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Credere in Zapata

Nelle ultime settimane la voce è una sola: il Napoli è alla ricerca di un attaccante di peso, e il nome che va per la maggiore nelle ultime ore è quello di Victor Osihmen.

Dal 2016, gli azzurri, infatti, girano su due unici centravanti: Mertens e Milik. Il belga si è scoperto punta sotto l’epopea Sarri ed ha fatto la fortuna della squadra (oltre che sua). Il polacco invece, tra lunghi infortuni e discontinuità, non è riuscito a raccogliere l’eredità di Higuain ed non ha inciso così come si aspettava: 37 reti in campionato in 4 anni sono pochi per una società che punta in alto.

Ecco, allora che la necessità di un numero 9 diviene un’ossessione mai placata: Gabbiadini si adatta ma è un pesce fuor d’acqua, Pavoletti colleziona 6 presenze e 0 gol, l’acquisto di Llorente non porta benefici e Hirving Lozano fallisce da punta nell’esperienza ancelottiana. 

Non credere in Duvan Zapata

Eppure nel 2015 in panchina sedeva un calciatore che piaceva a tanti tifosi ma nel quale nessuno ha creduto: Duván Zapata. 

Il colombiano non era tra i preferiti di Rafael Benítez: 16 presenze in campionato e 5 gol nel primo anno, 21 presenze e 6 gol nel secondo. La politica dell’ex allenatore del Napoli, che tanto amava il turnover, era di lanciare in campo Duván solo nei minuti finali.

Il ragazzo, infatti, nella sua prima stagione azzurra gioca solamente due volte l’intera partita, e le statistiche sono importanti: 3 gol e un assist, contro Samp ed Hellas Verona. I minuti totali in campo, nel primo anno, sono 568: la media gol/assist di Zapata è di uno ogni 81 minuti. Similmente, nel secondo anno totalizza 613 minuti: insomma è protagonista ogni 87’, con una rete o un passaggio chiave. 

I numeri parlano chiaro ed il talento è evidente: il calciatore correva, faceva a sportellate con i difensori avversari e creava non poche difficoltà a chi doveva marcarlo. Proprio il fisico massiccio, caratteristica primaria di Zapata, la potenza e la precisione del tiro, ma anche l’abilità nel gioco aereo, avevano convinto ADL a strapparlo all’Estudiantes e a portarlo sotto l’ombra del Vesuvio.

É Sarri a cambiargli la carriera

La stagione 2015/16 vede un cambio di gestione in panchina: al Napoli arriva Maurizio Sarri. Morale della favola? Il colombiano non rientra nei piani del tecnico toscano, tant’è che Zapata non gioca mai nel “nuovo” Napoli e passa in prestito all’Udinese, la sua carriera è al punto di svolta: segna 19 gol in due anni, non tanti ma comincia a vedere di più il campo.

Nell’agosto 2017 si trasferisce alla Sampdoria, in prestito con obbligo di riscatto, e realizza 11 reti. Passa un anno e vola a Bergamo all’Atalanta, in prestito biennale per 12 milioni di euro, con diritto di riscatto fissato a 14 milioni. Duván esplode: 23 gol in 37 partite. 

Due anni dopo si ritrova ad essere il perno dell’attacco atalantino, e con Ilicic e Gomez compone una perfetta macchina da gol. Nella sua piena maturità calcistica, il 29enne conta, ad oggi, numeri da capogiro: nella presente stagione in maglia nerazzurra conta ben 14 gol e 6 assist in 20 gare. L’Atalanta, con lui in campo, parte sempre sull’1-0. Se poi contiamo solo i minuti effettivi (1411), Duván cambia il risultato della partita ogni 70’. Per intenderci, la sua media è uguale a quella di Ciro Immobile, capocannoniere della Serie A con 29 gol, e superiore a quella di Cristiano Ronaldo e Romelu Lukaku.

Il futuro di Duvan

Zapata, punto fermo del progetto nerazzurro, è all’apice della sua carriera e pronto per essere acquistato da una grande squadra. Juventus e Atletico Madrid puntano gli occhi su Milik, mentre il Chelsea cerca chi sostituirà Giroud. E se fosse il numero 91 la soluzione perfetta per i top-team?

Al Napoli non resta che rimpiangerne la cessione: quella del colombiano è, senza alcun dubbio, la situazione peggio gestita dalla società azzurra negli ultimi 10 anni. Zapata, vale almeno 40 milioni e ha pochi eguali in giro per l’Europa.

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