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Franz Beckenbauer, Kaiser divino

La Der Kaiser rappresentava la carica imperiale di maggior rilievo entro i confini teutonici. Essa era simbolo di leadership e carisma, nonché status che ha impresso un timbro focale marchiato sulla carriera di Franz Beckenbauer, l’uomo dai principi consolidati.

Sovranità alla sua purezza, mito della leggenda pallonara, autore dell’impressione autoritaria del libero. Rivoluzionario, unico. Franz ha colto quella parte differente del gioco, applicandone la rincorsa ad un sistema intravisto, occultato a fronte di scellerate opinioni tecniche.
Supremo nel attaccare l’avversario, ostacolo insormontabile dotato di affermate composizioni atte a colmare ogni lacuna, una creazione rara.

L’oro rappresenta il personaggio: complicato da osservare, nota immersa in uno scomparto armonico, pedina jolly dello scacchiere. Il materiale sviscera la sua potenza dinanzi l’imponente riflesso fondato dal sole, apre il guscio e la sprigiona.

Kaiser era di più degli altri

Nella musica è il Fa che completa la “Nona Sinfonia”. Lo concepite come il Sol, in maggioranza nel brano.
Tuttavia, tale melodia tende a completarsi e definire una struttura autonoma in presenza delle due lettere, che più lo raccontano nel contesto.
“Kaiser” era il più, l’ultimo tassello. Stordente, sgargiante, lucente. L’uomo dal tempo inappuntabile, lettore del gioco e radicato nella partita in più versioni contemporaneamente.

Conclude verve offensive, smorza, tende a voler sprigionare l’ecletticità agonistica, mutando il significato delle parole avversarie in stonatismi. Peculiare. Per raccontarlo occorre analizzarlo e trarne ciascuna virtù.

La certezza dell’affermarsi sopraelevato rispetto agli umani e placati tentativi di valicarlo ci definiscono un abbozzo di ciò che aveva, con garanzie affermate, intenzione di compiere.
Lo è stato. Torna ricorrente ed in aiuto, il termine “plus”.

Nell’organismo prestabilito, scioglieva nodi a suo favore. Il quid del Bayern epocale, leggenda immolatasi da un emisfero superiore. Certezza, come il suo conscio nell’affrontare scelte rapide: dal nanosecondo più estremo ha coltivato la sua forza, e dai bivi inferiormente consueti, ulteriori motivazioni complesse da ricercare per chiunque tentasse di imitarlo.

Tali affermazioni si tramutano nel tempo per definire il suo essere “Kaiser”. Si pone feroce sui giocatori in questione, mai voluti dal tecnico in quanto concettualmente sottostante nel svolgere il compito, e li arresta. Arresta, e successivamente fornisce, complice un piede raffinato, pulito come la sua essenza, must di una figura eccelsa in ogni singola azione, alla quale donava piglio di sé, lasciandone segno.

L’onnipotenza

L’attimo che infrange le leggi considerate attitudine è il giorno della “partita del secolo”, contro l’Italia: il pilastro della Mannschaft si lussa una spalla, ma stoico combatte, trascinando i suoi ai supplementari a suon di incitamenti.
Il portamento del Kaiser è la completezza del significato di divino. Rievocandolo: “Appartenente o riconducibile alla divinità, l’onnipotenza”. Quest’ultima era idilliaca.

Franz a priori e posteriori

“Il talento di Beethoven”, tergo, è la padronanza dello strumento, la brama di una meraviglia inconsueta, citando la prima versione del sottoscritto che lo vide, circa cinque anni fa.
Ed il tergo rientra. Vuol dire “ a posteriori”, ed appartiene a latinismi meno in prima linea. Forse, il Kaiser, si esaltava in tale ottica. Alla fine, se le nubi scompaiono arriva il sole, e nell’attimo in ambito concreto, le prime erano gli attaccanti, annichiliti, inermi, amorfi al suo cospetto. L’attimo che brilla è mai afoso, tiepido, stante nella sua linea perfettamente dritta, senza farsi dominare da terribili afe all’orizzonte.

Nella versione a priori, Beckenbauer, agiva da ala funambolica: estro brasiliano collettivista, differente, dal quale ha estrapolato lezioni di “samba” e tecnica di base, ai tempi considerata superflua, elemento focale nella creazione della sua figura, piedistallo all’ascesa qualche tempo dopo.
Esso appartiene alla seconda illustrazione, a posteriori, il sé elegante, ornato di composizioni bucoliche a comporre il ruolo della preminenza, raffinato, avente il fine senso del tocco, implacabile.

La forza della non conformità

Ostinato nel perseguire ciascun obiettivo, talvolta testardo, ha reso omaggio ad un carattere aperto, intraprendendo l’originalità della sfera, curando anch’ella, come ogni sua movenza.
Non era l’obbligo di sottostare a convenzioni sociali, ma l’apertura alla rivoluzione, capitano indiscusso moralmente, ma vagone portante ad uno stile chic e sofisticato.

Ha reinventato il tipico difensore centrale rude in un uomo mite, glaciale nell’interporsi alle sfacciate controffensive, salvo poi avviarle lui stesso.
L’immagine protratta per lustri è una fascia al braccio indossata con onore, che meglio parla per conto proprio.

Nell’epoca che non privilegia componenti a trazione opposta, causali di conclusioni affrettate per giovani carriere nel contemporaneo, quali il fisico, ha saputo sviluppare il suo metro e sessantacinque d’altezza come sintomo di fluidità, rapidità d’esecuzione mai replicata, che si riflette nel suo esser spiccato, sinonimo se preferite d’efficienza.

Beckenbauer era diverso dal tipico spirito introverso e dedito solamente al duro lavoro, bensì ostinava una conduzione occidentalizzata e moderna, posta verso meridione.
Ballava con il pallone tra i piedi, portandoci nelle spiagge di Rio de Janeiro, non nel caldo opprimente: in tal caso era la componente che lo soffocava, fornendo nuovamente il tepore idoneo.
Sempre il cristallino contesto verdeoro è reso prodigio dall’approdo dell’ uomo considerato ostile, in realtà rovente.

Il successo come un cervo spaventato

“Il successo è come un cervo spaventato. Deve esserci il vento giusto, il tempo, le stelle e la luna” disse. L’interpretazione arriva dal suo agire sul terreno verde. Ha reso la meteorologia il miglior parallelismo con le sue gesta: il vento soffia, va affrontato. Il tempo è la copia del precedente. La luna è Platone, l’apogeo.
Franz Beckenbauer era l’umano guerriero, con istinti nobili, conformazioni astrologiche in possesso. Ambiva alle sembianze del gladiatore, le palesava in ogni circostanza. Poneva stimoli dalle sue stesse dichiarazioni, salvo poi elargirle sul campo, salate come il nubifragio acido, conto pesante anche per le leggende.

Beckenbauer, “Il Kaiser”, è stato la singola affermazione d’un paragone mai reiterato, mito inconsiderato in quanto elevabile. Ha ripristinato l’usanza posta solamente dalle cariche storiche narrate come irraggiungibili sui libri di storia. Quell’opera l’ha riscritta, aprendone un copione, differente, il primo per ciò che ha impresso.

Se resterà nell’Olimpo citato “ Kaiser “, merita di aver la penna in mano e completare il testo. Lui, l’ha svolto, con il solito diletto onore. La penna era la sfera, la mano il piede pregiato.

E poi il titolo: “Kaiser”. Il primo imperatore moderno. Franz, einfach der Kaiser.

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