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Guardiola contro Guardiola

“Se non conquisto la Champions avrò fallito, ma l’importante è averci provato. Quello che ho vinto non mi dà il diritto morale di saperne di più. La verità è che nello sport si perde più di quanto si vinca”. Parole di Guardiola, pronunciate solo lo scorso 7 agosto, che oggi ci paiono profetiche.

Neanche quest’anno (e per la quarta volta consecutiva) il Manchester City del catalano è riuscito a superare i quarti di finale di Champions. Dopo la sorprendente eliminazione ottenuta al primo anno per mano del Monaco di Jardim, quella subita dai Reds nei quarti 2018 e quella col Tottenham di Pochettino avvenuta solo la scorsa stagione, il mago Pep si è arreso ancora, costretto dal Lione di Garcia ad accettare la sua impotenza ad accedere tra le prime quattro d’Europa e magari a conquistarne ancora il tetto.

Un rapporto difficile quello tra Guardiola e la Champions che oramai va avanti da troppo tempo e spinge, per la prima volta seriamente nella carriera del tecnico, i media e gli appassionati a dubitare di lui. Il re tutto d’un tratto si scopre nudo. Colui che per anni è stato l’esponente massimo del gioco più gettonato e copiato al mondo, che ha influenzato la maggior parte degli allenatori esteti ed avanguardisti, che ha costruito il Barcellona più vincente della storia, segnando prestazioni tra le migliori mai prodotte da squadre di élite, è finito bellamente sul banco degli imputati.

#PepOut

Guardiola ha fallito, Guardiola è un fallito, #PepOut. I miti sono destinati a cadere pensano in Inghilterra, e i tabloid britannici dopo l’eliminazione con il Lione hanno letteralmente vomitato sullo spagnolo, reo di aver perso il suo tocco magico ed essere eccessivamente cervellotico, viziato, alla ricerca di una perfezione mai trovata nonostante i 778 milioni spesi nei suoi quattro anni sotto il cielo di Manchester. I due titoli inglesi, uno dei quali con la quota record di 100 punti, le tre Coppe di Lega e la FA Cup conquistati dal 2016 dal catalano sembrano aver perso ogni valore.

Se l’obiettivo era rendere il City forza europea, questo è stato mancato, e il colpevole è lui, dicono. Lo dicono le statistiche: l’ultima volta che Pep ha vinto la Champions League è stata nel 2011, sull’altra sponda della città padroneggiava ancora Sir Alex Ferguson. Dopo qualcosa si è incrinato, a partire dall’avventura tedesca, da quel Bayern che non ha ottenuto quanto ci si aspettava. In tre anni: tre Bundesliga, due Coppe di Germania, una Supercoppa UEFA e un Mondiale per club, ma non il dominio europeo. I tedeschi si fermano sempre in semifinale, prima col Real, poi col Barça e in ultimo con l’Atletico.

Pensiero stupendo, ma forse non più

Trovare un comune denominatore a queste eliminazioni/fallimenti è difficile, ma rintracciabile nel pensiero del tecnico catalano. Se Pep, infatti, è riuscito a diventare Pep l’ha dovuto alle sue idee sempre avanti rispetto ai tempi, al suo modo di intuire in anticipo ciò che avrebbe aperto nuovi scenari e prospettive nel panorama del calcio europeo, pescando dal passato (vedi gli insegnamenti di Cruijff) per costruire il futuro.

Per esempio potremmo pensare al falso nueve Fabregas, ad un undici fatto per otto undicesimi di centrocampisti, al centrale di difesa che è in realtà un mediano, ai terzini che diventano centrali di destra e sinistra o registi per rispolverare un antico, quanto mai innovativo, 2-3-5, agli esterni che giocano con i piedi sulla linea per creare ampiezza e all’uscita palla a piede dal basso con triangolazioni scientifiche.

Eppure, mentre il gioco, partendo anche in parte dai suoi insegnamenti, è andato avanti, Guardiola è sembrato non riuscire a muoversi con esso, proprio a causa del suo pensiero, diventato negli anni più croce che delizia. L’avanguardista è diventato conservatore, finendo per non ricercare più il dominio del gioco per controllare gli avversari, ma soluzioni: soluzioni a tutto. Non è un caso se in Inghilterra lo accusano di “overthinking big games”, di pensare troppo alle partite decisive, di complicare, di elaborare troppi dettagli intellettuali, di stancare mentalmente e infondere ansia alla squadra, che inevitabilmente tende a perdere la gioia e la libertà di giocare.

Il pensiero che ha fatto la sua fortuna è diventata una sorta di debolezza, soprattutto in Champions, come se la prospettiva di conquistare ancora il più importante titolo europeo lo prendesse cosi tanto da fargli perdere lucidità e coerenza. È evidente, infatti, che il Bayern e il City sotto la guida del catalano sono state squadre differenti fuori dai confini nazionali rispetto a quanto fatto vedere in patria, e forse se avessero mantenuto il loro gioco naturale, avrebbero ottenuto maggiori fortune.

Per rendere conto di ciò, basta ricordarsi del Bayern Monaco che provò a difendere a tutto campo contro il Barcellona di Messi, Suarez e Neymar, subendo una sonora imbarcata, oppure del City che provò contro il Liverpool di Klopp nel 2018 ad inserire un centrocampista in più per ottenere maggiore controllo a centrocampo e fermare gli attacchi fulminei dei Reds, o ancora della partita di andata contro il Tottenham di Pochettino ai quarti della scorsa stagione, finendo con l’ultima che è costata l’eliminazione con il Lione.

Disastro lionese

Contro i francesi, infatti, Pep si è ingarbugliato per rispondere al meglio ai punti di forza dei francesi, optando per un modulo e una formazione a cui i suoi giocatori non erano abituati e sembravano a disagio fin dall’inizio, finendo per concedere al Lione più rispetto di quanto meritasse, forse per non essere riuscito a batterlo in nessuna delle partite del girone della stagione precedente.

Tant’è che l’elaborazione catalana ha partorito un 3-5-2 quasi speculare ad un avversario modesto tecnicamente e che non aveva nessuna intenzione di pressare intensamente gli avversari. L’idea di base era quella di sfruttare gli spazi alle spalle della linea difensiva “lionese”, cosi è stato abbassato Fernandinho in difesa, per liberare soprattuto gli attacchi di Walker alle spalle di Cornet e quelli di Cancelo dall’altro lato. In questo contesto, però, per trovare una soluzione che mettesse alla berlina i punti deboli degli avversari, ci si è snaturati più del dovuto, perché il brasiliano è risultato non adatto a coprire lo spazio di difensore di destra invece che quello centrale, gli esterni partendo cosi alti non hanno potuto garantire la fantasia dei due Silva, Mahrez e Foden, e De Bruyne per compensare l’assenza di Fernandinho è finito a giocare troppo indietro per aiutare l’uscita del pallone.

Proprio la posizione del belga ha finito per depotenziare esponenzialmente la pericolosità del City, perché ha privato, una squadra già orfana di Foden, al quale è stato preferito il terzo difensore Garçia, del suo maggiore fulcro creativo e la coppia Sterling-Jesus di palloni da rincorrere in profondità. Il risultato è stato un City che è caduto tra le braccia del Lione, giocando un calcio privo di fantasia, educato e lento, gestito dai piedi di Gundogan, e che ha lasciato intravedere uno dei maggiori difetti del suo tecnico e della filosofia del quale è fautore, ovvero l’eccessivo utilizzo di equilibratori di gioco, anche a dispetto di giocatori di ruolo, come potrebbero esserlo un difensore centrale dominante e un centravanti felino, capaci, nelle giornate storte, di essere i baluardi sui quali aggrapparsi.

Difficile da spiegare, poi, è stato l’eccessivo tempo impiegato dal catalano per cambiare il disegno della squadra in campo. Dopo il gol del vantaggio degli avversari, il City è diventato frenetico e confusionario, staccandosi totalmente dalle classiche idee del suo tecnico e provando ossessivamente la verticalità, faticando comunque nella creazione di occasioni fino alla fine del primo tempo. Solo al 56esimo Guardiola ha scelto di inserire Mahrez al posto di Fernandinho, adottando una sorta di 4-2-3-1 asimmetrico, più familiare al classico 4-3-3 adottato negli ultimi tempi. La quota di possesso palla del City è aumentata quasi subito, la pressione ha cominciato ad aumentare e 13 minuti dopo De Bruyne ha segnato. Ciò che ha determinato poi la storia della partita è cosa risaputa e risponde a delle variabili incontrollabili: vedi segnalazioni VAR ed errori macroscopici di Sterling ed Ederson.

Guardiola contro Guardiola

Ma la sensazione che Pep con il suo pensiero, le sue ansie, e, soprattutto, la sua maniacalità abbia ancora una volta reso insicura la propria squadra rimane. Così come quella che abbia complicato un partita che in condizioni naturali avrebbe potuto vincere agevolmente, restando fedele a quanto fatto nel corso della stagione. Non sfugge poi la resistenza mostrata a cambiare in corsa, come se la colpa della prestazione sottotono fosse da imputare ai giocatori, incapaci di cogliere le direttive partorite e impartite, incapaci di raggiungere il piano astrale abitato dal suo pensiero.

Restano, insieme alle fragilità de City, quelle di un uomo vittima di se stesso e delle sue ossessioni: Guardiola contro Guardiola divorato dalla smania di prendersi il tetto d’Europa con altri colori per rendere la sua grandezza leggendaria, finisce con le sue ansie per distruggere quanto costruisce di anno in anno.

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