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Chelsea, il nuovo paese dei balocchi di Lampard

Nella vita non esistono certezze.
L’unica che possediamo è quella del volgere all’ultimo capitolo dell’ultima pagina del nostro libro di vita. Una certezza dolorosa, di cui abbiamo la conferma, un giorno, di non poterci più scrivere, ma solo quella di essere letti. Per il resto, nulla è certezza. Tutto quello che ci sembra essere un 100% non lo sarà mai, perché intorno a noi ci sono una serie di elementi variabili a cui è impossibile vincere una previsione, perché tra i nostri dubbi, tra le nostre predizioni, tra le nostre congetture, prevarrà sempre l’unica cosa che non avevamo ipotizzato. La cosa più certa, quella a cui siamo disposti a mettere in discussione persino noi stessi, non lo è; e anche se lo sarà, non lo era al 100%.

In questo tsunami di incroci tra parole e frasi, affianco all’ultima pagina dell’ultimo capitolo della nostra vita ve ne è collocata un’altra di certezza, quella in cui si è sicuri e a cui è impossibile affermare il contrario: parlo dei blues, del Chelsea che, da quest’anno, stanno scrivendo un nuovo di libro. Qual è la cosa certa? Quella di essere spettacolari.

Frank Lampard, lo scrittore

A scrivere la prima pagina di questo libro troviamo sicuramente lui: Frank Lampard. Sì, perché non è solo il timoniere di una squadra affascinante, quella che ha visto passare campioni e di quella che ne ha costruiti, ma stiamo parlando di un uomo che è il Chelsea, non solo per i trofei, ma per il carisma, per l’anima e chi, meglio di lui, può esserne lo scrittore? Chi meglio di lui sa che parole utilizzare, dove collocarle e a chi affiancarle?

Franck ha ridato un senso ai giovani. Sì, quelli che vengono sempre valutati, sopravvalutati ma anche svalutati. Spesso, al Chelsea, non riuscivano ad emergere sino in fondo. Per loro, la prima squadra, diventava un sogno che rimaneva per sempre nel cassetto, o, semplicemente, venivano girati ad altri club, perdendo potenziali giocatori per affidarsi soltanto a chi possedeva già esperienza. Complice anche un mercato chiuso per un anno (secondo la FIFA c’è stata un’irregolarità nel prestito di diversi giocatori minorenni), Franck ha riaperto le speranze di questi ragazzi, concretizzando il suo progetto con la figura di Mason Mount.

Mason Mount, l’evoluzione perfetta del progetto young

Come scrivevo precedente, l’ex stella del Chelsea ha dato concretezza al collegamento costruito una decina di anni fa circa, e cioè quello tra farmhouse dei Blues – Vitesse – Chelsea. Questo percorso, inaugurato da Marina Granovskaia e Eddie Newton, ha voluto abbracciare una politica giovanile, fatta di prestiti attraverso uno step intermedio, il Vitesse per l’appunto. Secondo i due artefici di tale progetto, i giovani vanno valorizzati e bisogna puntare su di loro, ma senza bruciarli in partenza o perderli prima di averli. Per questo, terminata la trafila primaverile vengono girati in valzer di prestiti. E, la “scuola da ballo” prediletta, è il Vitesse, club olandese di proprietà russa, dove a capo c’è Alexander Chigirinsky.

È lì che il progetto prende vita. L’unica nota un po’ più sbiadita rispetto alle altre, è il fatto che non sono molti i giocatori che, usciti da lì, sono risultati essenziali per i Blues. Oltre a Matic (anche se per lui è un discorso a metà, perché dal Vitesse è volato in Portogallo con destinazione Benfica), l’unico è stato Mount, mentre per altri – penso a Lucas Piazon, Christian Atsu, Lewis Baker – non si è andati oltre la panchina e qualche manciata di minuti.

Mount è stato il risultato finale, forse il primo, di questo progetto young. Nella sua strada è stato fortunato, perché ha incontrato Frank Lampard. Un incontro iniziato già alle giovanili, quando il ragazzo faceva le prime conoscenze con il pallone, mentre l’attuale tecnico era al terzo anno della sua splendida carriera londinese. Poi, c’è stato un rapporto diretto al Derby County, dove Lampard era la mente e Mount il braccio, fin quando non se lo è portato in prima squadra.

Frank dà fede alle sue parole

“I giovani devono percepire la fiducia del proprio tecnico. Gli allenatori che ho avuto mi trasmettevano sicurezza facendomi capire che una giornata storta capita a chiunque. Se avessi mandato quei ragazzi in panchina dopo Old Trafford, che messaggio avrei dato loro? Io metto in campo quella che reputo essere la squadra migliore in quel momento, e in tale processo la carta di identità non conta niente”.

Se ha deciso di sposare un progetto, non si rimangia le parole e non sceglie la via d’uscita più semplice quando le cose non vanno nel verso giusto, o in quello a cui si vorrebbe che andasse. Perché se si perde 4-0 con il Manchester (esordio in Premier), con due giovani del suo nuovo corso – Mount e Abraham – e poi si spediscono sugli spalti nelle partite successive, non solo l’incoerenza giacerebbe come ombra accanto all’allenatore, ma perderebbe di credibilità, sia dai suoi tifosi, sia dallo staff e sia dai giocatori, gli ingranaggi più importanti.

Ma il mister va oltre, non guarda “la carta d’identità” come ha affermato. Perché è capitato che in panchina ha lasciato mostri sacri come Kanté e Giroud per far spazio ai fanciulli. Per questo viene apprezzato. Perché sta dando fede a quanto promesso, sta dando fede al suo credo, al suo lampardismo.

Il calcio di Lampard

La differenza c’è stata, è innegabile. Una squadra con un organico più giovane, con un attestato biografico più esile rispetto a giocatori con un bagaglio d’esperienza maggiore. Un allenatore giovane per una squadra giovane. Un connubio che si lega perfettamente, come se fosse un’alchimia inarrivabile in altri contesti e con altri soggetti. Lampard che aveva allenato il Derby County, non l’ha portato alla promozione in Premier, anche se solo sfiorata, ma ha portato a Stamford Bridge, invece, ragazzi a cui ha voluto dare spazio.

Lampard ha proposto un calcio franco, che punta alle possibilità senza adattarsi ad un solo e unico schema in campo, ma variando e dare ampi spazi di palleggio. Ha portato un calcio british come direbbe Stefano Borghi, manipolando più volte la struttura della squadra, giocando sulla velocità, sulla duttilità e sulla tenacia dei suoi giocatori. Un calcio che non segue la scia dell’assolutismo, ma quello di una visione a 360°, in grado di mimetizzarsi a seconda delle esigenze e delle situazioni.

Un Chelsea di soli giovani basta?

In un racconto idilliaco, ci sono nodi che è difficile sciogliere. Chi ha un’età tenera sull’anagrafe, ha voglia di dimostrare, di mettersi in mostra, di esaltare le proprie caratteristiche tecniche davanti al pubblico. Ma sono calciatori affamati che non sanno cacciare come dovrebbero: 54 gol presi in campionato, un record negativo che non si verificava dal ventennio scorso, precisamente dal ’97; gol facili da fare sottoporta, con un esito finale negativo; poca reattività nella fase di non possesso.

Questi dati ci raccontano quanto occorra un cambiamento, o meglio, un compromesso. I giocatori giovani sono preziosi, e sono il futuro del nostro calcio. Di tutto il calcio. Ma bisogna accompagnarli nella crescita, necessitano di avere una figura carismatica in campo, un leader di spogliatoio e anche giocatori che sappiano fare la differenza quando si deve, insomma, che ti decidano le partite. Ed ecco che Frank accetta e si decide: sì ad un progetto vincente.

Il paese dei balocchi a Stamford Bridge

L’annata del Chelsea non è stata male. Lampard ha ereditato la squadra di Maurizio Sarri, che aveva appena vinto un’Europa League, qualificandosi direttamente in Champions. Il tecnico londinese, poi, si posiziona quarto in Premier, passa i gironi di Champions (per poi esser stato surclassato dal Bayern, che ha a sua volta surclassato chiunque) e arriva in finale di Coppa d’Inghilterra, perdendola. Tutto sommato, dei traguardi sono stati raggiunti, anche perché a Lampard non è mai stato chiesto di vincere il campionato, ma non è una scusa per dire che si è adagiato troppo o che ha affrontato le competizioni con superficialità.

Ora serve di più. Non solo giovani, ma giovani affiancati da calciatori di talento, con un’età che li porta sulla via della maturazione e che sono pronti per portare la squadra di Londra a livelli ancora più competitivi, non solo dentro le mura domestiche, ma anche fuori.

Acquisti e cessioni

Un mercato fermo, stazionario, per motivi irregolari tracciati dalla FIFA. Adesso, con il via libera, scende in campo il patron Roman Abramovič, con un portafoglio più ricco che mai e con diversi giocatori già arrivati con un valore che sfiora quasi i 250 milioni di euro, in sterline ancora di più.
Timo Werner (53 milioni), Hakim Ziyech (40 milioni), Kai Havertz (80 milioni), Thiago Silva (gratuito), Ben Chilwell (50 milioni). Un mercato faraonico con cifre da capo giro, che ricordano le spese investite dal PSG, ma non dobbiamo farci ingannare, perché quei soldi non sono solo arrivati dai premi e dagli sponsor di quest’anno, ma anche dalle cessioni.
Mario Pasalic (15 milioni), Alvaro Morata (56 milioni), Ola Aina (quasi 10 milioni) per il bilancio del 2019 e Eden Hazard, dilazionato in più anni, ma che la cifra tocca comunque i 160 milioni di euro: 40 per il 2019, 56 per il 2020 e 64 per la prossima stagione.

Werner, Ziyech, Havertz, Thiago Silva e Chilwell: un capolavoro!

Il mercato sul fronte investimenti è davvero da applausi. Tralasciando i soldi spesi, che ormai è diventato complicato dare una propria valutazione visto come sono lievitati, i giocatori che arrivano sono un rinforzo quasi per ogni reparto, specie nella difesa, quello a cui bisognava ottemperare di più.

Timo Werner, un giocatore completo

È un acquisto che fa invidia a chiunque. Non solo è dotato di un ottimo killer istinct (92 gol in tutto), ma è un giocatore che aiuta la squadra, che mette al primo posto la collettività piuttosto che l’individualità e lo dicono i dati: durante la partita vince 3,2 contrasti e recupera 2,4 palloni. Un calciatore quotato anche nei movimenti in profondità, offrendo più spazio per le verticalizzazioni e portando più soluzioni ai compagni che vogliono servirlo. È ambidestro e questo ai difensori non piace. Con i suoi scatti repentini e i cambi di velocità, non solo mette in difficoltà la retroguardia avversaria, ma acutizza la situazione grazie alla capacità di non prediligere un piede preferito.

Ziyech, l’uomo che inventa

Il sogno prediletto della Roma ad un passo da Trigoria, anche se poi però arrivò Pastore. Nasce come trequartista, ma può ricoprire benissimo la parte alta destra del campo, proprio per andare a sostituire chi adesso non c’è più, vedi Pedro e Willian. Il suo sinistro canta e incanta, sia quando decide di puntare la porta, sia quando decide di servire i compagni, con pennellate pittoresche che illuminano il campo. Ha un controllo palla delizioso, capace di accodare gli avversari e andarsene con una giocata fantasiosa. Già, proprio la fantasia, quella che non gli è mai mancata. Pensa, inventa e crea, con il Chelsea, darà fascinazione.

Kai Havertz, il più costoso

Un diamante da 80 milioni di euro che è stato strappato alla Bundesliga e che, ahimè, renderà il campionato tedesco meno affascinante. Un giocatore che trova la sua forza nell’essere polimorfo, un vantaggio che lo rende applicabile in qualsiasi zona della trequarti. Purché si trovi nella trequarti. Un calciatore moderno, che si adatta ai tempi di un calcio altrettanto moderno: tecnica, intesa con i compagni e, come Werner, non ha difficoltà nel calciare di destro o di sinistro. Meno prestanza fisica, ma più astuzia nel muoversi tra gli avversari. Havertz non è il giocatore che ti vince gli 1vs1 se effettuati spalla contro spalla, ma sicuramente ha il pregio di anticiparti con gli inserimenti, rendendo questo Chelsea, il più verticalizzabile possibile.

Thiago Silva, un veterano carismatico

Non credo che abbia bisogno di presentazioni, ma al massimo il contrario: se gli si stringe la mano, sarà una conoscenza a senso unico, perché tutti sanno chi è. Un acquisto di esperienza che aiuterà la squadra di Lampard nel compiere quel salto qualitativo che manca in difesa: 57 gol sono molti e una difesa troppo ballerina rende le partite sempre più complesse. Zeman disse che “per vincere basta fare un gol in più dell’avversario”, ma è una frase che trova poco spazio nella pratica. Ed ecco che il difensore trentacinquenne porterà equilibrio, tattica, carisma fuori e dentro lo spogliatoio e uno spirito motivazionale e di crescita a quei giovani talenti del futuro che si troverà affianco. La carta d’identità non peserà molto, Thiago saprà essere sempre decisivo.

Chilwell e la sua pacatezza

Un altro mr.50 milioni strappato ai Fox e che darà ancora più smalto in un reparto più opaco che lucido per Lampard. Sì, perché non è mai stato d’amore e d’accordo né con Marcos Alonso, né tantomeno con Palmieri. Un giocatore agile, veloce, rapido e dinamico che si adatta moltissimo al calcio british del tecnico. Un senso dell’aggressività un po’ apatico, rispetto ai due terzini qui sopra citati. Un vuoto, però, che viene colmato con un ottimo senso della posizione, vincendo molto spesso contrasti con i suoi avversari. Corre, allunga, vola quasi e, ciò che è più essenziale per un calciatore, è tranquillo. Non va in pallone quando si creano situazioni difficili, anzi, cerca di facilitarle, o con una giocata semplice o facendo leva sulle sue qualità.

Non solo ragioni tattiche, ma anche politiche

Roman Abramovič non si reca a Stamford Bridge da una manciata di anni. Tre anni fa ha preso la cittadinanza israeliana, ma si trova spesso in Russia, a gestire affari che, leggendo i quotidiani, fruttano. Come se i Blues fossero l’ultimo dei suoi pensieri.
In realtà le cose non stanno proprio così: già nel 2018, il patron russo voleva recarsi nella capitale inglese per assistere alla finale di Fa Cup, ma non ha potuto a seguito di un visto non rinnovato dal governo.
Si è cercato di rendere i fatti meno eclatanti possibili, smorzando rumors e affermando che si trattasse di un ritardo burocratico, ma che invece le tensioni riguardano fattori prettamente politici.

Quello che più aleggia intorno al braccio di ferro tra Inghilterra e Russia, riguarda essenzialmente l’espulsione di 23 diplomatici avvenuta ad aprile di quell’anno. Una risposta arrivata in seguito all’avvelenamento, avvenuto a Salisbury, di Sergei Skripal (un ex militare russo e agente dell’Intelligente britannica), insieme a sua figlia Yulia. Erano stati ricoverati in seguito ad un avvelenamento provocato da gas nervino, che li ha portati oltretutto in coma.

Si è aggiunto, poi, l’anno zero del mercato senza acquisti, intensificato dall’accantonamento del progetto di riqualificazione dello stadio. La nuova discesa in campo del presidente del Chelsea, è il segno di un avvenuto atto di riappacificazione? Sicuramente tutti questi investimenti beneficeranno al mercato britannico, specie se dovesse ripartire la riqualificazione dello stadio, che di certo non potranno non far piacere al ministro del Tesoro.

Giovani ed esperienza, Lampard ci divertirà

È stato un anno di transizione quello passato. Con un mercato chiuso in entrata, Lampard ha dovuto ad adattarsi a ciò che aveva fra le mani. Ha valorizzato i giovani, ma ha capito che vanno accompagnati in un percorso di crescita che non può vedere solo lui come protagonista.
Gli acquisti serviranno a questo. Serviranno a dare un appalto competitivo, capace di lottare per posizioni più vertiginose. La strada è ancora lunga, perché Liverpool e City hanno una struttura già ben consolidata, ma il terzo posto non è di certo un miraggio.

Il rischio c’è, perché l’idea di Lampard è stata sempre fondata su un qualcosa di più utopistico se fatto combaciare con la realtà. Ma questo sarà l’anno di rivelazione, quello che lo metterà davanti se stesso, Lampard contro Lampard, aspettando la risposta sul campo, l’unico giudice oggettivo. Darà ragione al primo Lampard, quello ancorato ai dettami giovanili e talentuosi o darà ragione al secondo, quello che ha accettato il compromesso di mescolare giovani talentuosi a calciatori capaci, esperti, carismatici, che alzano il livello competitivo?

Il tempo ci darà i risultati, quello che possiamo fare però, è accendere il televisore, sederci comodi e prendere visione di questo Chelsea stile Luna Park.

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