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Dare a Sammer ciò che è di Sammer

Matthias Sammer non è l’uomo il cui eco risalta con veemenza, mascherato d’altre gesta più iconiche, delle quali si rimembra più facilmente, lasciando al teutonico mai i dovuti meriti ad una carriera eccezionale.

Il nativo di Dresda ha rappresentato l’essenza dei movimenti, l’uomo utile agli equilibri della squadra complici interventi puliti ed un carisma sconsiderato.
Matthias era, e lo rimane tutt’ora, una delle foglie settembrine: ne volano poche, ma su esse, si sorvola. Quando si effettua una camminata, le vedi, ma non focalizzi, bensì procedi oltre. Discorso differente ad Ottobre, dove i mucchi formatisi sono caratteristici e colorati, come un dipinto d’arte designato dai campioni. Al contrario del timido approccio con le prime, questa volta è obbligatorio interrompere la passeggiata: ne osservi una ad una scivolare lentamente sul terreno, e successivamente, continui a goderti lo spettacolo.

Le settembrine sono in minoranza a creare un raggruppamento stonante rispetto la realtà dell’autunno, o almeno per i più. Eppure, hanno un dono: non si lamentano, e sono fondamentali nell’etimologia della natura. Ricordano, gli assist di Matthias e le sue scivolate, un unicum. Le foglie speciali svolgono il mestiere d’apripista, e restano sul terreno per una durata maggiore.

Matthias Sammer non ha avuto il giusto merito

Sammer, nel corso delle sue vittorie, ha dato il via a goal per merito di falcate poderose, scelte di tempo fulminanti. Ogni singolo recupero citato, se osserviamo le azioni, conduce a reti decisive. Queste non scompaiono, ma vi si ricorda solo il marcatore. Ecco, questo è il tedesco per il pubblico. I tributi non gli son mai valsi la gratificazione di ciò che ha marchiato nel perdurare delle annate.

Il sottoscritto la pensa assai differentemente a riguardo, e vuole porgli ciascun merito, ad un calciatore che in ogni dove ha lasciato un’impronta.
La sua prima versione è un centrocampista acerbo, dotato di talento, frequenza e ritmi elevati, che ne costatano le maggiori capacità. E’ il preludio ad una carriera su livelli importanti, nella quale non si intravede l’acuto.
Nasce, infatti, con una voragine carismatica evidente, un vuoto che quando colmato porrà agli scettici l’occasione di constatare le virtù dell’aspetto mentale, lavoro implementato nella sua seconda rappresentazione, brillante, al Dortmund.

Analizzandolo ha il tipico senso di riferimento “Mannschaft”. Nelle vene un sangue nordico, gelido ed implacabile, ma timido. Si nasconde all’interno dell’alibi peggiore, il recupero palla al quale non vuole i plausi. Opta a favore di una platea ridotta, a sua scelta non vuole estradare il talento che dispone.
E, però, una miniera colma di gemme preziose, solamente grezze, da levigare.

Dresda è insapore

Dresda è per lui il limite che pone il bypass tra epoche calcistiche differenti: vince ben due volte la Bundesliga, ma non assapora confini differenti.
E’ implacabile, non estetico e dannatamente efficace ed efficiente. Tuttavia, il simbolo dell’ascesa meticolosa non cura il carattere, fragile se dinanzi intemperie. Ha forgiato ed allenato un calcio che lo rende titolare e bandiera, non proclamata, ed a lui basta cosi.

Questo è però il caso dove, il significato di “ forgiare “ va analizzato sino in fondo, scovando i dettagli che ne fanno un personaggio difficile da comprendere.
A Sammer serve la complementazione di un differente grado, un’esperienza statistica della svolta dalla per lui tiepida città natia, ma fredda in termini d’ambizioni internazionali.

L’Inter è un fallimento

Approda, allora, a Milano. All’Inter, fallisce. E’ la difficoltà del momento che lo rende più debole, solamente uno scorcio, buio.
Esso è, per le foglie citate in precedenza, la bora triestina, potente nell’esprimersi ed in grado di spazzar via le componenti vetrate.
Il buio è, per antonomasia, quell’attimo infausto privo di luce, la cui peculiarità risiede nella circostanza: non muta mai, dura all’infinitesimo ed oltre, e si può uscirne con la convinzione e la perseveranza di farcela.

Matthias, non ottiene il rapporto beneamato voluto, va ad infrangersi con le sue estremità che ne rendono l’uomo più vulnerabile.
Un calvario che combacia con l’oscurità in un binomio perfetto, astratto in queste parole, ma più concreto in sei mesi stile “otto rovesciato”.

Ai nerazzurri manca d’impatto, si schianta sin da subito e spicca il volo in senso opposto ai tecnicismi della squadra, che, a loro volta, attuano la strategia degli animali in fase di migrazione.
Due strade opposte, mai destinate ad incontrarsi: il mediano tutto muscoli, nascosto tra le ombre degli attaccanti intravisto in patria, ottiene la via del campo solamente in 11 circostanze.

Tuttavia, la luce la mostra: ha nel repertorio obnubilato, notte sferza in corso, colpi in canna potenti che si palesano ad intermittenza, ma in quei brevi attimi demoliscono interi reperti avversari. Segna quattro goal.
La forgiatura, forse, l’ha davvero assaporata. Ora, la maturità completa verso la via del campione è possibilmente semi-aperta. L’esame è nell’avvenire, ed il Sammer che verrà, inconsapevolmente, coglierà la lode.

Matthias libero, il Dortmund

L’ego non smisurato ha compreso che non può procedere con le sue incrinature. Serve, la svolta di una vita. Milano gli servirà. Mutano le deboli convinzioni, crescono idee del capitano, silenzioso.
Mai avrà volontà di urlare agli dei del pallone grazie, ma in fondo, giungerà alla lode anche per ciò.
Il Dortmund bussa. E’ la scintilla che ha vigore nell’uomo che lascia la Madonnina. Lo fa senza stridulare mentre si avvia all’uscita. Cosi, come ha sempre fatto, non crea boato assordante, ma pacatamente fornisce il suo modo di essere, naturale ed efficace, senza fronzoli.

Torna nella sua terra, e spicca il volo insieme allo stormo. Si è compreso, studiato ed analizzato a fondo. Non se lo spiegava. In sé ha rifondato il suo ego pacato.
Un bivio è complicato: dalla gentil cortesia italiana intraprende il conclamato percorso della seta. Non nega i fasti che lui potrebbe ricoprire a parole, ma li afferma con fierezza nella sua nascita, definitiva.
Nella Ruhr è lui, sboccia a foglia d’ottobre. Ha la comprensione di un ambiente caldo, idilliaco, che crede in lui.

L’invenzione, nel progresso della nostra storia ha giocato un ruolo fondamentale. Le sostanziali, silenziose e pulite gesta si lanciano a protezione, difesa e chiusura della fortezza che è la porta. Sarà “libero”.
Nel silenzioso luogo d’antonomasia della sfera, dirige impegni con diletto ordine, compiendo ciascun comando. Ascolta e fa da guida. Non emette suoni o boati nel mentre svolge con disinvoltura azioni complicate, sottovalutate. Lui è l’animo diverso dalla maggioranza, caotica ed al centro della festa.

L’apice

Organizza, comanda a suon di dimostrazioni di forza. Cosi, culmina al suo apice costante, mai abbandonandolo sino alla conclusione di una gloriosa carriera.
Regala ai gialloneri tutta l’anima all’interno della partita, dedizione e corsa che lo hanno caratterizzato sin dagli inizi. Vi ha, infine, abbinato l’elemento complementare per non esser trainato dalla bora in direzione errata.

Nella stagione 96’, riceve i meriti del duro lavoro, volto al sacrificio all’interno della sfida. E’ quieto anche quando si giunge all’episodio ribollente.
E’ il quid che completa ogni formazione vincente dell’annata: il Borussia Dortmund dei sogni in Champions League e la Germania ad Euro 96’. In nazionale diviene la figura prescelta per paventare la forza della recente unione. Matthias, legato alla sua terra, in un rapporto viscerale, ringrazia sul terreno di gioco. Lui, come il tipico spirito della Ruhr, duro ed ostinato, arriva in vetta per merito del suo portamento complicato per chiunque, sgraziato per il bambino che sogna di ripercorrere le gesta di Ronaldo il fenomeno. E’ la chiave che apre le riflessione.

Il Fenomeno lo ha fatto laconicamente, introspettivamente a frutto delle sue meraviglie, ammirate dalla mia penna. Idolo per me, uomo con ideali che creano malia. Il Pallone D’Oro, lo vince, proprio da fenomeno ed avanti al fenomeno in classifica.

Tra quelle foglie, il bambino in questione, si poggia e raccoglie quella in disparte, vicino alla quale si è formato un cerchio. Esso è composto dalle altre foglie, in segno d’omaggio. Loro, silenziosamente, applaudono, in un fragore che si alimenta da sé e prosegue incessante.
Al centro, vi è lui. Richiede battiti silenziosi per assaporare il vento che lo voleva portar via. Lo ascolta, come ha sempre fatto. Colta la foglia, la ripone, al centro. Quel bambino, ero io.
La prendo e la poggio. E poi mi siedo ed ascolto. Lascio parlare i plausi, si esprimono per me.

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