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Semplicemente Bielsa

“El Loco” Bielsa è un personaggio istrionico, la cui legge si pone su argomentazioni poco ponderate, dove ogni singolo è artefice di un percorso d’insieme.
Vale la pena allora analizzare le sfaccettature di colui, che volontariamente, ha mutato la visione del calcio nell’elite del pallone.

Il segreto dello studio

Per diventare ciò, che ad oggi, viene definito da un maestro quale Guardiola, il “ miglior tecnico al mondo”, l’argentino ha creato una figura intorno a sé, costernata di atti memorabili ai più, entrati nella leggenda.
Le ore passate ad osservare i tecnicismi del futbol sudamericano, a trascrivere appunti in maniera maniacale, non lasciando nulla al caso, fanno di lui un maestro.
Ha voluto, prima di divulgare i principi dell’innovazione, approfondire quei segreti che rendono il suo essere ancor più mistico.

I movimenti, le singole gesta, che lo hanno portato ad interpretare con dedizione ciò che ama, gli hanno posto le basi dalle cui partire.
Ha dichiarato di aver visionato all’incirca 50.000 sfide in carriera, dalle quali ha tratto e creato, salvo poi plasmare, l’inizio del Bielsismo, corrente invidiata e mai ripudiata.

La filosofia

Ha introdotto, sul finire degli anni 90’, il tocco rapido: ciascuna sua squadra che ne è stata caratterizzata, ha colto i benefici di una strategia offensiva, non molto razionale, ma efficace, la quale consiste in una manovra rapida in cerca della profondità.
Colui che tiene la sfera deve verticalizzare, porla immediatamente al compagno, avendo velocità di pensiero per essere in vantaggio sull’avversario.

L’attaccare la profondità ha reso la sua filosofia unica, un ritmo impressionante e divino da osservare.
Ha ispirato migliaia di allenatori, anche ai vertici, rendendo in voga un calcio offensivo, che complice il suo personaggio, si è imposto sovente.
L’argentino, ha preso parte ad un numero elevato di convegni per allenatori, disposti ad ascoltare per diverse ore, assopiti, le dichiarazioni di un maestro. Ad applaudire, dopo uno dei tanti raduni, anche Antonio Conte.

L’allenatore più vincente negli ultimi anni, colui che gli ha fornito attributi divini, è stato convinto da una chiacchierata durata un giorno interno, ad imboccare la strada che poi si è rivelata plurivincente. Il suo nome? Pep Guardiola.
L’etica, alla base del suo intendere, ha prevalso sulla smaniata fame di successo, venuta meno per più circostanze: basti pensare, che “al Loco”, è mancato l’approccio ad una big, da lui rifiutato, ma in ogni ambiente che lo ha accolto, ha risposto formando nuovi talenti, e dando il via ad epoche di successo.

Pazzo visionario!

Il soprannome affibbiatogli dai media, deriva da scelte inaspettate, avventure imprevedibili che lo hanno portato ad innalzare il suo status.
Per esempio, si è ritirato dal calcio giocato (difensore centrale di buon rango al Newell’s), per perseguire ciò che da tempo lo ossessionava: la figura di tecnico.
Si è creato in maniera autodidatta, a favore della sua pazza volontà, ed è riuscito dove ambiva. Ha rifiutato panchine nobili, ha fatto da condottiero in piazze che lo hanno amato, dove verrà tributato più di un mancato titolo.

Non ha mai temuto nessun ostacolo, e dinanzi alle situazioni più complesse, ha erto con dinamismo i suoi ideali. “El Loco” significa in spagnolo, pazzo, matto. Estremismi grazie ai quali è divenuto ciò che noi conosciamo odiernamente. Perché, lui, non ha mai desiderato che il prossimo percepisse la propria volontà, l’ha dimostrata prima che egli la cogliesse.

Visionario, invece, è l’ennesimo “ modus operandi” di chi, come lui, è ossessionato dalla sfera.
Agli inizi, prima di intraprendere la propria carriera, ha girato l’Argentina in cerca di ragazzi di talento, disposti ad esplodere e a credere alle sue idee.
Ha visionato migliaia di talenti, facendo consacrare, nelle sue diverse esperienze, profili del calibro di Batistuta e Carlitos Tevez.

Chiunque è approdato sotto la sua guida tecnica, ha implementato il proprio bagaglio tecnico-tattico, approcciando il pallone con una visione completa.
Bielsa ha arricchito, rendendo memorabili, personaggi che ad oggi, o in passato, hanno fatto la differenza nel Vecchio Continente: basti pensare ai Javi Martinez, Laporte che, il suo principale estimatore (Pep), ha portato come fedele nel corso delle sue avventure.

La stima

Bielsa ha iniziato ad allenare in patria, nel club al quale deve le proprie radici, il Newell’s Old Boys. Giovanissimo, ha folgorato gli addetti ai lavori, vincendo due campionati argentini consecutivi e perdendo una finale di Copa Libertadores, nel 1992, contro il San Paolo di Cafù.
Poi, come “norma vigente” delle sue modalità, guidato da una sana follia, è volato per tre stagioni in Messico. Qua, ha diffuso i suoi concetti, ed ha scoperto lo storico capitano del Messico, Rafa Marquez, ammaliato dalle circostanze del nativo di Rosario.

Dopo esser ritornato nella terra madre e aver conquistato l’ennesimo trofeo entro i confini nazionali, ha deciso di intraprendere il percorso più “bielsista” possibile: prendere la guida della nazionale.
Qua, ha plasmato a somiglianza la squadra, porgendole il pedigree della super favorita in vista dei Mondiali del 2002: nell’avventura con l’Albiceleste, ha introdotto il 3-3-1-3, schieramento inusuale, tratto distintivo del “ Loco”.
Anche in questa circostanza, per merito di un approccio mai visto, ha contribuito ad alimentare il mito intorno a sé: gli occhi del pubblico verso quel nuovo modo di affrontare l’avversario, aumentano.

La strategia prevede l’introduzione di tre difensori centrali puri, la zona nevralgica del gioco dove prevale dinamismo, un “enganche”, trequartista il cui compito è di costituire legame tra i reparti ed un tridente offensivo privo di paura, dotato di grande corsa.
Nel girone di qualificazione a Corea 2002, Bielsa colleziona ben 13 affermazioni, ripagando la fiducia su un modulo granitico, efficace e collaudato.

L’organico a disposizione è mostruoso, e la prova si ha nel continuo ballottaggio tra Batistuta e Crespo.
Il cammino mondiale, tuttavia, rimarrà una macchia indelebile nel suo curriculum: ai gironi delude, e complice ko discussi contro Inghilterra e Svezia, viene estromesso dalla competizione.
A nulla servirà il riscatto, ottenuto grazie all’oro olimpico conquistato ad Atene, che rappresenterà il bivio con l’Argentina. Ad oggi, resta, come bilancio tra vittorie ( 56) e sconfitte ( 10), il miglior selezionatore e traghettatore della compagine sudamericana.
Gli screzi con la stampa, che lo accusa di lasciare fuori uno dei due bomber e non percepisce il suo essere, assieme a qualche contrasto con l’Afa, lo portano alla decisione di non rilasciare più interviste, ma concedere solamente conferenze stampa.

Il Cile

Dopo tre anni sabatici, accetta la chiamata del Cile, popolo volenteroso di rientrare nelle potenze del calcio sudamericano, da sempre su un altro piano.
Bielsa, ancora una volta, ottiene il miglior responso dalla rosa, riuscendo a reinventare ragazzi, i cui exploit si limitano, a livello di club, a qualche partita ben disputata.
Reinventa Medel al centro della difesa, consacra Vidal e Sanchez e riesce nell’impresa di sconfiggere il suo ex team.

A Sudafrica 2010 incanta il mondo intero, venendo sconfitto solamente dal Brasile agli ottavi di finale. Nel giorno delle sue dimissioni dalla Roja, improvvise, i telegiornali cileni sospendono ogni trasmissione per rendere pubblica la notizia.
Il popolo che lo ha amato, come dimostra il corteo post rientro dall’avventura africana, lo applaude e lo loda. Bielsa, è riuscito ad imprimere un marchio indelebile nella coscienza dei supporter rossoblù, come nessuno era riuscito a fare in precedenza.
Sampaoli, subentrante, coglierà i spunti lascianti vacanti dal suo predecessore, riuscendo a raggiungere picchi di rendimento incredibili: portando in trionfo i suoi grazie al bis in Copa America.

Il cammino europeo

Sembra arrivato il momento di fare sul serio: l’Europa lo chiama a gran voce, e tra le tante proposte, vi è un Inter da ricostruire. Lui declina ed opta per la Spagna, firmando un contratto con l’Athletic Bilbao, la sfida più bielsista per eccellenza.

Nella nazionale dei Paesi Baschi, impressiona, raggiungendo due finali. La prima, assai prestigiosa, in Europa League. Nel cammino verso l’atto finale, umilia il Manchester United di Ferguson, vincendo 2-3 ad Old Trafford, prima di cedere in finale contro il più quotato Atletico Madrid.
Giunge al medesimo epilogo in Copa del Rey, dove il risultato è la copia di quello subito contro l’Atletico: 0-3 dal Barcellona degli alieni.

Al termine della seconda annata, accetta la chiamata del Marsiglia, in cerca di un successo che manca da tempi immemori: al Velodrome eleva talenti del calibro di Payet e Giroud, propone un gioco spettacolare e da vita ad un duello emozionante con il Psg.
A spuntarla è la squadra della capitale, in una battaglia emozionante, nell’ultima Ligue 1 dove la lotta scudetto ha riscosso interesse mediatico.
Ciononostante, all’inizio della seconda stagione, si svincola clamorosamente per vicissitudini legate al contratto. Oggi è ritornato alla ribalta per aver condotto il Leeds United ad una storica promozione, che mancava da sedici stagioni, riportando una società gloriosa ai fasti del passato.

Semplicemente Bielsa

El Loco è un rivoluzionario, ha inciso il suo nome con veemenza, ha avuto il merito di forgiare futuri campioni e di sedersi al tavolo con maestri di questo sport.
Marcelo Bielsa è stato e sarà l’espressione di un equazione non scientifica, la rappresentazione lineare dell’eroe del romanticismo, che combatte per i propri ideali, orgoglioso, e consapevole della propria superiorità spirituale, contrasta ciascun tipo di preconcetto per affermare sé stesso.
Marcelo è l’esempio della diversità che paga, di una logica che non si può chiamare tale.
Un pazzo buono, un folle unico.

Un’icona utopica, indelebile, chimerica. Semplicemente, Bielsista.

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