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Illusione Aquilani, un genio incompiuto

Estate 2003. Chiellini, Lodi, Pazzini, ma soprattutto lui, Alberto Aquilani. Nell’Italia U19 campione d’Europa si erge con prepotenza la figura di un ragazzino, esile quanto fugace nelle movenze, capace di impressionare tutti con la propria qualità.

La Roma se ne innamora

Alberto sembra uno di quei calciatori che al primo sguardo ti fa innamorare di sé, tali le sue capacità nel rapire il pubblico, complici la sua grazie e il suo stile sopraffino, delle gesta semplici ed efficaci, che un appassionato coglie subito.

Chi è abile a scorgere subito il suo talento è la Roma, che dopo averlo visto maturare nel settore giovanile, decide di lanciarlo nel calcio che conta il 10 maggio 2003, in un Olimpico gremito, facendolo subentrare contro il Torino.

Del ragazzino longilineo nato e cresciuto nella capitale si parla subito. Folgorano le sue abilità palla al piede e la sua sapienza nel gestione della sfera, unicum per un diciottenne, ma già in grado di creare gioco come un veterano.
Tutti i tifosi giallorossi e non solo scorgono subito il suo talento, tanto da affibbiare alla sua figura un vasto clamore mediatico, non affatto semplice da amministrare per chi, ha fatto da poco il suo esordio in serie A.

Gli inizi di Alberto

La Roma, nel elitè del calcio italiano, porge al gioiello del settore giovanile la possibilità di farsi le ossa in Serie B: la Triestina crede in lui e lo acquista per una stagione.
Nel capoluogo friulano, le giocate di Alberto non passano più inosservate, tanto che le sirene proveniente dall’estero rischiano di distrarre il ragazzo.

Tuttavia, il classe 84’, ha la Roma nel destino, un amore per la propria città ed un attaccamento alla maglia che non verrà mai del tutto riconosciuto, pur essendo stato per diversi anni la variabile della carriera. Quest’ultima, ha visto passare treni importanti sin da subito, tradotti in ingenti offerte rifiutate, per divenire una bandiera della propria città, assieme a Totti, il cui rapporto è stato contraddistinto da grande rispetto.

Finita l’esperienza a Trieste, nella quale Alberto raccoglie 44 gettoni da titolari e ben 4 reti, e dopo aver conquistato con la propria leadership l’Europeo u19, torna nella capitale sponda giallorossa pronto a conquistare la tifoseria.

Il principino

Proprio la sua gente lo soprannomina “il Principino”, viste le somiglianze fisiche con Giuseppe Giannini, altro calciatore devoto alla maglia capitolina, simbolo del club.
Insomma il destino del neo 19enne sembra scritto, un futuro con la Lupa pronto a ricalcare le orme dei migliori, come immaginato da diversi appassionati.
Non a caso, nella prima stagione da protagonista, ha già conquistato tutti, e Capello stravede per lui, ne resta alibito sin da subito.

L’avventura a Roma: dall’apogeo agli infortuni

Nella stagione 2004/2005 trova in diverse occasioni la via del campo, convincendo l’ambiente, ed illuminando la regia con diversi palloni d’autore.
Tocco sopraffino, genio intellettuale, e qualità fuori dal comune, insomma la carriera di Aquilani si sta sviluppando nel migliore dei modi.
Ancora giovane ed acerbo in alcune situazioni, riesce comunque a dimostrarsi già pronto alla Serie A, campionato ultra competitivo, nel quale la sua compagine svolge un ruolo da protagonista.

Nel 2005/2006 accresce il proprio rendimento, aumentando il minutaggio, sino alla prima rete con la squadra che lo ha visto crescere: nella vittoria esterna al San Paolo contro il Napoli 0-3, si mette in mostra con un grandissimo inserimento, che lo porta a depositare in rete un tap-in invitante.
L’esultanza dimostra l’attaccamento alla maglia, un esplosione di gioia che ora può definitivamente sfociare. Alberto ha conquistato la piazza.
Nel corso dell’annata disputa 24 partite, la maggior parte delle quali da leader indiscusso del centrocampo, e sigla tre marcature.
Oramai è chiaro un concetto, che riecheggia a ripetizione: Alberto è pronto ad esplodere, a trovare la propria consacrazione su livelli sempre più elevati.

Degno dei grandi

D’altronde, come già messo in mostra, la zona nevralgica del gioco è sua, e quando parte da titolare, la fa da padrone.
Carisma e leadership paragonabili a sfrontatezza, che essa non sono. Bensi, la consapevolezza nei propri mezzi del 21enne azzurro è enorme, qualità degna dei grandi.

La stagione 2006/2007 si apre nel migliore dei modi: doppietta in Supercoppa all’Inter che consegna la vittoria alla banda guidata da Spalletti.
La scena è tutta sua, e le giocate del “Principino”, inaugurano la gestione del nuovo tecnico, che lo stima ed è pronto a far giungere l’apice alle sue qualità.
Alberto si è preso il centrocampo, oramai ne è il direttore generale, lo guida con maestosità e sapienza, è il caposaldo indiscusso della manovra corale, che la maggior parte delle volte si porge sui suoi piedi, in cerca di un invenzione. Lui, 21enne consapevole, ammalia, si fa guardare.

L’inizio di campionato è la rappresentazione pratica dei mezzi che possiede, continua a realizzare goal ed assist.
Ad impressionare l’Olimpo del calcio, è un assist di rabona contro il Milan, a San Siro, per il compagno Totti, decisivo per la vittoria. Quell’attimo lo consacra nel gotha del pallone, lo porta a sedersi al tavolo con i campioni affermati. San Siro, d’altronde, è lo stadio delle grandi occasioni, quello per eccellenza, che ti consacra maestosamente ai migliori.
Da quel giorno, aumentano le aspettative, consci che da quei piedi può sfociare una magia, un qualcosa oer il quale vale la pena pagare il prezzo del biglietto.

Gli infortuni

L’ascesa magica, tanto auspicata, continua inesauribile sino al 25 novembre 2006, quando, un contrasto in allenamento con il compagno Taddei, sancisce l’inizio della fine.
Lo scontro è durissimo, e la diagnosi è allarmante: lesione al ginocchio destro che lo terrà lontano dai campi sino alla conclusione dell’annata.
Il colpo è durissimo, una ferita inaspettata che giunge nel miglior momento della carriera, difficile da digerire mentalmente e soprattutto fisicamente.

Ciò nonostante, la sua enorme classe non si spegne: torna disponibile per l’inizio del torneo successivo e marchia, nelle prime due giornate, due reti d’antologia, con conclusioni poderose.
Sembra l’inizio di un altro capitolo glorioso dell’ancora giovane carriera, ma il prologo della vicenda, in questa circostanza, sarà ancora più amaro: 2 ottobre 2007, sfida di Champions contro il Manchester United, di fronte al proprio pubblico.
Durante il corso della partita, una lesione muscolare improvvisa, lo costringe alla sostituzione: il verdetto che emerge dagli studi medici è allarmante, ed espone un quadro assai negativo, altri quattro mesi di stop.

Il ritorno in campo, in tale circostanza, si dimostra più complicato: Aquilani non riesce a ritrovare la forma, e l’aspetto mentale lo tradisce ancor di più.
“Il Principino” ha perso la fiducia, non è in grado di fornire le gesta già esibite in precedenza. Qualcosa, all’interno della sua mente si è spezzato, è venuta a mancare la sua gestione, l’acume tattico che lo ha da sempre contraddistinto.

Liverpool, Juventus, Milan, Fiorentina: la seconda parte di carriera

L’esperienza capitolina si concluderà nel 2009, al termine dell’ennesima stagione ricca di problemi fisici e segnata da un evidente di prestazione.

A credere in lui nel 2010 è il Liverpool: il club inglese gli propone un progetto allettante, un nuovo inizio. Aquilani, la cui figura è da sempre legata ai giallorossi, vacilla. Intravede la possibilità di cancellare gli ultimi due anni, segnati da insoddisfazioni, per ricominciare.
La favola iniziata in giovanissima età si spezza, racconta un esito negativo di una storia iniziata nel migliore dei modi.
L’avventura inglese si rivelerà un autentico flop, e come dichiarato dal giocatore, uno scossone psicologico ancora negativo.

Il calcio espresso dai Reds mal si concilia con le sue esigenze, e ben presto, il progetto tecnico lo chiama fuori. Le presenze, nella turbolenta avventura inglese, saranno 26, la maggior parte da subentrato, senza lasciare il segno.
L’ambiente non lo perdona, lo fischia. Dagli spalti si sollevano segnali di dissapore, differenti dal conclamato colpaccio per rilanciare il Liverpool.
Gli inglesi lo abbandonano, non credono più in lui. L’aspetto mentale, da sempre il suo quid per formarsi, si è trasformato nella sua peggior debolezza: la fragilità.

Alberto ritorna deluso nel Belpaese, in cerca di nuovi stimoli: Juventus e Milan credono in lui, ma le sue prestazioni sono a corrente alternata.
Seppur in due stagioni totalizzi 55 presenze, non lascia il segno di sé: meno protagonista del gioco, timido nell’impostare, e sommerso dalle pressioni.

Nel 2012, la Fiorentina lo chiama, in cerca di una ricostruzione per puntare all’Europa, in una campagna acquisti faraonica, nella quale spicca anche Mario Gomez.
La Viola, guidata da Prandelli, rende Aquilani il fulcro del gioco, un faro, ricreando in lui la centralità acquisita alla Roma e persa nelle avventure successive.
Il rapporto con l’allenatore è ottimale, e nelle tre stagioni vissute in Toscana, riesce parzialmente a ritrovarsi: disputa 81 partite nelle quali va a segno in 13 occasioni.
Conclusa l’avventura gigliata, la sua carriera sembra arrivata al culmine: delude al Pescara neopromosso e ottiene poco spazio al Sassuolo.

La fine di un sogno

Il momento del ritiro arriva nel 2018, al Las Palmas, club spagnolo nel quale dice addio al calcio giocato.
Nel giorno del suo 36esimo compleanno, ricordiamo un talento sfortunato, la cui sorte è stata segnata dai troppi infortuni subiti.
Un talento naturale, un genio intravisto poche volte su un rettangolo verde, e spezzato da episodi sfavorevoli, immeritati, che ci hanno tolto la possibilità di osservare la realizzazione di colui che aveva doti superiori rispetto a chiunque altro.
Non sarai un incompiuto, ti ricorderemo come un genio al quale è stata tolta la possibilità di esprimersi.
Ci hai deliziati, hai perseguito ideali genuini.
Auguri Alberto.

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