistato la classifica marcatori in 14 anni in NBA.

5: è il numero di partite consecutive in cui abbia segnato 40 o più punti da rookie, record ancora imbattuto.

7: è il numero di volte in cui è stato selezionato negli All NBA Teams. Primo quintetto nel 1999, 2001, 2005; Secondo quintetto nel 2000, 2002, 2003; terzo quintetto nel 2006.

8: è il numero di volte in cui è stato il giocatore con più minuti a partita giocati in regular season.

9: è il suo massimo di palle rubate in regular season, due volte.

10: è il numero di palle rubate in una gara di Playoff, record ancora imbattuto.

11+1: convocazioni per l’All Star Game, più un’apparizione al Rising Stars.

14: è il numero di stagioni giocate tra i professionisti nella NBA.

16: è il suo numero massimo di assists distribuiti in una partita, due volte.

60: è il suo numero massimo di punti realizzati in una partita.

75: è il numero dei suoi chilogrammi.

183: è il numero di centimetri dalla testa ai piedi di Allen Iverson.

Un piccoletto di nemmeno 80 kg che aggrediva le difese nel pitturato, schiacciando in testa a chicchesia, spezzando le caviglie dei difensori con il suo “Killer Crossover” e portando il suo spirito da ghetto tra i pro. Alla domanda si può dominare il gioco sotto l’uno e 85 e non essere un giocatore di Smallball: Allen Iverson is The Answer.

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