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Phil Jackson, una carriera leggendaria tra Zen e anelli

Phil Jackson, nel corso della sua leggendaria carriera come capo allenatore dei Chicago Bulls e dei Los Angeles Lakers, ha vinto più campionati di qualsiasi allenatore nella storia dello sport professionistico. Jackson è stato etichettato “il maestro Zen”, quasi per scherzo dai giornalisti sportivi, ma il soprannome racconta una verità importante: è un allenatore che ha ispirato, non pungolato; che ha fatto da guida, risvegliando e sfidando i migliori propositi della natura dei suoi giocatori, non il loro ego, la paura o l’avidità. Nella sua ricerca per reinventare sé stesso Jackson ha esplorato tutto, dalla psicologia umanistica, alla filosofia dei nativi americani, alla meditazione Zen. In questo processo, ha sviluppato un nuovo approccio alla leadership basata sulla libertà, l’autenticità, e il lavoro di squadra altruista che ha trasformato il mondo ipercompetitivo degli sport professionistici.

Il figlio del predicatore

Philip Douglas Jackson nasce a Deer Lodge il 17 settembre 1945. Osservando e conoscendo le idee filosofiche e politiche di Phil Jackson, sarebbe plausibile pensare che il piccolo Phil sia cresciuto in un ambiente da “figli dei fiori”, con droghe leggere e idee di sinistra fin dall’infanzia. In realtà i suoi genitori, Charles ed Elizabeth, fanno i pastori pentecostali di professione e seguivano alla lettera gli insegnamenti di San Paolo, ovverosia «fare parte di questo mondo ma non esserne parte». L’infanzia di Jackson e dei suoi tre fratelli consiste di: messa tutti i giorni, niente televisione, niente film, niente fumetti, figuriamoci andare a ballare. I genitori costringono i ragazzi a vestirsi solo con magliette bianche, e all’unica sorella Joan non è permesso di indossare né i pantaloncini né ovviamente un costume da bagno.

Insomma, se l’ambiente familiare risulta decisamente rigido, fuori è pure peggio, perché tutti i compagni di classe li prendono in giro, definendoli “strani e antiquati”. Tutte queste costrizioni hanno progressivamente spinto Phil ad allontanarsi dalla religione professata dai suoi genitori, i quali ambivano a far diventare tutti i figli pastori come loro, e a cercare ogni modo possibile per fuggire da casa e dagli obblighi della domenica. Phil ha sempre amato i suoi genitori, chiaro, ma la loro rigidità lo spinge ancor di più a cercare altro, a liberarsi e a sperimentare una nuova spiritualità, distanziandosi dal cristianesimo pentecostale che a lui appariva falso e poco adatto alla curiosità sua mente.

Spalancando le porte della percezione

Innamoratosi del basket sin da tenera età, grazie alla sua statura di 203 cm e un discreto talento nel gioco, non è difficile per Jackson riuscire a trovare un College interessato a lui. Così, dopo aver frequentato l’Università del North Dakota sotto la guida di Bill Fitch, Phil viene notato da uno scout, tale Jerry Krause (i due si scontreranno duramente in futuro), che lo vorrebbe scegliere al Draft per i Baltimore Bullets, squadra NBA per cui lavora. Ad agire d’anticipo però sono i New York Knicks, che lo prendono con la 17esima scelta assoluta e, nella persona di Red Holzman, vanno direttamente in North Dakota per fargli firmare un contratto, portandolo così nella Grande Mela.

Dopo qualche anno in NBA, in cui vince due anelli con i Knicks di Willis Reed, Phil si allontana dal professionismo e decide di mettere su casa a Flathead Lake, nel Montana, e, insieme al fratello Joe, inizia a costruirla con le sue mani. Assume un muratore, rimasto sconosciuto nel tempo, il quale ha «un modo di fare calmo e concentrato, accompagnato da un approccio pratico al lavoro». Ne rimane colpito, e quando inizia a parlargli viene a conoscenza della pratica dello zen, che il muratore aveva studiato al monastero del Monte Shasta nel nord della California, e se ne interessa sempre di più.

Lo zen e l’arte della pallacanestro

La ricerca spirituale di Jackson ha un obiettivo ben preciso: far stare zitta quella sua dannata testa. Come tutti gli uomini di grande intelligenza, non riesce mai a essere davvero tranquillo e in pace con sé stesso, ma è sempre pervaso da una sensazione di irrequietezza e agitazione. La meditazione zen, a suo dire, è l’approccio migliore per lui per via della sua intrinseca semplicità. E con lui funziona. Da uomo irrequieto Phil si trasforma in una specie di monaco buddhista, con un approccio molto più calmo e aperto nei confronti della vita. Sostanzialmente tutto l’opposto rispetto a quanto si aspettavano i suoi genitori da lui.

La meditazione diventerà una parte talmente importante della sua vita da entrare anche nella sua carriera da allenatore. È quasi un marchio distintivo, tanto da venire soprannominato “Coach Zen” o “Master Zen” dai giornalisti. Le sue sedute di meditazione con i giocatori (10 minuti prima dell’allenamento, niente di trascendentale) diventano leggendarie. Ma da ex giocatore Jackson ha un’idea: l’atleta ha bisogno di calmare la mente prima di una partita importante, di ridurre lo stress, e non di essere caricato con discorsi in stile Ogni Maledetta Domenica.

Primo incarico in panchina

Non appena chiude la carriera da giocatore attivo, però, le porte principali della Lega per lui si chiudono. All’improvviso la nomea da “figlio dei fiori” è diventata scomoda e Jackson, che in ogni caso non è proprio del tutto convinto di allenare, si divide tra qualche consulenza (un breve ritorno da assistente ai Nets per qualche mese) e il commento televisivo. A un certo punto, mentre Phil sta lavorando insieme alla moglie a un centro benessere, gli Albany Patroons, squadra della ormai defunta CBA, gli offrono un contratto. Ad Albany, insieme all’amico/scrittore/filosofo/fuori di testa, Charley Rosen, che fa il finto fisioterapista della squadra, dato che non era permesso avere un assistente, Phil impone che i dieci giocatori della squadra vengano tutti pagati allo stesso modo (330 $ la settimana) e abbiano lo stesso minutaggio in campo (quintetti fissi, otto minuti ciascuno, di cinque in cinque). Una cosa mai vista prima, ma il bello è che funziona! Nel 1984, al suo primo anno alla guida della squadra, vince il titolo CBA.

L’esperienza a Portorico

Cercando di arrotondare lo stipendio (ad Albany veniva pagato 18.000 $ l’anno) inizia ad allenare in estate in Portorico, più precisamente ai Piratas de Quebradillas, dove tenta di imporre il suo modello egualitario e comunistoide ai duri boricua. Dura 3 settimane. Gli viene data una seconda chance dai Gallitas de Isabela, dove ammorbidisce un po’ le sue idee estremiste. Nel corso di quelle estati sull’isola affronta: partite in notturna all’aperto nelle conchas, spettatori ubriachi e armati di tamburi (ufficialmente) e altro (ufficiosamente), proprietari di squadre che si portano la pistola alle partite perché “non corre buon sangue tra le due città”. In un’occasione un sindaco della città spara a un arbitro dopo una chiamata avversa ai suoi beniamini. Anni dopo, quando i giornalisti NBA gli chiedono se il pubblico di Sacramento sia il più rumoroso che abbia mai affrontato, Phil risponde col suo solito sorriso sornione: «Io ho allenato in Portorico, dove se vincevi in trasferta ti tagliavano le gomme e ti potevano anche inseguire fino a fuori città, spaccandoti a pietrate i finestrini della macchina».

Ritorno in NBA

La NBA proverebbe anche a riportarlo in pista. Anzi, più che la NBA a provarci è Jerry Krause. Sì, lo stesso Jerry Krause che lo voleva ai Bullets da giocatore e che adesso a Chicago, dove nel frattempo è diventato GM, gli propone un colloquio di lavoro per il posto di assistente allenatore di Sten Albeck nel 1984. Phil, fedele a sé stesso, appena sbarcato dal Porto Rico si presenta in queste condizioni: barba sfatta, camicia di vari colori non ben definiti, bermuda, infradito, cappello di paglia. Passeranno altri tre anni prima che lo stesso Krause riesca a convincere il nuovo allenatore, Doug Collins, a prenderlo come assistente. Triennio nel quale Phil, per sua stessa ammissione, stava iniziando a pensare di chiudere definitivamente col basket e di trovarsi un lavoro “normale”.

L’incontro con Tex Winter

A Chicago, sotto gli ordini di Doug Collins, entra in contatto con due veri e propri guru del basket mondiale: il primo è Johnny Bach, ex militare e vero e proprio pozzo di scienza cestistica; il secondo, il più famoso, è Tex Winter, il perfezionatore del celeberrimo attacco Triangolo. Tex aveva imparato il sistema negli anni ’40 alla University of Southern California, e lo aveva implementato con ottimi risultati in vari college per oltre 30 anni. Tuttavia nella Lega il sistema non era mai riuscito veramente a imporsi. Phil, per sua stessa ammissione, all’epoca ha gravi lacune dal punto di vista di schemi e tattiche. È un genio assoluto però nella gestione dei rapporti interpersonali. Dunque si affida e si abbevera alla fonte dei due altri assistenti e fa suo il Triangolo che coinvolge tutti i giocatori in un movimento unico e continuo in risposta al modo in cui la difesa avversaria si posiziona. L’idea non è di andare a testa bassa contro gli avversari, ma di leggere ciò che la difesa propone e reagire di conseguenza.

Approccio Triangolo-Jordan

Nel giro di un anno Collins viene licenziato e la squadra viene affidata a Jackson, che rifiuta la panchina dei “suoi” New York Knicks pur di dare sfogo alle sue idee in NBA e di portare i Bulls e Michael Jordan al titolo NBA. Il primo vero colloquio faccia a faccia tra MJ e Phil è andato all’incirca così. Jackson va da Collins, dicendogli quello che Red Holzman era solito dire a lui: «La vera impronta della stella è quanto riesce a rendere migliori i propri compagni». Risposta: «Bravissimo Phil! Adesso però vallo a dire a Michael». Come a dire “sì, tutto molto bello, ma chi glielo dice a quello là?”. Ecco chi ci va, ci va Phil, il fricchettone, il figlio del pastore, il reietto della NBA. Piccola parentesi: a quel tempo Jordan, pur senza anelli, era già Michael Jordan, ovverosia l’MVP di una Lega in cui giravano ancora Magic Johnson e Larry Bird al loro massimo o quasi.

Jackson, fedele a sé stesso, va da Jordan e gli ripete la frase di Holzman. Michael lo studia per qualche secondo, poi risponde: «OK, grazie» e scompare fuori dagli spogliatoi. È un piccolo momento, ma significativo. Jackson è il primo a dire in faccia a Jordan quello che MJ non vuole sentirsi dire, e piano piano lo mette davanti all’evidenza dei fatti. Giocando nel modo in cui ha giocato fino a quel momento (in maniera individuale) potrà vincere tutti i premi individuali possibili e immaginabili, ma mai il titolo. L’anno dopo, quando Jackson diventa capo allenatore e implementa il Triangolo, Jordan in pubblico dice di accettarlo e girato l’angolo lo definisce in maniera sprezzante «quell’attacco delle pari opportunità», sussurrando ai giornalisti amici «gli do due partite al massimo». Ma, vedendo che Phil non sarebbe arretrato di un passo e, soprattutto, notando un cambiamento nella squadra, Jordan mette anima e corpo nell’imparare il sistema.

Il resto è storia.

Approdo nella città degli angeli

Dopo la fine dell’epopea Bulls, e approfittando del lockdown generatosi dai contrasti tra i proprietari delle franchigie e i giocatori, Phil si prende un anno sabbatico passato tra il 1998 e il 1999. Mentre Jackson si trova in Alaska a fare pesca d’altura in compagnia dei figli, un ragazzino del posto gli si avvicina e gli dice: «Ehi ma tu sei Phil Jackson! Lo sai che sei il nuovo allenatore dei Lakers? L’ho visto su ESPN». Già, Phil è il nuovo allenatore dei Lakers di Shaquille O’Neal e Kobe Bryant, che a quel tempo erano due enormi talenti individuali incapaci di trovare un modo per funzionare insieme, reduci da ripetute e dolorose eliminazioni ai playoff. Jackson, che intanto si è portato dietro Tex Winter da Chicago, arriva a L.A., prende casa a Playa del Rey, si fidanza con la figlia del proprietario (l’ex coniglietta Jeanie Buss, responsabile della parte finanziaria dei Lakers) e, soprattutto, implementa il Triangolo anche ai Lakers. Il risultato? Altri tre titoli in tre anni. Che a scriverlo in sei parole sembra semplice, ma far funzionare Shaq e Kobe è stata tutt’altra faccenda.

Shaq e Kobe vogliono fare i bambini? Bene, che lo facciano pure: fintanto che andate in campo e fate il vostro dovere a me non interessa, risolvetevela da soli. Scrive nel libro “Eleven rings”: «Il miglior modo per controllare le persone è di lasciare loro molto spazio e incoraggiarli a essere “molesti”, e poi osservarli. Ignorarli non è una buona cosa; è l’abitudine peggiore. La seconda cosa peggiore è cercare di controllarli. La migliore è osservarli, semplicemente guardarli, senza cercare di avere il controllo su di loro».

L’ultima cavalcata

Arrivati al quinto anno insieme, dopo essere stati eliminati nel 2003 dai San Antonio Spurs e aver perso le Finali NBA nel 2004 (prima sconfitta alle Finals per Phil) contro i Detroit Pistons, i Lakers arrivano a un bivio: o Kobe o Shaq. Jackson si schiera dalla parte del secondo, definendo Kobe come “inallenabile” e consigliando a Jerry Buss di scambiare Bryant. Buss non lo ascolta e sceglie di scambiare Shaq con Miami, annunciando il rinnovo di Kobe il giorno dopo lo scambio di O’Neal. A Jackson non viene rinnovato il contratto, e Phil parte per una lunga vacanza tra Australia e Nuova Zelanda. Non appena sta per mettersi in sella per un lungo viaggio in moto, riceve la chiamata di Jeanie: «Qui è tutto un casino, puoi tornare ai Lakers subito?» La risposta è no nell’immediato, ma a fine stagione Jackson (che nel frattempo ha pubblicato “The last season”, in cui scrive peste e corna di Kobe) torna ai Lakers, con l’obiettivo di ricostruire il roster da zero e di restaurare l’orgoglio perduto.

Con l’arrivo di Pau Gasol da Memphis in soli tre anni Phil Jackson riporta i Lakers ai vertici della NBA. In questo modo ha vinto altri due titoli NBA, superando la doppia cifra (unico nella storia NBA, Auerbach si è fermato a 9) e divenendo così l’allenatore più vincente nella storia dello sport. L’anno seguente, in una stagione che per sua stessa ammissione non sarebbe mai dovuta nascere, i suoi Lakers sono crollati contro i Dallas Mavericks, ponendo fine definitivamente alla sua carriera di capo allenatore in NBA. Tre anni dopo, il 18 marzo 2014, al Madison Square Garden viene annunciato come nuovo Presidente dei New York Knicks. Il ritorno nella Grande Mela chiude il cerchio proprio dov’era iniziato tutto in NBA da giocatore nel 1967.

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