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#ItaliaGermania4a3

Ci sono partite e partite. Poi c’è la partita, quella per eccellenza. Non a caso è conosciuta come la “partita del secolo” (Jahrhundertspiel in tedesco, Partido del siglo in spagnolo, in inglese Game of the Century). Stiamo parlando di #ItaliaGermania4a3, se all’epoca ci fosse stato Twitter questo hashtag avrebbe fatto crollare la piattaforma, perché in Italia, proprio come un cinguettio, chiunque non poteva fare a meno di ripeterlo “ItaliaGermania4a3”, è stata una cantilena ripetuta per anni. È stata più di una semplice partita di calcio. È stata un evento che ha segnato il nostro passato (inteso come quello collettivo di una Nazione) e che ancora oggi continua a influenzare il nostro presente, ad essere presente.

#ItaliaGermania4a3
Targa commemorativa posta all’esterno dello stadio Azteca

La testimonianza e nei libri, non c’è singola partita al mondo che abbia ispirato la letteratura più di #ItaliaGermania4a3. Sugli scaffali delle librerie, tra le pagine, i tempi supplementari più sensazionali della storia del calcio sono giocati ancora a cinquant’anni di distanza. Ancora nuovi autori sentono la necessità di scrivere di quella notte, nuovi lettori il bisogno di provare quelle emozioni come se fossero sconosciute, come se quei fatti dovessero accadere o stessero per farlo.

Se ne parla ne’ La partita del secolo” di Nando Dalla Chiesa, ne’ “La partita del secolo. Storia di miti e protagonisti d’Italia-Germania 4 a 3” di Riccardo Cucchi, in “4 a 3. Italia-Germania 1970, la partita del secolo” di Maurizio Crosetti, poi in “Quattro a tre” di Riccardo Brambilla e Alberto Facchinetti e, infine, in “Messico e Cagliari” di Fabrizio Càlzia.

17 giugno 1970

“Perché?” vi chiederete. Eppure la storia è nota. Si, ma è veramente storia. L’incontro omerico si giocò il 17 giugno 1970 allo Stadio Azteca di Città del Messico, si trattava della semifinale del nono campionato mondiale di calcio. Una di fronte all’altra si trovavano Italia e Germania Ovest. Neanche a dirlo, i tedeschi erano strafavoriti, lo sono quasi sempre stati prima di sfidarci [lo erano anche in Cile nel 1962, quando l’Italia e la Germania si incontrarono per la prima volta nella storia in un torneo mondiale (finì zero a zero)].

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Un’immagine della battaglia di Santiago, partita tra Italia e Cile nel 62′, considerata tra le più violente nella storia del calcio.

Gli azzurri arrivavano a quella sfida sotto una pioggia infinita di critiche, perché l’avventura messicana non era partita col piede giusto, il girone eliminatorio venne superato nonostante due pareggi a reti inviolate contro Uruguay e Israele, e ai quarti (contro il Messico sconfitto 4 a 1) era restituito lo stesso valore di un’amichevole.

In verità i giornalisti massacravano la squadra per un motivo ben preciso, ritenevano i giocatori colpevoli delle sconfitte del 1962 e, soprattutto, del 1966 al mondiale inglese, quando la Corea, battendoci per 1 a 0 con il gol di un tipografo (tale Pak Doo Ik), scrisse la pagina più ridicola della nostra storia calcistica.

Poi, c’era la “staffetta” tra l’interista Sandro Mazzola e il milanista Gianni Rivera ideata da Valcareggi per per utilizzare i due “10” azzurri, che non andava a bene a nessuno, per un motivo o per l’altro, e che minava la stessa tranquillità del gruppo.

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Mazzola e Rivera i “due” 10.

I tedeschi, dal loro canto, si presentavano tranquilli e fieri come da ordinanza. Avevano stravinto il girone eliminatorio, e messo su una mezza impresa ai quarti, battendo per la prima volta nella loro storia gli inglesi campioni in carica, ribaltando un 0-2 che resisteva fino a venti minuti dalla fine dei tempi regolamentari.

La partita (nei tempi regolamentari)

Invece che raccontare lo svolgimento del match, per gli amanti del calcio potremmo semplicemente dire Boninsegna, Schnellinger, Muller, Burgninch, Riva, ancora Muller, e poi Rivera. Questa sequenza così delineata non la dimenticherà mai nessuno. Sono i sette gol, cinque dei quali arrivati in maniera rocambolesca, che hanno reso questa sfida eterna e, allo stesso tempo, attuale e significativa. Hanno fatto il calcio, perché è calcio vero quando si fa epica.

Si scese in campo alle 16 messicane. Il piano degli azzurri era chiaro alle 16 e 01′: scongiurare gli attacchi avversari e ripartire in contropiede. Alle 16 e 08′ quel piano diventò una missione, perché Boninsegna, che a quel Mondiale non doveva nemmeno esserci, dopo aver ricevuto da Riva, con una botta delle sue superò Sepp Maier: uno a zero per gli azzurri. È la prima rete di #ItaliaGermania4a3.

“Il centravanti titolare era Pietro Anastasi che, il giorno della partenza per il Messico, venne operato. io ricevetti una strana telefonata dalla FIGC, in cui mi si diceva di preparare la valigia e di presentarmi a Roma, da dove sarei partito per il Messico. Vado a letto e, la mattina dopo, mi sembra d’aver sognato, tant’è che chiedo a mia moglie la conferma di quel colloquio telefonico. Col ct Valcareggi per me sarebbe stata dura. Infatti, andai al Mondiale, grazie al malore di Anastasi.”

Per i restanti ottanta di minuti lo spettacolo si fece attendere come Godot, o, proprio come lui, non si presentò affatto. Se storia fu la dobbiamo a Karl-Heinz Schnellinger, al quale, probabilmente, come dice il nostro amico Darwin Pastorin, andrebbe dedicata una via. Se quell’elegante, forte e biondissimo terzino del Milan non avesse segnato la sua prima rete in quarantasette partite con la Nazionale, non avesse segnato la rete del pareggio al 91esimo, non avremmo un bel niente da ricordare e rivivere. Per qualcuno senza la fatica dei supplementari avremmo un Mondiale in più, ma questa è un’altra storia, perché non ci sarebbe stata la partita del secolo, non avremmo assistito all’appendice più significativa della storia del calcio.

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Karl-Heinz Schnellinger in maglia rossonera insieme a Rivera, stagione 1968-69.

I supplementari del secolo

Il fischio di Yamasaki per la ripresa dopo i tempi regolamentari non decretò soltanto l’inizio dei supplementari, ma, soprattutto, delle emozioni. Al minuto 94′ Poletti sbagliò e, se c’era uno fenomenale a sfruttare gli errori, quello era Gerd Müller, che non esitò un secondo a punirci e a portare i suoi in vantaggio. L’incubo poteva materializzarsi: essere davanti fino alla fine, subire il pareggio e, poi, addirittura la ribalta.

Bisognava non avere paura e Tarcisio Burgnich nella sua carriera non ne aveva mai avuta, se di spada ferisci di spada perisci: al 98′ Uwe Seeler rinvia debole e il nerazzurro gliela fa pagare. Si è ancora in parità. I battiti del cuore aumentano il loro giro. Ad un minuto dalla fine del primo tempo supplementare il fresco campione d’Italia Gigi Riva si mette in proprio, assolo in contropiede e gol, è un rombo di tuono. L’Italia è di nuovo in vantaggio.

Per distendersi, però, non c’è tempo, non è la giornata adatta. Al 5′ del secondo tempo supplementare, sugli sviluppi di un calcio d’angolo, Seeler la spizza, Rivera crede che la palla sia fuori portata e non si preoccupa del pericolo numero uno: Gerd “il Torpedo”, il quale ne approfitta senza farselo dire due volte. Albertosi ne dice, invece, di tutti i colori al Golden Boy, massacrato anche dalla penna di Gianni Brera.

“Effettivamente Rivera va tolto dalla difesa. Io non ce l’ ho affatto con il biondo e gentile Rivera, maledetti: io non posso vedere il calcio a rovescio: sono pagato per fare questo mestiere. Vi siete accorti o no del disastro che Rivera ha propiziato nel secondo tempo?”

Il pensiero vola ai rigori o peggio ancora ad una disfatta che si consumerà negli ultimi minuti come vorrebbe il copione della miglior tragedia alla quale assistere. Ma non è giornata da copione, da regole. Passano sessanta secondi, il tempo di rompere il minuto con undici passaggi, e la palla finisce tra i piedi, o meglio sul piatto, di chi ha qualcosa da farsi perdonare.

Riverarretee! Rivera ancora, quattro a tre! 4-3, gol di Rivera! Che meravigliosa partita, ascoltatori italiani!
Nando Martellini

Finì lì. #ItaliaGermania4a3. Gli azzurri raggiungevano una finale che rincorrevano da trentadue anni, una finale che avrebbero perso, eppure avevano conquistato un trofeo più importante: gli italiani.

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L’indimenticabile Nando Martellini, che con la sua voce raccontò l’impresa del secolo agli italiani.

Gli italiani

Il triplice fischio non decretò la fine di una partita o l’accesso ad una finale, si chiudeva una delle pagine più importanti del Novecento calcistico e della nostra storia come popolo. Notate bene, non come tifosi, come popolo.

Se #ItaliaGermania4a3 resta la partita di cui ancora si scrive, della quale ancora si giocano i supplementari, dopo cinquant’anni, lo dobbiamo all’impatto culturale scatenato da quella vittoria, al modo in cui è arrivata quella vittoria. Se i critici rimasero delusi perché la tattica lasciò il posto all’agonismo puro, i comuni mortali (noi italiani) non potemmo fare a meno di notare la manifestazione più concreta possibile dello spirito del tempo: il sentimento popolare predominante che soffia sul calcio.

Erano gli anni 70′ si giocava si sul campo verde (meraviglioso Azteca) ma anche su quello sociale e storico. I ragazzi azzurri non solo battono la Germania ma fanno la rivoluzione, era quello che volevamo vedere, era quello che volevamo fare. Il gioco all’italiana viene abbandonato, soverchiato, da un collettivo che va contro il sistema. In quel collettivo si rivedono tutti. Nelle facce di Rivera, Riva, Boninsegna, Mazzola, Albertosi, Facchetti vediamo le nostre. Siamo noi a combattere contro qualcosa di più grande e vincere.

“Comincia e finisce qualcosa di grosso per tutti, quel 17 giugno 1970. Le vite si sciolgono nella fornace che divampando crea nuove forme tra fiamme e scintille, qualcosa muore, qualcosa nasce”.
Maurizio Crosetti, “4 a 3. Italia-Germania 1970, la partita del secolo”

Riconoscersi in una Nazionale

Ecco perché #ItaliaGermania4a3 non è stata una semplice partita di calcio ma “la” partita di calcio. La partita del secolo. Non una Nazionale ma un popolo. Ne scriviamo e ne parliamo perché ne sentiamo ancora semplicemente e disperatamente il bisogno.

Il bisogno di riconoscersi in una Nazionale, di attestarci, di prenderci la rivincita attraverso essa. E, forse, per quanto la vita possa essere ingiusta, il tempo, che ci ha dominato come un tiranno invisibile, sembra volerci dire che si mostrerà ancora a noi per lasciarsi interpretare, sopraffare come poche volte ci concede.

Il 2020 è stato un anno doloroso, durante il quale le troppe perdite hanno nutrito la nostra sete di rivalsa collettiva, una sete che può essere soddisfatta da una Nazionale, come quella di Mancini. Un gruppo di ragazzi che può portare sul prato la nostra forza di reazione e avere su di noi un effetto paragonabile ad #ItaliaGermania4a3.

I nuovi azzurri che interpretano il nostro nuovo spirito, capaci di regalare emozioni che non hanno nulla a che fare col calcio ma con l’epica e la morale. Per ripartire basta una notte in cui non è il mondo che schiaccia noi ma siamo noi a farlo.

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