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Dan Friedkin e il perché di un mercato che non decolla

La pazienza è il miglior metodo risolutivo. Lo dicono i fatti, ma soprattutto la scienza. In qualsiasi ambito. Sportivo, lavorativo, di vita quotidiana, ovunque. L’essere pazienti, non solo porta ad un benessere psico-fisico, ma induce a compiere le cose nei migliori dei modi. Farsi ingolosire dall’impulsività, dal volere tutto e subito, come se pensiero e azioni fossero programmate all’istante, crea soltanto scompigli e irregolarità in quello che dobbiamo svolgere.
Essere impulsivi, non porta a nessun tipo di ragionamento, che invece è alla base di qualsiasi processo. Farsi trascinare dal breve tempo e non dilazionarlo negli intervalli adeguati, creerà con il tempo un buco nero talmente grande, in grado di trascinare tutto ciò che di meglio poteva esser fatto dentro di sé.

Anche e, soprattutto, il mondo del calcio è legato al vagone dell’irrefrenabilità. I presidenti, specie quelli ricchi, riducono a mero sfondo economico ogni tipo di gestione, lasciando alle spalle una miriade di elementi associativi, che, se sommati, si rivelano addirittura più importanti. City e PSG, ad esempio, hanno investito con gli sceicchi quasi 2 miliardi di euro, addizionando le loro spese, badando poco a tutto ciò che di essenziale circonda la squadra.

Se ci affacciassimo al nostro campionato, vediamo che il nuovo Presidente della Roma, Dan Friedkin, sembra tutto tranne che uno spendaccione. Un uomo con i piedi cauti che sfrutta la sua pluriconoscenza nel campo dell’imprenditoria. Di certo non possederà il portafoglio degli sceicchi, ma non per questo il neo americano è orientato ad una politica mirata alla costruzione, mattone dopo mattone, per dar vita ad un castello imponente. Friedkin non è un uomo impulsivo, ma un uomo che ragiona, che sa pazientare, aspettando il momento giusto per affondare il colpo decisivo.

Chi è Dan Friedkin?

Una vita da imprenditori. Questo è quello che troviamo scritto nel DNA della famiglia Friedkin. Da Kenny Friedkin (nonno di Dan), passando per Thomas Friedkin (papà di Dan), fino a Dan, attuale presidente della Roma. Non solo, perché a seguire costantemente la squadra ci sarà Ryan, figlio di Dan.
Una dinastia che sembra non terminare mai. Passione per gli aerei e per il cinema che vengono trasmesse all’attuale numero uno della Roma, che, con l’acquisto del club, si appresta a dar vita a quello che non è mai sobbalzato alla mente degli antenati. Mai si era pensato all’acquisto di una squadra di calcio. È il primo movimento verso un orizzonte di novità, ma che tende ad ampliare la bacheca imprenditoriale.

Tutto inizia l’anno in cui le strade di Roma si tinsero di giallorosso. Sì, perché l’allora squadra di Fabio Capello, si apprestava a vincere il suo terzo scudetto della storia. Era il 2001.
Un passaggio di proprietà, quello tra padre e figlio, quello che ha il sapore di una continuità e che sembra avere un’aura di eternità. A guidare tutte le ricchezze di Thomas, c’era Dan, pronto a rendere sempre più solide tutte le società che aveva sotto il suo occhio vigile. Lo farà silenziosamente, lavorando con caparbietà, ma agendo nell’ombra senza dare troppo a vedere quali fossero i suoi obiettivi.

Un uomo che agisce nel silenzio e nella riservatezza

Anche questo lo erediterà dal padre. Dan ha sempre praticato la sua professione in maniera silente, senza scavalcare la soglia dell’ingordigia insaziabile di denaro. Non importa accumulare chissà quanti milioni, ma è essenziale svolgere il tutto con passione e dedizione, rendendo seria l’immagine della famiglia. L’acquisto dell’AS Roma non sarà mai una vetrina per lui, ma un altro tassello fondamentale da aggiungere all’estremo lavoro che prosegue da moltissimi anni, abbracciando, soprattutto, quelli del secolo precedente.

Friedkin è un uomo estremamente riservato. Lui, come tutta la famiglia. Non piace che le notizie divulghino troppo velocemente, ma preferiscono lavorare con fare cauto. La questione stadio, ad esempio, è rinviata a data da destinarsi. La fuga di notizie che ci sarebbe stata nelle ultime ore è andata di traverso ai due texani. Si sarebbero dovuti incontrare con la Raggi, ma ad oggi, non trova una data fissa nell’agenda.

Una cosa per volta

Questo è quello che girovaga nella mente dei nuovi proprietari. La fretta non porta da nessuna parte, specie quando si ha davanti un progetto a cui non si è mai messo mano. Essere proprietari di una squadra di calcio, richiede enorme responsabilità e, Dan, già lo ha compreso. Lo ha compreso perché non è l’ultimo arrivato nel mondo del business e perché già ha preso carta e penna per appuntarsi ciò che i tifosi richiedono. Piano piano sta imparando a conoscere l’ambiente, il suo ambiente. L’altro giorno, insieme al figlio Ryan, si è presentato a Trigoria, dove ha conosciuto la squadra, gli addetti ai lavori e Paulo Fonseca, di cui aveva avuto il piacere di chiacchierare per via telematica. I giocatori sono rimasti ad assistere al discorso dei Friedkin: incantati, come se avessero visto qualcosa di sconosciuto fino a quel momento alla loro vista. Forse perché il vecchio patron, James Pallotta, era sempre assente ai cancelli di Trigoria, delegando come suo rappresentante Baldissoni, ormai ad un passo dall’addio.

Essere lì, davanti a tutti, davanti alla squadra e all’allenatore è un segno di presenza, quella che fino a qualche tempo fa non esisteva e che portava poca disciplina. Dan Friedkin ha fatto capire di essere presente, anche in prima persona, sebbene ad affacciarsi quotidianamente sarà suo figlio Ryan.
Niente parole dolci o parole per fomentare il popolo. Lui è stato chiaro: “speriamo di fare grandi cose insieme”. Niente promesse, niente sicurezze laddove non ci sono. Questo è quello che serve ai tifosi. Speranze sì, ma che non siano mascherate da una falsa certezza.

Comunicazione: la base della comprensione

Senza dialogo ci sarebbero solo guerre. I conflitti mondiali sono stati salvati grazie ad una semplice parola, evitando così, di distruggere città intere e popolazioni con una semplice bomba. Un accordo, quanto basta per continuare la pace. Senza nessun tipo di comunicazione ci sarebbe il devasto, ovunque, anche nei posti più improbabili. E, nelle società di calcio, la comunicazione è la pietra miliare per mandare avanti un progetto, quello a cui tutti dovrebbero credere. Questa è l’ideologia di Dan Friedkin. Nessun intermediario, nessun passaparola, lui vuole esserci. Vuole metterci la faccia. Sia quando le cose vanno per il verso giusto, sia quanto prendono una piega diversa. E, con lui, la sua eterna spalla Ryan: la Roma sarà un ottimo trampolino di lancio per spedirlo nel mondo del business e continuare ciò che segue da anni.

Presenza, legata alla comunicazione, è un binomio essenziale per il bene collettivo. I giocatori si sentono protetti, apprezzano la presenza di un Presidente che dialoga con loro. Qualunque sia l’epilogo, Dan ha chiamato Dzeko, capitano della squadra, facendogli capire quanto fosse importante la sua presenza e che di giocatori come lui servono come il pane. Se andrà via lo capiranno, ma la volontà del neo-presidente, è di continuare la strada insieme.

Non solo il capitano, ma anche l’allenatore, Paulo Fonseca, ha avviato una lunga conversazione con lui. Dopo avergli dato fiducia, Dan ha voluto sapere quali fossero le strategie, quale fosse la sua ideologia di gioco, ma anche sapere cosa significhi il calcio. Un nuovo mondo quello che si appresta a conoscere e, nessuno, più dell’allenatore, è in grado di spiegarglielo. Il portoghese gli ha espresso le qualità tecniche di ogni singolo uomo e, soprattutto, cosa occorre per rendere una Roma competitiva.
Sì, hanno parlato anche di mercato.

Un mercato a stelle e strisce che non decolla

Solo Pedro. Lui che era già sicuro prima dell’arrivo dei Friedkin. Poi tutto tace. Il ritorno di Smalling è ad un passo, ma ogni giorno c’è una nuova storia: ostacoli con l’ingaggio, problemi con la durata del contratto e, adesso, una distanza economica con il Manchester United che sembra mandare all’aria tutto. Poi, il discorso Dzeko. Dan lo chiama, lo coccola, dicendogli che è contento se rimanesse alla Roma, ma che di certo non lo tiene al guinzaglio e, quindi, si avvia la trattativa con Milik. Il polacco, dal canto suo, gioca a m’ama non m’ama. Roma e Napoli si sono strette la mano, ma l’attaccante ancora non si è deciso.
Da qualche giorno si vociferava l’interesse per Izzo, ma a volte sembra quasi fatta e altre che c’è ancora distanza.
A sorpresa, sembra esser arrivato Kumbulla dal Verona, con un prestito e un diritto di riscatto fissato a 30 milioni. La Roma potrebbe fermarsi a 25 e offrire come contropartita Cetin (attualmente si trova in prestito proprio all’Hellas).

Insomma, un turbinio di indecisioni continue, che, fino ad ora, oltre che lo spagnolo, Trigoria non ha visto nuovi volti. Fonseca è preoccupato, perché tra pochissimo inizia il campionato e non avrà modo di inserire innesti come vuole lui; soprattutto più di mezza squadra è sul mercato, ma nessuna luce in fondo. Qual è il motivo di questo temporeggiamento?

Se non si vende non si compra

Questo è stato il messaggio del Presidente. Basta accumulare giocatori, proporgli contratti sostanziosi, ma poi non vederli giocare. Per questo uno degli obiettivi chiave è quello di svendere e, di conseguenza, ridurre il monte ingaggi.
Serve liquidità per rilanciare un progetto e per acquistare nuovi elementi. Elementi utili e non nuovi innesti che guardino la partita. Uno tra questi è stato Schick, ceduto al Leverkusen per 26 milioni e 4 di bonus. Dopo di lui è toccato a Kolarov, non tanto per la somma ricevuta (circa 1.5 milioni) tanto il peso del contratto. Via anche l’ex capitano della Roma, Alessandro Florenzi, in prestito con diritto di riscatto al PSG.
Poi altri, tutti in fila per essere ceduti (Santon, Fazio, Karsdorp, Juan Jesus, Under, Kluivert e, forse, anche Pau Lopez).

Il tempo a disposizione è poco e, per costruire una squadra, ne occorre di più. Ma i rendimenti di molti giocatori non garantiscono la liquidità richiesta dal Presidente, per questo si vita sullo sfoltimento del tetto ingaggi. È proprio da lì che arriveranno i soldi. Ma il discorso non regge sul breve termine e si andrà, molto probabilmente, a quello che è un anno di transizione. L’ennesimo. Anche se, questa volta, l’idea di base per il rilancio c’è, dato che è cambiata la società.

L’acquisto più importante è già arrivato

Non bisogna dimenticare l’investimento effettuato da Friedkin. La Roma è stata valutata quasi 600 milioni, più precisamente 591. Con la pandemia il prezzo è naufragato drasticamente, visto che all’inizio si parlava di 800 milioni. Comunque, quello che conta, è ciò che è scritto nel comunicato. L’indebitamento che la Roma possedeva il 31 marzo 2020 era precisamente di 278,5 milioni. Un valore mastodontico. L’acquisto di Dan è stato quello di eliminare il conto in rosso e ricapitalizzare il club.

In poche parole, di quei 591 milioni, 300 sono stati investiti per saldare i debiti relativi alla società AS Roma SpA e NEEP Roma Holding S.p.A.; 190 milioni sono stati riservati all’acquisto di tutti gli asset del club (soci compresi); infine, 100 milioni sono stati investiti per la ricapitalizzazione. I numeri sono grandi e i soldi servono per dare una boccata d’ossigeno ai conti bancari. Tale processo, influisce particolarmente sul mercato e sulle operazioni in entrata di giocatori con uno stipendio elevato, oltre che al prezzo del cartellino.

Il futuro è già nella squadra

Un altro motivo per cui Friedkin è orientato a vendere anziché acquistare. O meglio, gli acquisti sono necessari, ma con il presupposto che siano mirati, non grandi nomi solo per infuocare la piazza.
I tifosi non richiedono un mercato a cinque stelle, ma vogliono fiducia, presenza, il sudore sulla maglia.
Non chiedono giocatori fuoriclasse, solo per portare visibilità al club. Chiedono una ristrutturazione valevole per il futuro.

Questo, Dan Friedkin, se l’è appuntato per bene nel suo quadernino degli appunti. Infatti, ha orientato la sua politica all’abbassamento del tetto ingaggi, senza ricorrere a cessioni importanti per il futuro. Veretout non si tocca, è il cuore del centrocampo; Pellegrini è il futuro della Roma, con la fascia al braccio e con la qualità in campo; Zaniolo è talmente essenziale, che il progetto ruota intorno a lui e i 65 milioni proposti dal Tottenham, sono stati spediti al mittente; Dzeko, solo se lui vorrà andrà via, altrimenti, Roma è casa sua.
Questa squadra è già competitiva, non servono nomi giganti, ma solo continuità.

Costruire una squadra da zero ogni anno non porta nessun vantaggio, né economico e né tantomeno competitivo. Qualificarsi alla prossima Champions sarà di vitale importanza, ma cedendo i pezzi più pregiati, questa diventa utopistica anche se solo immaginata.

Teniamo i forti, togliamo gli esuberi, questa è la politica di mercato di Friedkin.

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