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Appendere le scarpette al chiodo: la parte più dura

Appendere le scarpette al chiodo significa chiudere definitivamente un capitolo che sin dalle prime battute dell’infanzia ha segnato la vita di un calciatore. I sogni di gloria, la passione per il gioco, lo spogliatoio, tutto questo e molto altro rappresentano la linfa vitale che spinge un bambino a diventare un professionista. Poi arriva il giorno in cui qualcosa cambia. Le sensazioni restano le stesse, ma la realtà costringe a ponderare riflessioni e prendere decisioni che nel bene o nel male pongono fine all’avventura di una vita.

Il giorno dell’addio è sempre doloroso, che sia in armonia con i propri tempi biologici, che sia indotto da decisioni societarie o forzato dall’infausta sorte, il risultato non cambia. Sia ad alti livelli che nelle categorie inferiori il momento di appendere le scarpette al chiodo definisce una carriera e restituisce al calciatore la natura di persona “qualunque”. Tutto ciò che rimane è il ricordo impresso a fuoco nelle menti e nei cuori dei tifosi, orfani di coloro che hanno segnato e scandito gli anni della loro vita, come un segnalibro posto tra le pagine di quella passione chiamata calcio.

Vogliamo ricordare tre addii che hanno segnato gli ultimi 30 anni della storia del nostro pallone, ognuno in una decade differente, così come enormemente distanti tra loro per modalità ed eco generale.

1995: Marco Van Basten

La grandezza del tre volte pallone d’oro olandese è ormai empirea, con un alone mistico che accompagna i ricordi di chi lo ha vissuto. Una sorta di Jim Morrison del calcio che, così come il re lucertola si spense a soli 27 anni nel suo appartamento di Parigi, a soli 30 anni appena compiuti ha dovuto appendere le scarpette al chiodo a causa di quel maledetto intervento alla caviglia.

La cartilagine della caviglia lo turbò per gran parte della sua carriera, limitandogli la possibilità di diventare ancora più grande. A 29 anni giocò la sua ultima partita nella triste finale di Monaco contro l’O.M., persa dai rossoneri con un Van Basten che faticava addirittura a correre. Il canto del cigno di Utrecht esalò proprio nell’ultimo capitolo in Coppa Campioni, dove per anni aveva incantato il mondo intero con le sue prodezze da cineteca.

Nel ’95 provò a riaggregarsi ai compagni in rossonero, ma pochi giorni dopo convocò una conferenza stampa e tra lo sbigottimento generale esordì pronunciando le fatidiche parole: «La notizia è breve. Semplicemente ho deciso di smettere di fare il calciatore». Un brivido percorse la schiena di tutti i giornalisti presenti in sala stampa e di tutti i tifosi, al di là della fede calcistica, davanti alla televisione.

Incredulità, sconcerto e tanta, tanta tristezza. Il 18 agosto, prima della partita tra Milan e Juventus per il trofeo Berlusconi, in borghese scende in campo per un ultimo giro del rettangolo verde per rendere omaggio ai tifosi di S. Siro che lo hanno sempre idolatrato. Lo sguardo di Marco è sofferente, applaude e viene applaudito. Capello, il sergente di ferro, seduto sulla panchina milanista si asciuga le lacrime dagli occhi e china la testa. Sembra impensabile che Superman possa perdere la sua forza o non riesca più a volare, eppure è ciò a cui si è assistito in quella calda notte di agosto.

In un’intervista del 2020 Van Basten ricorderà quella sera dolorosa con queste parole: «C’era tristezza ovunque. Quella del pubblico, e la mia. Correvo, perché non volevo far vedere che zoppicavo, battevo le mani alla gente. E intanto pensavo che non c’ero già più, mi sembrava di essere ospite del mio funerale. Quella sera pensavo soltanto che la mia vita era stata il calcio. Adesso era diventata una fogna. Avevo il fegato a pezzi per gli antidolorifici. Avevo un dolore pazzesco a quella caviglia maledetta. Ero disperato. Dopo, quando ne sono uscito, ho capito di aver vissuto qualcosa di simile alla depressione».

Un addio triste per il centravanti più completo che il mondo del calcio abbia mai potuto ammirare in tutta la sua eleganza. La vita, tuttavia, non fa sconti neppure agli eroi pagani. Tutto ciò che rimane sono i dolci ricordi e i trionfi, i gol mirabolanti e la grazia cristallina in una fortezza della solitudine eretta nei cuori degli sportivi.

A testimonianza di ciò Carmelo Bene descrisse il ritiro di Marco Van Basten con queste lapidarie parole: «Il lutto in me per il suo precoce ritiro non si estingue ancora e mai si estinguerà».

2009: Paolo Maldini

Partiamo da una premessa ovvia, parliamo di una bandiera inimitabile, del più grande terzino sinistro della storia e di un gran centrale negli ultimi anni di carriera. Corretto, spirito da leader, serio, professionale. Maldini è il prototipo del Capitano e del professionista. Detto questo, seppur il ritiro vero e proprio avvenne al Franchi di Firenze la domenica successiva tra un tripudio di applausi e sciarpe commemorative da parte di entrambe le tifoserie, quel giorno a S. Siro molti sono rimasti basiti da quel che accadde.

Credevo, e lo credo ancora, che alcuni vecchi dissapori non dovessero essere tirati fuori in quel momento. La contestazione della Curva Sud a Paolo Maldini è una macchia indelebile per i colori rossoneri. Hanno sbagliato completamente i tempi e i modi. C’è poco da fare, gli abituè allo stadio, la curva e tutta la fazione rossonera, in qualche modo rappresentano la tifoseria tutta in loco, giusto o sbagliato che sia.

Ma da dove nasce questo dissapore? Ricordiamo il primo episodio

Il Milan prende bordate di fischi al ritorno dalla partita di Bordeaux nella stagione 1995-1996, l’anno dello scudetto con Baggio, Savicevic e via dicendo. Squadra forte quella milanista, che vince 2-0 all’andata ma perde 3-0 il ritorno con conseguente eliminazione in quel Bordeaux. C’erano Zidane e Dugarry, il Milan porta a casa Dugarry e la Juve Zidane, ma questo è un altro discorso. Comunque eliminazione inaspettata e anche brutta, molto fastidiosa. In pratica Maldini non accettava mai nessun tipo di contestazione, si irritava sia in campo, con gesti plateali, sia nelle interviste.

Lui viveva il Milan in maniera molto distaccata dalla gente. Molti dicevano che camminava a due metri da terra. Questo i tifosi più vicini alla squadra non l’hanno mai accettato. Non parliamo di ruffianerie, neanche Baresi era un tipo estremamente vicino alla tifoseria, ma non si mai visto Franco contestare i tifosi apertamente come ha fatto Paolo. Quei pochi se la legarono al dito.

Così come accadde nuovamente dopo la débacle di Istanbul in cui i tifosi inveirono contro la squadra chiedendo loro di scusarsi e vergognarsi.

Maldini ricorda in un’intervista rilasciata a Sky che si fece avanti da parafulmine per tutti i suoi compagni e tuonò le seguenti parole: «Io do l’anima, io posso anche morire in campo, però, una volta che lo faccio, non mi devi dire ‘Impegnati’ o ‘Sei un… poco di buono’. Il tifoso milanista mi disse ‘Vergognati, devi chiedere scusa’. Sono andato davanti a questo tifoso. Come capitano non potevo accettarlo. Non potevo accettare che un ragazzino di 22 anni – io giocavo da 20 anni al Milan – dopo una partita del genere, mi dicesse qualcosa. Solo io sono andato a ‘parlare’, per modo di dire. Non ero solo, ma sono andato solo io. Mi sentivo toccato. Io ho avuto quei 7-8 secondi in cui ho reagito d’istinto. C’era anche la mia famiglia con me».

Non certo un addio come avrebbe meritato un’autentica bandiera milanista come Maldini dopo 24 anni di fedeltà ai colori rossoneri. Ma quando devi appendere le scarpette al chiodo anche gli inetti vogliono dire la loro, ricordando un episodio o due e dimenticando 902 battaglie combattute per difendere quella loro fede pagana.

2017: Francesco Totti

Poi c’è chi invece vorrebbe continuare, che non si sente ancora arrivato al capolinea, ma che la società per cui milita spinge affinché debba appendere le scarpette al chiodo per una ragione più politica che di campo. Questo è il caso più recente, quello di Francesco Totti. In un’intervista rilasciata a Il Venerdì di Repubblica Totti confessa che il suo addio è stato l’unica ombra in un rapporto di incondizionato amore tra lui e la Roma.

Queste le sue parole: «Non è stato un mio pensiero, ma una cosa voluta dalla società. È l’unica ombra che s’è creata tra me e la Roma. Perché un conto è decidere con la propria testa e un altro farsi mettere i paletti da altri. Certo, mi rendo conto che finché stai lì non vorresti mai smettere. Ma non pretendevo di continuare 60-70 partite all’anno. Volevo solo restare a disposizione. Spalletti? È quello che ha spinto di più. Con la società erano una cosa sola».

Quasi certamente con la famiglia Sensi non sarebbero mai arrivati ad un epilogo simile, ma James Pallotta, insieme alla dirigenza e all’allenatore di Certaldo, non vedeva quello che tutti i romanisti vedevano. Con l’intenzione di ripartire con un nuovo ciclo optarono per la rescissione dei vecchi legami, come si fa con una pianta che dà segni di seccatura prematura. Una decisione dura da prendere così come per Totti da accettare. Tuttavia per il grande amore che il capitano giallorosso ha sempre dimostrato per la squadra e la città, senza eccessive polemiche decise di sottostare alle scelte fatte e ha preferito dire addio al calcio giocato. Avrebbe potuto continuare altrove ma il suo orgoglio e la sua fede non glielo avrebbero mai permesso.

Per descrivere l’atmosfera che si respirava all’Olimpico di Roma voglio prendere in prestito le parole di un tifoso lasciate sul sito della AS Roma che fotografano perfettamente l’ultima di Totti in giallorosso.

«Nei miei 20 anni mai avevo visto l’Olimpico così pieno. Nei miei 20 anni mai avevo sentito un’ansia così allo stadio. Poi il 90’ è arrivato. E tutto è cambiato. La Roma come l’avevo sempre conosciuta perdeva il suo Capitano, senza sapere che in realtà noi il Capitano, non l’avremmo mai perso. Francesco ci ha fatto piangere e disperare, perché il suo dolore era il nostro, le sue lacrime erano le nostre, la sua paura era la nostra. Anche se adesso guardiamo le partite allo stesso modo, Capitano, per me la Roma sarà sempre racchiusa in due parole e in un numero: Francesco Totti, 10».

Appendere le scarpette al chiodo può avere molti significati. A volte accade così, naturalmente, come Roy Batty ci ricorda in Blade Runner, in cui tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. Altre volte lasciano segni profondi nella memoria personale e collettiva, di diritto affidati alla storia dello sport.

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