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Karl Malone è un capolavoro incompiuto

Karl Malone è un capolavoro incompiuto, una poesia senza verso finale, una canzone mancante di un acuto: insomma il secondo per antonomasia. Se Tim Duncan non avesse mai calcato il parquet probabilmente staremmo parlando dell’ala grande più forte che si sia mai vista su un campo di pallacanestro. Per due anni consecutivi ha avuto l’opportunità di poter coronare la sua splendida carriere con il titolo NBA, ma sia nel 1997 che nel 1998 incontrò sulla sua strada il più grande di sempre col 23 di Chicago.

La collaborazione con l’assist man per eccellenza, tale John Stockton, rese il pick and roll una forma d’arte eseguita con tempismi perfetti, quasi con il pilota automatico. Il famoso Stock to Malone ha reso il primo il record man di assistenze nella storia del basket USA, il secondo il numero due di sempre per punti realizzati con 36.928 punti, dietro soltanto al mitico Kareem Abdul-Jabbar. Oggi “il postino” della Louisiana compie 57 anni e noi cercheremo di omaggiarlo come merita un Hall Of Famer della sua grandezza.

Le origini di Karl

Karl Anthony Malone è nato a Summerfiled in Louisiana. A soli quattro anni di età il padre prese la decisione di andarsene per i fatti suoi, così come spessa accade nelle famiglie afroamericane. Il piccolo Karl visse la sua infanzia e quasi tutta la sua giovinezza con la madre Shirley, una vera e propria “grande mamma”, che fece di tutto per mantenere la famiglia. Dopo una decina d’anni Shirley, la cui somiglianza con Karl è impressionante, si risposò con uomo molto più benestante, Ed Turner, così da poter allentare anche i suoi stacanovistici ritmi di lavoro. Trasmise queste caratteristiche a Karl. Infatti Malone ha sempre posseduto un’etica lavorativa eccezionale, un grande spirito di sacrificio, tanta generosità, umiltà da vendere e voglia di migliorare, sempre.

Malone frequentò la scuola del suo paese natale: la Summerfield High School. Questa scelta fu alla base di un mancato reclutamento da parte di Colleges rinomati, infatti Summerfield si trova in mezzo a chilometri e chilometri di paludi, campi e terre coltivate, tipico paesaggio della Louisiana. A notare il giovane Karl furono gli scout di Louisiana Tech, probabilmente perché gli unici a seguire le high school di quelle parti.

Nel suo primo anno di College Karl dovette pagarsi la retta, per via dei brutti voti, e mettersi in regola con il piano di studi accademico. Nei successivi tre anni ottenne sempre una borsa di studio e giocò delle annate davvero eccezionali per Louisiana Tech. Tanto è vero che fu selezionato da Bobby Knight, storico coach degli Hoosiers di Indiana, per partecipare alle olimpiadi del 1984 a Los Angeles. Vinte grazie al contributo del giovane Karl e a quello di un certo Michael Jordan, ormai in rampa di lancio.

Draft NBA e legame con i Jazz

Quando venne il momento del Draft 1985, venne chiamato col numero 13 dagli Utah Jazz. Malone ci rimase davvero male e pianse inizialmente. La sua speranza era quella di andare a Dallas così sarebbe restato vicino a casa. Nonostante ciò gli insegnamenti di sua madre gli furono alleati nell’accettare la cosa in modo maturo. Dopo un primo momento di tristezza e delusione dedicò tutto sé stesso al lavoro in palestra per correggere tutti i suoi difetti e forgiare il fisico massiccio che lo avrebbe contraddistinto per il resto della sua carriera.

Presto le sue qualità uscirono fuori e divenne rapidamente la stella assoluta della squadra. Il G.M. Layden, quando si accorse del potenziale di Malone, cacciò via il compagno di reparto Adrian Dantley, colpevole di consigliare a Malone di risparmiarsi sempre e di non stancarsi troppo. Senza questo giocatore a frenare Karl, il 32 in maglia jazz esplose definitivamente e divenne il fulcro di Utah insieme al playmaker John Stockton, selezionato al Draft l’anno precedente col numero 16.

Crearono un duo eccezionale. John passava e Karl realizzava. Da questa felice routine deriva il suo soprannome. Visto che ad ogni passaggio lui riusciva a consegnare la palla nel canestro ecco che i media statunitensi notarono la similitudine con il postino che consegna la posta ogni giorno puntuale. Quindi “The Mailman”, in italiano il Postino! Non era raro dopo 2 punti realizzati su assist di Stockton sentire lo speaker del Delta Center urlare: “The Mail Man Delivery!!”.

All-Star Game, Playoff e punti…tanti punti

Malone disputò il suo primo All-Star Game nel 1988, in forza di 27.1 punti a partita, nonché venne votato nel primo quintetto All-NBA al termine della stagione. Quello dell’88 fu solamente il primo di 14 presenze consecutive nella partita delle stelle per Malone. I Jazz conclusero quella stagione 47-35, ottenendo il terzo posto nella Midwest division. Sconfitti i Portland Trail Blazers nel primo turno, nella serie successiva dovettero affrontare i campioni in carica dei Los Angeles Lakers, guidati dalle stelle Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar.

I Jazz vennero battuti onorevolmente in sette partite. In 11 partite di playoff nel 1988, Malone registrò una media di 29,7 punti e 11,8 rimbalzi. Numeri importanti per una prima apparizione alla post-season. Nell’estate del 1988 Malone firmò un contratto per 10 anni per il valore di 18 milioni di dollari, legandosi così ai Jazz per gli anni a venire e divenendo insieme a Stockton gli uomini franchigia.

Nel corso degli anni 1990 Karl mise a referto numeri stellari per tutte le stagioni in cui giocò praticamente sempre le 82 partite. Nel 1992-1993 registrò una media di 27,0 punti e 11,2 rimbalzi a partita; 25.2 punti e 11.5 rimbalzi nel 1993-1994; 26.7 punti e 10.6 rimbalzi nel 1994-1995, e 25,7 punti e 9,8 rimbalzi nel 1995-1996. Una costanza a dir poco impressionante.

Dopo le Olimpiadi di Barcellona del 1992, in cui Malone aiutò il Dream Team a vincere una medaglia d’oro, Karl finì nell’occhio della critica per le sue dichiarazioni espresse sulla situazione di Magic Johnson. Questi, a causa dell’esito positivo al test per l’HIV, si ritirò dalla scena NBA nel 1991, ritornando poi per la stagione 1992. Il punto di vista di Malone, discostato dal supporto per Magic rispetto al resto della lega, gli procurò una certa antipatia nell’ambiente, fino a quando la questione non fu chiarita e i toni smorzati un paio di anni dopo.

Back to back in finale contro MJ e i Bulls

Durante la stagione 1996-1997 Malone fece registrare la sua migliore stagione probabilmente con 27,4 punti a partita, conducendo i Jazz ad un record di 64-18, la migliore regular season della storia di Utah. Al termine di questa cavalcata Karl venne eletto NBA Most Valuable Player, e i Jazz conquistarono il titolo di campioni di Conference nei playoff, garantendosi l’accesso alle finals per la prima volta in assoluto. Ad attendere i Jazz in finale furono i Bulls di MJ. Il confronto tra i due ultimi MVP fu serrato, senza che una gara finisse mai con eccessivi scarti di punteggio. Tuttavia i Jazz crollarono in gara 6 proprio in seguito a due errori fatali di Malone ai tiri liberi. Quinto anello per Chicago e Utah rimandata al prossimo anno, nella speranza di una miglior sorte.

La stagione successiva vide i Jazz ancora una volta dominare ad Ovest. Karl viaggiò ancora sui 27 punti a partita e sfiorando il suo secondo premio di MVP, consegnato a furor di popolo a Jordan, nonostante Utah avesse avuto il miglior record NBA. I Jazz, dopo aver superato ai playoff Rockets, Spurs e Lakers, approdarono così alla loro seconda Finale consecutiva, ancora contro Chicago per una rivincita tanto attesa. Ancora una volta si arriva alla sesta partita. Questa volta però al Delta Center di Salt Lake City e non allo United Center di Chicago. Malone realizzò 31 punti e catturò 11 rimbalzi. Ma il mondo ricorda altro. La rubata di Jordan proprio ai danni di Karl con 18,9 secondi dalla fine del quarto periodo. Il resto è storia lasciata ai posteri sulla grandezza del 23. Malone dovette arrendersi ancora una volta al più grande.

Ultima chiamata per il postino

Nel 2003, dopo 18 anni giocati con i Jazz, Malone decise di passare ai Lakers e completare un processo di costruzione di un Super Team che avrebbe dovuto spazzare via tutti e riportare l’anello a Los Angeles. Insieme a Karl anche un altro sconfitto da MJ alle finali 1996, tale Hall Of Famer, Gary Payton, prese parte al progetto. Il destino però sa essere beffardo, e anche quando sembra che nulla possa contrapporsi al raggiungimento del tanto agognato obbiettivo, qualcosa accadrà, anche in virtù della legge di Murphy.

I Lakers raggiunsero la finale contro Detroit, ma troppi Alpha insieme portarono alla deflagrazione di un sogno coltivato per 19 anni da Karl Malone. La serie si concluse in 5 partite in favore dei Pistons. Il postino dovette accontentarsi di aver raggiunto grandi traguardi personali, come il secondo posto assoluto nella graduatoria dei migliori realizzatori della storia del gioco, ma mai di squadra.

Le dichiarazioni che ne fanno un manifesto

Queste furono le sue parole quando comunicò il ritiro dal gioco: «Anche se solo per un anno non ho vestito la maglia di questa squadra, io sono cresciuto come un giocatore dei Jazz. E se avrò abbastanza fortuna per entrare nella Hall of Fame lo farò come un uomo dei Jazz. Non voglio mentirvi: io avrei voluto vincere un campionato, ma questo deve essere un obbiettivo da raggiungere con una squadra. Non è un obbiettivo individuale.

Penso che i due anni in cui ho raggiunto la finale NBA con i Jazz siano stati i più divertenti della mia carriera. Quando ho parlato con gli Spurs avevo serie intenzioni, ma poi ho capito che era giunto il mio tempo: ho sempre pensato che se non posso dare un contributo pari al 200%, allora non posso aiutare la mia squadra a vincere.

Da quando ho perso mia madre (lo scorso anno), mentalmente non riesco a dare nemmeno il 100%. Alla fine concludo la carriera’ senza titoli, ma con sei anelli che corrispondono a mia moglie ed i miei figli. Da quando ho detto che mi ritiro, mi ritiro e vi assicuro che non mi vedrete mai più giocare a basket nella NBA. È una promessa, non ci saranno ‘incredibili’ ritorni o cose simile. Queste cose non mi sono mai piaciuto e non le farò.

Alcune persone dicono che i record sono stati fatti per essere infranti: secondo me tutti i record, compreso quello di miglior realizzatore di sempre della Lega, sono fatti restare tali. Se ora mi mostrate 10 ragione per cui dovrei continuare a giocare, io ve ne mostrerò 20 per cui è giusto che smetta. Sono in pace con la mia decisione».

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