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La Maratona di New York del 50° anniversario non si correrà

Quest’anno non si correrà la Maratona di New York a causa delle ben note ragioni legate alla pandemia mondiale di Covid-19, e visto che proprio la Grande Mela è una delle metropoli più colpite a livello globale. È un ulteriore peccato che tutto ciò accada nella ricorrenza che avrebbe visto celebrare il cinquantesimo anniversario della corsa su lunga distanza più famosa al mondo. Tuttavia, dato che non potremo raccontare lo svolgimento della Maratona di New York 2020, abbiamo deciso di ripercorrere nella sua storicità le tappe fondamentali di questo evento di risonanza mondiale.

Perché NY è NY

Ci sono una serie di motivi per cui la Maratona di New York è oggi la corsa podistica più conosciuta e frequentata al mondo. Alcuni di questi motivi risiedono nel fascino incontrastato che la grande città americana esercita sull’immaginario collettivo. Il percorso dei classici 42 chilometri e 195 metri si snoda attraverso i cinque differenti distretti della Grande Mela (Manhattan, Bronx, Queens, Brooklyn, Staten Island). L’evento rappresenta un’attrattiva unica sia per i più resistenti campioni sparsi per il mondo sia, soprattutto, per i tantissimi amatori che desiderano cimentarsi con la prova più dura. Sono talmente tanti i podisti che sognano di attraversare correndo il ponte di Verrazzano che l’associazione organizzatrice, la New York Road Runners, è stata costretta negli ultimi anni a limitare le iscrizioni, a fronte delle oltre centomila richieste. L’ultimo anno sono stati in ogni caso oltre 50.000 gli atleti giunti al traguardo, un record assoluto rispetto a tutte le altre grandi manifestazioni podistiche del panorama internazionale.

I Knickerbockers

Non è tuttavia il solo fascino intrinseco di New York a trasformare una corsa cittadina nella maratona per antonomasia. L’ingrediente in più, quello che manca a tutte le altre gare del mondo, ce lo mettono i newyorchesi. Per loro la prima domenica di novembre si trasforma ogni anno in una grande festa, un rito collettivo da onorare per tutta la giornata. Se è vero che per convenzione una maratona dura due ore e spiccioli, il tempo si dilata enormemente quando a correrla è una folla entusiasta di persone comuni, chiamate comunque a concludere la prova entro otto ore e mezzo per apparire nelle liste dei classificati. Su tutto il percorso, da Staten Island al Central Park, si srotolano orde festanti di abitanti, orchestrine strimpellanti (oltre un centinaio), cori gospel, scolaresche, turisti e figure folkloristiche. Una folla di maschere, statue della libertà viventi, zii Sam che metro dopo metro corrono, e talvolta passeggiano, fino al calare della sera tra i suoni e i frastuoni della gente. Tutto per potersi mettere al collo l’agognata medaglia riservata ai finisher ed essere “rianimati” grazie anche all’affetto dei presenti, prodighi di complimenti e pacche sulla spalla.

Partenza da Staten Island verso Brooklyn

Altro ingrediente vincente della ricetta newyorchese è la grande varietà di scenari che la più popolosa città d’America offre e la genuina competizione che vede sfidarsi i cittadini di ogni distretto per aggiudicarsi la palma dei tifosi più calorosi. La gara si sviluppa attraverso i cinque grandi boroughs della città. Si parte a metà mattinata dal distretto residenziale di Staten Island, non prima della tradizionale esecuzione dal vivo dell’inno nazionale, d’obbligo per ogni manifestazione che si svolge sul suolo americano. Dopo lo sparo dello starter, i podisti migliori scattano dalle prime posizioni verso la vicinissima salita sul ponte di Verrazzano che collega l’isolotto newyorchese con il distretto di Brooklyn. Sotto i loro piedi il ponte comincia a tremare a causa della marea umana avanzante. I primi a partire sono i disabili della categoria wheelchair, gara istituita solamente nel 2000. Tocca poi alle professioniste femminili, ai maschi e subito dopo, divisi in tre grossi scaglioni ordinati per merito e che partono ogni venti minuti, comincia la fatica tutto il resto del gruppo. Brooklyn è teatro di circa metà della prova che corre parallela alla Brooklyn-Queens Expressway fino alla 4th Avenue per poi proseguire su grandi arterie come Lafayette Avenue, Bedford Avenue e McGuinnes Avenue attraverso sei quartieri: Bay Ridge, Sunset Park, Park Slope, Bedford-Stuyvesant, Williamsburg e Greenpoint.

Attraverso il Queens fino a Manhattan e traguardo

Attraversando il ponte di Pulaski i corridori escono dal più affollato borough cittadino ed entrano in quello più esteso, il Queens, raggiungendo l’Halfway point (metà corsa). Altre due miglia e si scavalca l’East River sul Queensboro Bridge, uno dei punti più suggestivi specialmente per i primi atleti a transitarvi. “Sei sospeso sull’acqua e immerso nel silenzio, poi scendi verso Manhattan, svolti a destra sulla First Avenue ed esplode l’entusiasmo del milione di spettatori che comincia a incitare e ad applaudire”. Sono questi i pensieri di Stefano Baldini, campione olimpico di maratona nel 2004 ad Atene ma mai trionfatore a New York. Una volta nel centro nevralgico della Grande Mela gli atleti puntano dritti verso Harlem, il quartiere afro-americano a nord dell’isola, attraversato il quale si giunge, dal ponte della Willis Avenue, nel Bronx. Viene attraversato per neanche un miglio dagli atleti che, superando il quinto e ultimo ponte previsto, il Madison Avenue Bridge, tornano a Manhattan per ritrovarsi dopo neanche un altro miglio, immersi nel verde del Central Park. È qui che si conclude la corsa, dopo altre estenuanti quattro miglia che portano alla Tavern on the Green, storico locale adiacente alla linea di arrivo, dove tra l’altro si svolgono incontri e cene ufficiali pre e post gara.

Agli albori nel 1970

Il percorso descritto è quello storico su cui si sviluppa la corsa dal 1976. Per i primi sei anni però, dal 1970 al 1975, la gara si è svolta per intero all’interno del Central Park. L’idea venne a Fred Lebow, presidente del New York Road Runners Club, che scelse come scenario il Park Drive, la rete di percorsi interni al polmone verde cittadino, come sede della prova. Davanti ad un centinaio di persone incuriosite fu Gary Muhrcke a vincere la prova, con il discreto tempo di 2 ore, 31 minuti e 38 secondi. Su un totale di 127 partenti paganti (un dollaro la tassa d’iscrizione) solo 55 giunsero alla fine della prova. Da quello sparuto gruppo di appassionati alle decine di migliaia di persone che oggi affollano le strade di New York si è arrivati per gradi, passando anche dai 2090 iscritti alla prova del 1976, bramosi di cimentarsi coi propri limiti e di scoprire se sarebbero stati in grado di arrivare correndo da Staten Island fino alla lontana Manhattan.

L’importanza delle quote rosa

Già dal 1971 viene istituita la prova femminile che, col senno di poi, porterà fortuna alla storia della manifestazione. Un deciso passo avanti verso l’affermazione a livello internazionale arriva infatti con la corsa del 1978, quando la norvegese Grete Waitz conclude la prova con il nuovo record mondiale femminile in 2.32’30”. Fino ad allora la maratona cittadina era eclissata dalla presenza sul suolo americano di due delle più prestigiose e antiche maratone del mondo, quelle di Boston e di Chicago. Con la prima affermazione delle nove complessive della fuoriclasse scandinava, New York cominciò ad avere la sua visibilità. Tornando alla Waitz, le sue nove vittorie rappresentano un primato imbattuto e probabilmente imbattibile, sigillato nel 1988 con l’ultimo suo successo. Dietro di lei tra con tre affermazioni la britannica Paula Radcliffe e con due le kenyote Margaret Okayo e Tegla Loroupe e la lettone Jelena Prokopčuka. Due le vittorie anche per le statunitensi Nina Kuscsik e Miki Gorman, ottenute prima del 1978 quando il livello delle iscritte alla maratona non era ancora di primo piano.

E gli italiani?

Il fascino che la Grande Mela esercita sui podisti del Belpaese si traduce in una presenza record nella storia della maratona, seconda solo a quella dei padroni di casa americani. Nel 2010 il contingente italiano è addirittura il più numeroso, con 3792 iscritti. Spiccano atleti che ancora oggi, dopo le affermazioni passate, non riescono a scrollarsi di dosso la voglia di correre nell’atmosfera magica che i five boroughs sanno regalare. Si parla del vicentino Orlando Pizzolato, vincitore delle edizioni ‘84 e ‘85, e della romana Franca Fiacconi, unica italiana a trionfare davanti alla Tavern on the Green nel 1998. Altri tre italiani appaiono tra le liste dei vincitori e sono Gianni Poli da Lumezzane (Brescia), che succede nel 1986 ai due successi di Pizzolato, ed il pugliese Giacomo Leone che conquista la vittoria nel 1996. Nel 2001 arriva anche il successo di Francesca Porcellato che sulla sua sedia a rotelle vola tra le avenue newyorchesi ed i viali del Central Park in 2.08’51” stabilendo l’allora record della corsa.

La forza trainante della Grande Mela

La Maratona di New York è diventata oggi un evento mediatico seguito da oltre 300 milioni di persone in tutto il mondo. Alla corsa della Grande Mela si deve soprattutto il merito di aver trainato con la sua crescente popolarità tutte le altre maratone, sebbene più antiche e blasonate, relegate, prima del suo avvento, ad uno status di piccole e faticose corse per un ristretto numero di appassionati. Conseguenza di ciò è anche la nascita nel 2006 del World Marathon Major, un circuito professionistico che racchiude le sei più prestigiose maratone del mondo: Tokyo, Berlino, Boston, Chicago, Londra e appunto New York.

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