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L’essenza del tifo, il caso West Ham

In una, ormai vecchia, intervista Barack Obama, primo Presidente afroamericano della storia stelle e strisce, interrogato su Reinhold Niebuhr, famoso teologò statunitense, rispose: “Mi piace molto, è uno dei miei filosofi preferiti. Mi ha insegnato la persuasione che nel mondo esistano il male grave, le avversità e il dolore. E che noi dobbiamo essere umili e modesti nel ritenere di poter eliminare queste cose. Ma non possiamo nemmeno assumere ciò come un pretesto per il cinismo e l’inazione. Io ho appreso da lui, la percezione che noi dobbiamo compiere questi sforzi nella consapevolezza che sono duri, senza vacillare fra un cinismo ingenuo e amaro”.

Se sono qui a riportare queste parole è perché, nel giorno del 59 compleanno del democratico di Chicago, ci sembra di cogliere in esse una delle infinite essenze del tifo. Tenere ad una squadra, infatti, spesso è doloroso, o almeno lo è quando la nostra fede non è legata ad un top team che ogni stagione ci regala delle emozioni positive. Avere il cuore di un colore che raramente è riportato su strisce di tela sventolanti su una Coppa è una sfida estenuante. Eppure non sogniamo, nemmeno per un attimo, di barattare il nostro carro per quello dei vincitori, di assumere le sconfitte dei “nostri” come pretesto per il cinismo, e nella consapevolezza di vivere tempi duri continuiamo a cantare e sostenere senza vacillare.

Il West Ham United Football Club

Come se volesse darci prova e coerenza nei confronti della sua ideologia, Barack Obama, grande appassionato di calcio, sostiene ciecamente una squadra storica ma, allo stesso tempo, bollata da quella stessa storia come perdente: il West Ham.

Il West Ham United Football Club, conosciuto semplicemente come West Ham, è una delle decine di squadre londinesi. Proviene precisamente dal “West” della capitale britannica: ovvero Newham, nel quartiere di Stratford. Proprio lì, nell’East End, luogo di contrasti, immigrati, fabbriche, mattoni rossi e un’antica solidarietà, sotto un cielo terso, fumoso di nebbie che si posano sulle acque grigie del Tamigi, nel 1895 nasceva il Thames Iron Workers Football Club, una squadra da dopolavoro costituita dagli operai dei tanti cantieri navali della zona.

Operai che per la gran parte della giornata, più che con il pallone, avevano a che fare con martello, ferro e fuoco: immagini che, non a torto, potrebbero farvi correre con la mente alla scenografia (anche se “Birminghammiana”) in cui è ambientata la geniale, sottile e amata serie Peaky Blinders. I soprannomi “Irons” e “The Hammers”, tutt’oggi conosciuti, e tra l’altro presenti anche nello stemma societario, provengono da qui, da dove sennò.

Una leggendaria perdente ma nobile d’animo

Sta di fatto che quando parliamo di West Ham, stiamo parlando di una delle squadre inglesi ultracentenarie, tra le più leggendarie d’Inghilterra ma, è torniamo alla nostra premessa, dotata di una bacheca povera, quasi quanto le famiglie dei primi membri del team, gente che andava avanti di porridge, birra e, se il capofamiglia risultava fortunato ai dadi prima di rientrare a casa, pasticci di manzo.

Il primo Presidente degli Irons fu tale Arnold Hills, un businessman, filantropo e, per non farsi mancare niente, fiero promotore del vegetarianismo, all’epoca davvero una corrente innovativa.

Arnold Hills era ricco, molto ricco, ma scelse di passare tanti anni della sua vita non in un castello ma tra i suoi dipendenti, in una piccola casa nel East India Dock Road a Canning Town, dove poteva meglio gestire centri ricreativi per quella gente. La sua gente, per la quale creò la squadra: voleva fornire un’opportunità di svago. Rimase a capo della società, però, per soli cinque anni: la possibilità di passare al professionismo non gli andava a genio, strideva con il suo senso di comunità ma era ciò che volevano gli altri membri e così fu, meglio lasciare.

Il West Ham si iscrisse alla Southern League, i suoi iscritti si affrancarono dal lavoro duro, e venne individuato un campo fisso per le partite casalinghe. E che campo: il Boleyn Ground, stadio emozionante, storico e teatro dei tanti successi (falliti) della squadra.

Fotografie da stadio

Stadio, attivo dal 1904 al 2016, ovvero fino alla nascita del maestoso London Stadium. Stadio, il Boleyn, che è stato per anni la perfetta istantanea della storia del club per la vicinanza alla fermata metro di Upton Park, lontana dai cancelli pochi metri. Metri percorsi dai sostenitori in avanti e indietro, in avanti e indietro, come le continue salite e discese dalla Premier alle serie cadette del team, come i continui titoli accarezzati e poi mancati, come quel tifo che ti fa toccare il cielo per poi farti ritrovare a terra sporco di fango: la prima vittoria in tutta la storia del West Ham è arrivata in Coppa d’Inghilterra nel 1964, ben 80 anni dopo la fondazione. Non serve altro per spiegare le emozioni contrastanti vissute dai supporters granatazzurri negli anni, la loro fede incondizionata.

Le stagioni passate in Southern League (in pratica la terza divisione) furono 15, fino al 1919. Erano gli anni d’oro di Syd King e Charlie Paynter, bandiere in campo che divennero, successivamente, bandiere da scrivania: il primo fu, dopo aver appeso le scarpette di cuio al chiodo, manager del club e il secondo tecnico, addirittura fino al 1950. Seguitemi, è un po’ come se De Rossi e Totti diventassero, in contemporanea, allenatore e dirigente della Roma. Ne scaturirebbe un livello di epicità destinato ad influenzare la storia per sempre, al pari di un cavallo di Troiana memoria. Così è stato, perché se ne parla ancora.

La prima gioia ha il suono delle bombe  

Nel 22-23 arrivò, finalmente, la promozione in Premier e la prima finale di FA Cup, naturalmente, come tradizione avrebbe voluto in futuro, persa col Bolton Wanderers. Così come, in poco meno di dieci anni, persa fu la massima serie, e dura risultò la permanenza in League Two durata fino al 1958. Anni duri, però, formano uomini duri, così come tifosi duri e cuori duri, non potrebbe essere altrimenti se il primo trofeo ufficiale del team fu la War Time Cup, una coppa letteralmente giocata in tempo di guerra nel 1940. 

La svolta, o almeno un turning point, che restituirà fascino al club per sempre è rappresentata dall’arrivo di Wally St. Pier, un’osservatore. Ma non un semplice osservatore, bensì quello che portò nel’East End londinese: Bobby Moore, Geoffrey Hurst e Billy Bonds, ovvero un pezzo di storia del calcio inglese in maglia West Ham.

La Football Academy

Nasce la Football Academy, con Wally St. Pier non c’è nessuno in Inghilterra che alleva i giovani come fa il West Ham. Se ne accorge Ron Greenwood, tecnico arrivato a Boleyn Ground nel ’61. I ragazzi delle giovanili sono troppo forti, li porta in prima squadra. Moore, Hurst e Peters passano coi grandi, nasce il West Ham più forte di sempre.

Nel ’64 gli Hammers, come abbiamo detto, vincono la prima FA Cup della loro storia e nel ’65 si aggiudicano la Coppa delle Coppe, una vittoria, che tra l’altro, segnerà un record. Insieme a Real Saragozza, Bayer Leverkusen e Parma, il West Ham è una delle quattro squadre europee ad avere vinto una competizione ufficiale dell’UEFA senza mai essersi aggiudicato il titolo di campione nazionale. Un’altra finale, sempre di Coppa delle Coppe, la giocheranno nel ’76 ma perdendola contro i belgi dell’Anderlecht.

Partecipare alla storia

In quegli anni, i mitici ’60, c’è il tempo di partecipare anche ad un pezzo di storia dell’Inghilterra calcistica. Perché Bobby Moore, uno dei più grandi interpreti anglosassoni di sempre, e Geoffrey Hurst, da pilastri del West Ham, si trasformano in colonne dell’Inghilterra Campione del Mondo nel ’66  (per la prima volta).

Bobby forma una coppia centrale di ferro con Jack Charlton, signore della difesa, fratello di Bobby, e che ci ha lasciato da poco. Mentre Geoffrey segna una tripletta in finale contro la Germania dell’Ovest. Tutt’oggi non c’è nessun altro giocatore al mondo che può vantarsi di averne fatti tre all’ultimo atto di una finale mondiale. Solo lui Hurst, il fantasma del gol, soprannome affibbiatogli perché in campo non lo vedevi mai, ti chiedevi “ma stiamo giocando in 10?”. Poi, all’improvviso davanti alla porta compariva Geoffrey e non c’era più niente da fare. Per farvi capire: 411 presenza in maglia West Ham, 180 reti, 49 con la maglia dei Tre Leoni, 24 marcature. 

Pensare che avrebbe potuto non giocare, se non si fosse fatto male Greaves, Jimmy Greaves. Per chi non lo conoscesse: il più prolifico attaccante della storia della massima competizione d’Inghilterra, con 357 reti segnate.

I conti con la realtà

Fatto sta che quell’epopea “hammers”, la più segnante e identitaria di sempre, rimase indelebile ma un unicum. A partire dagli anni ’70 la squadra andò in crisi, le bandiere furono cedute e Greenwood, l’artefice di tutto, lasciò. Nel ’78, dopo una serie di stagioni mediocri, ritornò in Second Division, ci rimase tre stagione.

Per dare prova, però, di essere la classica squadra che vive nel dolore, ma in quel dolore ti può far sorridere e giustificare il tifo per essa, segnò l’ennesimo record. Nel 1980 affrontò l’Arsenal in finale di FA Cup, l’Arsenal era l’Arsenal, il West Ham una squadra di B. A decidere la partita ci pensò Trevor Brooking con un destro, l’episodio lo trovate anche nel libro di Nick Hornby Febbre a 90’, che tra l’altro ci racconta proprio la sofferenza insita nell’essere tifoso.

Sofferenza che i tifosi del West Ham, dopo quello gioia momentanea, avrebbero, come un qualcosa di destinato, continuato a vivere. Perché tra gli anni ’80 e quelli 2000, la storia degli Hammers la conoscete un po’ tutti: un continuo andirivieni dalla seconda divisione, stagioni di equilibrio in Premier ma poche, pochissime opportunità di sorridere.

Le ricordiamo, contandole sulle dita. Gli anni di Redknapp, normalizzatore ed equilibratore, che insieme a Sir Lampard (padre di Frankie) ha ottenuto i due migliori piazzamenti in Premier del club (97-98 e 98-99, ottavo e quinto posto), e ha tenuto a galla una società povera di proventi da stadio, grazie ad una gestione mirata e illuminata del mercato: pensiamo agli arrivi e alle successive cessioni di Di Canto, Rio Ferdinando, Joe Cole, Frankie Lampard. La guida Alan Pardew, e quella successiva di Curbishley, che hanno visto l’arrivo di Tevez e Mascherano, e soprattuto le gesta inimmaginabili dell’Apache.

Fino al giorno d’oggi, quando al cileno Pellegrini, arrivato nel 2018 e successo David Moyes questo 28 dicembre, il quale ha preso una squadra, composta tra l’altro di ottimi giocatori come Fornals, Haller, Noble, Rice, Soucek, al diciassettesimo posto e l’ha salvata, conquistandosi la nomination come miglior tecnico della Premier per il mese di luglio.

Futuro Hammers

Ciò che sarà del futuro Hammers è, allo stesso tempo, difficile da immaginare e semplice da prevedere: ovvero nulla sarà mai scontato, nessuna vittoria arriverà senza lacrime e sangue. Ma questa è la storia del club. Nessuno, da quelle parti, assumerà ciò come un pretesto per il cinismo e l’inazione, o il non-tifo. Bisogna compiere degli sforzi nella consapevolezza che sarà dura, senza vacillare fra un cinismo ingenuo e amaro.

A Londra, sulle rive del Tamigi gioca una squadra azzurro-granata da amare per amore del calcio, tante ne sono sparse in giro per il mondo simili. Il football è più che un semplice dare calci al pallone. Si tifa per la propria squadra, così come si tifa, in fondo, per la propria vita. Forse è qualcosa che non puoi capire se non ci sei dentro. 

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