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Aleksej Mirančuk, il talento benedetto da Messi

Nella vita avvengono quei fatti che non possiamo programmare. Ci colgono di sorpresa, senza darci la possibilità di pensare. Bussano alla nostra porta, ma non ci danno nemmeno il tempo di rispondere. Entrano, si accomodano in un angolo, si siedono e ci fissano negli occhi. Loro ci conoscono, noi no. Vengono da noi perché siamo la loro destinazione e sanno che devono alterare il copione del nostro percorso biografico. Non ci offrono nemmeno la possibilità di riflettere e di materializzare cosa sta accadendo intorno a noi in quel momento, ma vanno spediti, dritti al punto.

Eventi che si distinguono in tre tipologie: ce ne sono alcuni che hanno un effetto distruttivo, devastante, che si aggiunge alla loro arroganza di esserci penetrati nell’animo, lasciandoci in ginocchio davanti a loro; poi ce ne sono altri che portano radiosità, che hanno un fare catartico, ineffabile, che quasi stentiamo a crederci; infine, l’ultima categoria, sono quelli che portano stupore, che necessitano di un processo di metabolizzazione. Sì, perché questi ci lasciano davanti a una scelta, abbandonandoci sotto l’occhio vigile della riflessione. Questa volta, a suonare il campanello, è stata l’Atalanta: si è presentata, con fare educato, si è accomodata, ha fatto la proposta e ha lasciato un biglietto d’aereo sul tavolo, e poi se ne è andata.

Dilemmi, dubbi, punti di domanda. Le indecisioni erano tante, i giorni passavano, serviva una risposta. Alla fine questa arriva, si parte, destinazione Bergamo, la nuova culla di Aleksej Mirančuk.

Gemelli diversi per destinazione

Slavyansk-na-Kubani, Russia, 1995. Nata come una stazione ferroviaria, poi diventata una città.
Il 16 ottobre emergono due fiocchi azzurri dallo stesso grembo materno: uno è Anton, l’altro è Aleksej. Due gemelli che, come il corso della storia ci racconterà, lo saranno anche nel loro percorso di crescita, nella squadra che li lancerà rendendoli uomini prima che giocatori, ma anche in campo. Speculari nella predisposizione, due ingranaggi che condividono lo stesso motore, senza l’uno l’altro non parte. Un meccanismo biologico che li ha resi speciali, navigando in una perfetta simbiosi.

Sin da fanciulli apprezzano il pallone: passaggi, tiri, lanci lunghi, insomma, il calcio era già tra i loro pensieri. Come anche tra i pensieri di mamma Elena, definita da loro “la testa della famiglia”, e che li osserva silenziosamente, con fare vigile, portandoli poi alla scuola calcio dell’Olimp, una scuola di calcio locale della regione di Krasnodar. Un’ora e mezza all’andata e un’ora e mezzo al ritorno, per quasi tutti i giorni della settimana. Poi, nel mezzo, le partite. Uno strazio, ma la mamma ne andava fiera, soddisfatta dei loro figli, perché familiarizzano sempre di più con il pallone, accudendolo e facendo faville nei match.

Il binario della Lokomotiv

Passa un anno, poi due, poi tre, i ragazzi crescono, così come anche gli estimatori. Un giorno, a fare l’occhiolino, ci pensano gli osservatori dello Spartak Mosca, garantendogli un periodo di prova, che poi andrà bene. Così come anche mamma Elena, visto che le offrono un posto da insegnante nel collegio sportivo del club, rimanendo come un’ombra accanto ai suoi ragazzi. Poi, però, ci ripensano e decidono che non rispecchiano le aspettative, a causa della loro fisicità. Ma di lì a qualche anno, si rimangeranno le mani.

Nel 2011, a 15 anni, completano il provino alla Lokomotiv, con un esito positivo. I ragazzi hanno talento, si vede. L’allenatore è contentissimo, in campo hanno un altro appeal rispetto agli altri. La cosa “bizzarra” è che sono gemelli e il loro apporto alla squadra vale doppio. Vincono tre titoli dei giovanissimi di fila, strapazzando più e più volte lo Spartak, squadra che li aveva considerati “inadatti fisicamente”.
Volano in Primavera, senza viaggiare più sullo stesso binario. Aleksej trova un po’ più di minutaggio, al contrario di Anton che oltre ad una partita di Coppa, vede il fratello dalla tribuna.

Il 2013 e il 2014 sono anni per nulla prolifici per la loro carriera. Come timoniere della squadra arriva Leonid Kuchuk, ma che predilige sicurezza e non spensieratezza giovanile. Preferisce affidarsi a giocatori di maggior spessore da un punto di vista anagrafico. Aleksej è pronto per rimanere in prima squadra, sebbene da non titolare; Anton deve crescere ancora, e rimane in primavera. Il problema dell’ex allenatore risiedeva nell’età: era troppo fossilizzato con i veterani e non voleva riporre troppa fiducia alla “scelleratezza” che portava in campo la gioventù. No alle giocate, sì ai passaggi sicuri.
L’anno dopo la panchina salta e subentra Miodrag Božović. I gemelli gli piacevano, anzi, ma il marocchino Boussoufa era più adatto ai suoi schemi, al modo di costruire la manovra offensiva e quindi si ricrea un anno opaco, al buio aggiungerei.

Gli anni della consacrazione

Poi il 2015, con la nomina di Igor Cherevchenko, c’è una svolta nella vita di Lesha (soprannome di Aleksej): la stagione va alla grande, il mister lo apprezza e il talentino lo ripaga con un gol in finale di Coppa contro il Kuban, squadra che aveva incrociato all’esordio. Zona di centrocampo, gli arriva un pallone. Un passaggio teso che, anziché stopparlo, lo allunga nella sua parte opposta, facendo un movimento con il corpo. Gli arriva incontro un avversario in stile kamikaze: rude, rognoso, con l’obiettivo di prendergli la palla. Aleksej compie un numero da circo e, con l’allungo, compie un tunnel pazzesco, che manda in visibilio il telecronista e chi lo vede. Prende velocità, quasi vola. La palla si allunga, arriva un altro difensore, ma si compie un’altra magia. Destro-sinistro, palla c’è-palla non c’è, Mirančuk è davanti all’estremo difensore. Attimi di esitazione e batte anche lui con un sinistro a giro. Apre le danze per la stagione successiva, ma si dimostra essere un teatro spoglio.

Cherevchenko viene confermato, Lesha no. 3 gol e 2 assist, accompagnato da prestazioni opache che sono lontane quanto Bergamo se paragonato all’ultimo gol. Kolomeytsev gioca meglio e si prende il ruolo da trequartista. Aleksej storce il naso e, con lui, anche Brat (soprannome di Anton), che è stufo di calcare il terreno della primavera. Bolle in pentola la separazione dal club, la prima dal fratello. Una scelta sofferta, ma il prezzo dell’Erasmus si rivelerà decisivo.

Il 2016 è l’anno di Yuri Semin, che torna alla guida del club dopo le doppie esperienze comprese tra il secolo scorso e quello attuale, rispettivamente, dal 1986 fino al 1990 e dal 1992 fino al 2005. Anton torna dall’esperienza con il Levadia Tallin con un bagaglio in più di esperienza, tant’è che il tecnico non ci pensa due volte a dargli fiducia. Mentre Lesha diventa titolare fisso, inamovibile e perno della fase offensiva.

Il 2017 è l’anno della loro consacrazione. Per la prima volta, arrivano rumors dall’occidente, con squadre molto interessate ai due gemelli. Chi ad uno solo, chi ad un pacchetto completo: come lo Zenit, che si presenta con quasi 90 milioni. 90 fa paura, così come anche Aleksej e Anton.

Il fax dell’Atalanta

Il 2018 è stato opaco per Lesha, un po’ graffiato da pochi gol e prestazioni non troppo luminose, al contrario del fratello che è un fiume in piena: si è riscattato da chi non credeva in lui, ed erano anche tanti nel farlo.

Nella stagione scorsa, Anton è vittima di infortuni, Aleksej straripa di gol, facendo superare questi nel numero di assist: 5 assist, 16 gol in tutto. Statistiche che arrivano a distanza tramite fax, all’Atalanta.
I due hanno creatività e in campo sono pure dinamiti. L’intesa tra i due è notevole e questo è una delle motivazioni maggiori che ha portato alcuni club nel cercare di acquisire l’intero pacchetto. Come se uno dipendesse dall’altro; come due gemelli siamesi, che non possono vivere se separati. Anche se, Aleksej si stacca, e lo fa così:

“Voglio ringraziare tutti i fan della Lokomotiv. Qui, insieme a voi, sono diventato un calciatore professionista e un uomo. Insieme abbiamo vinto tutto. Voglio ringraziare tutti per essere stati presenti nei momenti difficili e anche in quelli facili. È ora di realizzare un sogno. So che vi preoccuperete per me, come io per voi. Questo non è un addio! A presto!”.

Un colpo al cuore per tutti, specie per Anton, anche se reso meno amaro per la contentezza nei suoi riguardi.
14.5 milioni, quasi 15, per strapparlo dal suo nido. Una missione: sostituire Ilicic.

La benedizione di Messi

Fisicamente identici, su questo c’è poco da dire. Nelle loro storie personali si vociferava che si scambiassero la ragazza e che lei nemmeno se ne accorgesse. Ma il ritmo della musica cambia in campo, quando inizia la partita. Perché se hanno avuto lo stesso percorso di crescita per poi esplodere definitivamente tre anni fa, Aleksej ha avuto un sentiero più spianato e costante davanti a sé; è riuscito a farsi notare con ogni allenatore, anche se qualcheduno gli preferiva giocatori di esperienza. Ma, in ogni caso, incideva e ha inciso tutt’ora, tanto da guadagnarsi la benedizione di Leo Messi nel 2015, quando lo ha inserito nei migliori dieci talenti del futuro e che, lo stesso Corluka, ex compagno di entrambi, ribadirà:

“Anton è un grande talento, ma solo Aleksey può impedire a se stesso di diventare un top”.

Un bacio involontario al nuovo giocatore dell’Atalanta. Se Anton è un talento, Aleksej può diventare un top, ma tutto dipenderà da lui.

A parlare, era soprattutto il campo, quando si destreggiava in giocate, assist e gol per il Lokomotiv. Nella stagione, ormai passata, Lesha ha realizzato 16 gol e due alla squadra bianconera in Champions. Due partite ed entrambe in gol, spedendo una cartolina al nostro campionato, e che è arrivata all’indirizzo di diverse squadre: Milan (che già lo seguiva da tempo), Fiorentina, Roma, persino la Vecchia Signora dopo i due incontri europei. L’agente del giocatore smentì tutto, ma Giuffrida, l’intermediario, aveva già parlato con i bianconeri.
Insomma, gli interessi c’erano, le richieste pure. Poi l’Atalanta, nell’indecisione di tutti, compie un sorpasso monstre, e acquista uno dei dieci talenti del futuro per Leo Messi, una fonte più che attendibile direi.

Ma come gioca Aleskej Mirančuk?

Aleksej è beatamente elegante in campo. La sua duttilità è un passo in avanti per i giocatori moderni: ricoprire più ruoli non solo dà più scelta all’allenatore, capace di riadattare moduli e testare schemi differenti, ma regala maggiore libertà anche al calciatore. Predilige la trequarti avversaria. Spesso gioca esterno di destro alto, accentrandosi, provare il mancino e servendo i compagni; altre lo vediamo come seconda punta, zona che gli ha permesso di rifilare due gol alla Juventus in giornate alterne, ma la trequarti rimane il suo piatto preferito.

Vede le imbucate dei compagni e compie ampi gesti d’altruismo. Dai numeri della scorsa stagione non si direbbe: con i suoi 16 gol e i “soli” 5 assist, si penserebbe di Aleksej una fotocopia del classico personaggio egoista, che mira solo ai successi personali. Ma non è così. E lo dimostrano i numerosi passaggi chiave che ha realizzato, conditi con il rifiuto di entrare col sinistro e calciare (e il mancino ce l’ha), ma preferire il passaggio al compagno.

Aleksej è creativo. Regala perle e le inventa, come quello forgiato contro il Krasnodar: ala sinistra del campo, imperversa un cross troppo lungo per tutti e, come una racchettata a tennis, arriva nella parte destra. Il numero 2 della Lokomotiv, senza stoppare, tenta di nuovo un cross con il destro, ma è troppo corto per chiunque, anche per Mirančuk che è il più vicino, il quale si aspettava un filtrante. Invece, quest’ultimo, pretende l’impossibile rendendolo possibile: sfrutta il suo metro e 82, allunga la palla, la stoppa e manda a vuoto il difensore; cambia lato con il controllo al volo, come un gioco di prestigio, scomponendo le fasi temporali dell’azione. Il portiere da sicuro diventa inquieto e si trova il talento davanti a lui. Mentre si domanda come diamine abbia fatto a prendere quel pallone, il gemello di Anton, lo ha già spiazzato. Arte. Creatività. Quello che serve all’Atalanta.

Un’occhiata anche sui calci piazzati, perché se non è riuscito a schiaffarla dietro l’estremo difensore in tante occasioni, ha comunque figurato con diversi tiri pericolosi. Quando la mette, però, è puro spettacolo.

Mirančuk non è il vice Ilicic

Un giocatore è tale per le sue qualità. Non deve eguagliare nessuno, ma solo mettere sul campo le doti che lo hanno contraddistinto. E così sarà per Aleksej. I giocatori esprimono doti soggettive, che li rendono gli diversi dagli altri. Lo dice anche Gasperini:

“Mirančuk è stato individuato come sostituto per la defezione di Ilicic, anche se non è il vice Ilicic”.

Il tecnico bergamasco cercava un giocatore che potesse fare da sostituito ad Ilicic, per farlo rifiatare, per togliere un giocatore di estrema qualità, per un altro di qualità, senza ricorrere a stratagemmi tattici che potesse sconvolgere i dettami degli schemi. Anche perché, un giocatore acquistato per quasi 15 milioni, significa che delle peculiarità le possiede e, come abbiamo ben visto, Lesha ce ne ha da vendere.

Quello che accomuna lo sloveno e il russo è la velocità. Non il loro punto forte. Forse per tale motivo si sono messi in luce tanti paragoni circolati da quando ancora non era sbarcato a Bergamo. La corsa non è la sua tecnica lodevole, e l’abbiamo visto nel gol descritto precedentemente, quello in cui ha preso palla a centrocampo, smarcando due giocatori. Ha venduto la velocità per acquisire la creatività. Tunnel e finta di tiro per spostarsi la palla sul mancino tagliente. Togliere una qualità per un’altra. Questo fa Aleksej.

Quello che invece li rende due giocatori differenti è il controllo del pallone. Ilicic è di un altro pianeta, un alieno aggiungerei. Nasconde il pallone e inverte le leggi della fisica in campo. Mirančuk è più “normale”. Cerca la giocata, che non sempre arriva, tant’è che i dribbling sbagliati sono maggiori di quelli riusciti. Fa spesso appello alla magia, come ci raccontano alcuni dei suoi gol, ma per diventare maghi c’è tempo, adesso è bene rimanere “babbani” e adattarsi a ciò che la Dea richiede.

Mirančuk “non arriverà per essere un’alternativa a Ilicic ma per rappresentare una presenza più affidabile nel tempo”. Anche perché trovare un giocatore uguale allo sloveno (ammesso e concesso che esista) è impensabile, ma sicuramente Aleksej aiuterà nella manovra offensiva in attesa del suo ritorno in campo.

Come giocherà con l’Atalanta?

Per il talentino russo le opzioni sono diverse e, a mettere in difficoltà Gasperini, sarà il suo estremo dinamismo in campo. Davanti c’è Zapata, è lui il giocatore da servire, quello che ti promette 20/25 gol a stagione, se non di più. Potrà giocare come seconda punta, anche se non è il suo ruolo naturale, e servire in profondità il colombiano. In quel caso giocherà al posto di Muriel e, con “Papu” sulla trequarti e Mirančuk dietro Zapata, il triangolo potrebbe essere completo e i gol arrivare a profusione.

D’altro canto c’è l’alternativa ala destra, quella che ha ricoperto a più riprese con la sua Lokomotiv. Si accentra e può tirare con il mancino, allargando anche gli spazi accanto a lui e servendo non solo Zapata, ma anche le classiche imbucate di Gosens, che ha visto aumentare il bottino dei gol in maniera esponenziale. Come anche sfruttare la sua capacità dinamica con filtranti e cross sul primo palo, tanto da far valere lo strapotere della prima punta.

Infine, la sua preferita e prediletta, la posizione da trequartista. Un playmaker offensivo che è in grado di guidare l’orchestra bergamasca. Magari condividendola con il “Papu”, magari no, ma il pregio di tenere sempre alta la testa, gli permetterà una visione a 360° del campo, sfruttando le verticalizzazioni, spedendo Zapata verso la porta, sfruttare la sua abilità mancina da fuori area, oppure, garantendo profondità alle ali, che sono uno dei punti forti del modulo di Gasperini.

96 gol in 36 partite quest’anno, con il talento russo magari riuscirà anche a superarsi. Il campo parlerà, ma quel che è certo è che la Dea ha acquistato uno dei giocatori più forti e promettenti della Nazionale russa e noi, non vediamo l’ora che calchi il palcoscenico italiano.

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