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Perdere l’amore: Luis Figo

Il calcio delle icone è uno sbiadito ricordo, andato a deteriorare nel corso degli anni.
In un pallone differente, il segno tra due epoche diverse è rimarcabile.
La bandiera, il simbolo di una città, quel concetto più in voga nel secolo precedente non è più un principio per la maggior parte dei calciatori.

Tale prerogativa non deve esser vista obbligatoriamente come negazione, bensì in alcuni casi può tramutarsi in opportunità o possibilità per le parti in questione: dall’auspicato salto di qualità, al trasferimento che ha mutato il realizzarsi degli eventi.
Eppure, in altre circostanze, vi è stata la scelta più discutibile: il vile denaro, strumento che col passare del tempo è divenuta la reale ambizione dei tradimenti.

L’unica certezza sono i tifosi, coloro che mai dimenticano, attaccati e fedeli alla causa. Insomma, per molteplici motivi, il cambio repentino di casacca, ha scaturito reazioni incredibili, le quali sono passate alla storia. Tra i “cori n’grato” troviamo Luis Figo: la stella luminosa proveniente dalla Lusitania, l’uomo dall’intuizione veloce, dotato di rapidità e tecnica fuori dal comune.

La stella lusitana

L’allora (ai tempi del Barcellona) 23enne Luis, acerbo, ma in grado di fornire lampi di genio, era un giocatore in grado di schernire l’avversario, lasciarlo impotente in quanto ad esecuzione platonica.

Trovata la pianta stabile, il supporto della “cabeza”, era considerato già ai tempi il nuovo craque della Liga.
Capace di rendere gli equilibri delle partite precari a suo favore, arando tutto ciò che gli si palesava dinanzi.
Le pretese per divenire una bandiera vi erano tutte: l’ambiente, spesse volte critico nei confronti della perfezione, si rivedeva in lui: Figo ha il piede e la personalità, trascina i blaugrana in ambito europeo, vincendo la Champions da protagonista, crea sincronia d’intenti.

Eppure, lui ha sempre individuato nel ruolo di unicum la sua location naturale, l’autore di un libro che va riscritto autonomamente, avente i crismi della letteratura più nobile. Un lustro d’oro e vincente, sin che, la smaniata rincorsa alla rovina del calcio contemporaneo prevale: il rinnovo proposto dal Barça lo rende scettico, complice uno stipendio non a rialzo rispetto alle annate precedenti. Indimenticabili quanto significative le gesta dei tifosi catalani, componente mai privilegiata correttamente in vicende simili, che proclamano veementemente il prolungamento contrattuale.

Contrattare con un mito

Che fare? Luis è all’apice, in virtù di uno status invidiabile. Sul terreno di gioco ha saputo cogliere ciascun pertugio e lo ha reso divinamente elevato, tanto da aver contagiato migliaia di bambini innamorati, inconsapevoli e solamente vogliosi di approcciare la sfera con divertimento.
Insomma, la sua importanza all’interno dei confini del club è poderosa, nonostante anche altrove possieda l’ammirazione dei più.

Ha le sembianze astratte, intese come spettatore, e concrete del mito, il Messi dall’animo differente.
Le trattative in corso creano timori, i quali svaniscono nella consapevolezza di un reciproco rapporto assodato nel tempo ed immutabile, invalicabile.
Le voci dell’aumento contrattuale non attanagliano, sbiadiscono perché irrilevanti. O, all’inizio della telenovela, pare.
Come può tale binomio concludersi? Figo era lo scrittore della poesia, che esprimeva con invenzioni degne d’arte sublime sul campo. Quelle finte a rientrare, l’esecuzione naturale del movimento, forgiata dalla scuola di provenienza ed implementata, abbinata ad uno stile impareggiabile.

Con la sfera puntava ed osservava, era irrazionale in tanta bellezza, e subito dopo, inquantificabile in secondi, già sull’ennesimo uomo. Anch’egli dribblato, senza pretese o fatiche, chiunque fosse. Per la squadra vi era eccome: dalle giocate create forniva idee deliziose, frutto di fantasia danzante. Questa caratteristica era la principale nella stesura dantesca dei poemi, infiniti e melodiosi da osservare, mai con l’intenzione di placare, ne se stesso ne quantomeno gli appassionanti, talmente increduli e compiaciuti dal voler osservare nuovamente l’episodio.

Mes que un juego

Al ritmo di “Mes que un club”, l’addio del portoghese è si sviluppa sulle note di “Mes que un juego”.
Figo è solista nelle azioni e allo stesso tempo al servizio dei compagni all’interno delle gerarchie, da lui predominate. Diverte, stupisce, ottiene successi: dalle Liga dominate alle affermazioni europee, sino al riconoscimento più prestigioso, il Pallone d’Oro che lo consacra.

Giunto all’apogeo, però, rivela per futili ragioni un’altra componente, dannata, di sé sgretolando il legame d’amore vigente.
C’è disgrazia, errore, causa del personale vuoto, il suo e di chi aveva riposto nel suo essere il principio attivo, al quale dedicare sudore e dedizione.
Si scopre freddo e distaccato. L’autenticità si lascia sopraffare dal calcio capitalistico, dall’inizio di una nuova era. Si consuma un trasferimento clamoroso, la stella si accasa e si siede alla tavola degli odiati rivali, quella del Real Madrid.

Un tradimento lacerante

Il tradimento è il venir meno alla fede data, o a un impegno solennemente assunto, soprattutto con la gente “Barça”, che reagisce cancellandolo.

Florentino Perez decide di sbaragliare le carte, centrando il bersaglio. Bersaglio lo è stato poi, in senso opposto. Spezza la magia, come il ghiaccio esposto al sole. La malizia dell’azione ferisce, chi, ne ha fatto motivazione di rabbia solenne, invocando vendetta.

Il capitale infligge una manita alla passione, un sorpasso epocale, da li in poi consuetudine amara per gli appassionati, meno cupa solo per chi vive queste questioni da fuori o dall’interno.
Figo, privo di pensieri o rimorsi, opta per una firma che crea una serie di reazioni a catena e conseguenze.

Perché?

In quei giorni, il bambino più triste si sarà domandato “Perché?”.
Oggi, abbiamo negli occhi una fotografia che inquadra un ragazzino in preda alla disperazione per il possibile saluto onorevole di Messi.

Situazioni lontane, emisferi mai paragonabili che si incrociano solamente in una circostanza, la più lapalissiana: il volto ricco di lacrime, privo di felicità di un animo ingenuo. Questo è il ritratto del tradimento, la sua funerea applicazione.

I fazzoletti bianchi sventolati al cielo, la testa di maiale lanciata con furia con l’intento di ferire il calciatore. Rabbia mai celata o coperta da una maschera, mai repressa e sfogata nell’arbitrio della delusione, della mancata gratificazione.
Luis diventa Giuda, il servo alle nobiltà del denaro, potenti più di quel coro, approdato in maniera astratta nella sua mente.

Figo ha rinnega gli inizi e la crescita, ripudiando le sue origini e chi aveva dedicato a lui l’importanza dell’emblema della propria fede. Il tradimento, nel segno di quell’immagine che solitaria parla, riecheggia. Chi oggi piange Messi lascia aperte le porte di un passato mai concluso, 19 anni dopo, che seppur su vie discordanti si incontra nella via dell’emozione. Quella via non termina. 19, 100 o 1000 anni dopo.

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