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Sepia

Aspettare Zaniolo

Empatia: “Capacità di porsi nella situazione di un’altra persona o, più esattamente, di comprendere immediatamente i processi psichici dell’altro”.

Questo è quello che troviamo nell’enciclopedia “Treccani”. Basta andare nella vostra libreria, basta andare in quella sotto casa, o, più semplicemente, digitarlo sulla tastiera del vostro smartphone.
Credo che sia uno dei processi che più mi affascina, quello di essere empatici verso qualcuno o verso qualcosa. Basta vedere un film – e lo so, si tratta di finzione – romantico o drammatico, ed ecco che si inizia a singhiozzare; o la fine di una lunga serie, la vostra preferita, quella dalle nove o dieci stagioni, che vorreste che non finisse mai, eppure, anche lei ha una data di scadenza; oppure, ci si rattrista quando un bambino piange per qualcosa, e in quel momento vorreste essere lì a consolarlo con un abbraccio.
Ma ritornando nel nostro mondo, pensate agli addii al calcio: quello di Del Piero, di Maldini o ancora più indietro di Baggio. Mi commuovo io che non li ho vissuti, pensate chi ha avuto la fortuna di esser stato partecipe.

Di processi empatici ce ne sono a miriade e li viviamo quotidianamente, senza neanche accorgercene.
E gli appassionati di calcio ne hanno vissuti due in pochi mesi, sulla stessa persona. Appena ventun anni, sbocciato come un fiore comune poi diventato singolare. Esplosivo, tenace, grintoso, inarrestabile. La Roma se ne è innamorata, così anche chi ama questo sport. Il suo nome? È Nicolò Zaniolo.

Un curriculum quasi vuoto

Il tutto è avvenuto quasi per caso. La società l’ha voluto, ma il giovane di Massa, era destinato ad un anno di prestito. Il ragazzo era un’ottima prospettiva, con la Primavera dell’Inter aveva fatto bene, molto bene, ma avrebbe trovato posto nella Roma? Diciamo che se non ci fosse stata la cessione di Strootman al Marsiglia, probabilmente no. Invece, a mercato chiuso, il centrocampista olandese riabbracciò Rudi Garcia (all’epoca allenava l’OM) e si optò per la permanenza del ragazzo. 

Bussava alle porte di Trigoria come uno sconosciuto. Era stato inserito nell’affare Nainggolan, quindi, oltre ad aver perso un giocatore mostruoso come il belga, i tifosi giallorossi, avevano una crepa enorme nel cuore. Tutti piangevano il suo trasferimento, così come anche il centrocampista. Un addio non dipeso da lui ovviamente, ma dalla dirigenza giallorossa, da Monchi soprattutto. Poi, dopo una manciata di mesi, si sarebbe valutata un capolavoro.

A quei tempi l’empatia la si provava solo per il “Ninja”, per Nicolò no. A pochi importava di essere vicini al ragazzo, era un giovane come tanti, che non avrebbe trovato mai terreno fertile in prima squadra. Tutti si aspettavano lo stesso copione, e cioè, che si sarebbe mandato in prestito ad un’altra squadra, così da farsi le ossa.
Ma il ragazzo che scelse la 22, le ossa, ce le aveva eccome.

Sulle orme di papà Igor, Nicolò, ama il pallone. È un amore idilliaco, di quelli destinati ad un lieto fine. Spezia, Genoa e poi Fiorentina, quella che lo riterrà inadatto alla Primavera Viola. Un bel paradosso, perché di lì a tre anni, se lo ritroveranno da avversario al Franchi: il tabellone recita “1-3” in favore della Roma, siamo agli sgoccioli del match. Palla recuperata a centrocampo, poi lunga per Zaniolo, quello scartato quando era “giovane”. Il ragazzo corre, lo fa come se fosse la sua ultima partita, come se fosse l’ultimo treno per entrare in Serie A (e ormai già c’era dentro da un pezzo), si accentra, tiro a giro di sinistro, il suo piede preferito. Rasoiata e 1-4.

Dopo il rifiuto, visita l’Entella, che, in quelle sette presenze, qualcosa aveva fatto vedere. L’Inter ne era rimasta colpita e lo arruola in Primavera, facendo il devasto: 14 gol, 8 assist e scudetto. Il talento di Massa ci sapeva fare. Ma di punto in bianco si è ritrovato a Trigoria. In quei cancelli dove veleggiavano le lacrime per Nainggolan; in quei cancelli dove regnava l’incertezza per il suo futuro; in quei cancelli dove non aveva ricevuto l’accoglienza dei tifosi, complice anche la sua esile carta d’identità. Insomma, una presentazione incerta e un curriculum vuoto. Poi, però, ha conosciuto Di Francesco. 

Notti magiche

Tanta inquietudine. In poco tempo si era trovato a cavallo di due grandi squadre: prima a Milano, seppur in Primavera, poi alla Roma, con il dubbio della prima squadra. Anzi, con il dubbio Roma. Come scritto poc’anzi, Zaniolo doveva essere girato in prestito. Monchi aveva intravisto le doti del giocatore, ma non esaltanti da permettersi un posto in prima squadra e quindi si stava apparecchiando qualche trattativa.
Ma nel turbinio delle indecisioni, Eusebio Di Francesco, ex allenatore dei giallorossi, chiese un colloquio personale con il giocatore: voleva conoscerlo, parlarci, scambiarci due chiacchiere con la semplicità di chi scambia due passaggi con il pallone. A fine conversazione, il risultato fu questo: “Per Nicolò garantisco io”, bloccando di fatto ogni possibilità di trasferirsi altrove. Un semplice scambio di parole che stava per cambiargli la vita.

A fine agosto arriva la convocazione in Nazionale Maggiore, la prima delle due notti magiche. Nicolò aveva disputato un Europeo U-19 straordinario, dando prova delle sue capacità. Aveva illuminato chiunque con le sue giocate, con il suo modo di giocare. La posizione prediletta era la trequarti, con l’obiettivo di essere un filtrante per la zona di centrocampo e quella d’attacco. Eppure, seduto sul divano di casa, scoprì in televisione di esser stato convocato da Mancini. Un colpo, di gioia ovvio, ma che lì per lì pensava non fosse vero. Nessun esordio in prima squadra oltre l’Entella, zero esperienza in Serie A, come poteva accadere un fatto del genere? Eppure, il suo nome era lì, incastonato in quella grafica che aveva il sapore di una notte magica. 

Una convocazione simbolica per certi versi: da una parte Mancini voleva dare una risposta a chi lo criticava e a chi pensava che non valorizzasse i giovani, dall’altra perché in quelle due partite non giocò, cosa irrilevante per Zaniolo, visto che nemmeno immaginava di essere chiamato.
Ma, la cosa che più lo sorprese, è quello che accadde un paio di settimane dopo. Gironi di Champions, la sfida è contro il Real Madrid di Zidane. Il fascino del Bernabeu, l’atmosfera dei Galacticos, l’arena delle leggende, insomma, fa sempre un certo effetto vederlo. Figuriamoci calcarlo. Sì, perché quella sera, in quella seconda notte magica, Nicolò sarebbe partito titolare. A 19 anni, preferito a Pellegrini e Cristante, accanto a Daniele De Rossi, altro suo idolo. Vergine della Serie A, si apprestava a calpestare uno dei migliori palcoscenici calcistici. 

 “Vedo delle qualità in lui, non sono pazzo”. Queste le parole del Mister. No, non era pazzo, visionario direi.

L’esplosione di Nico

È bastato poco per accendere la miccia dentro di lui. Il potenziale c’era, lo avevano notato tutti. Da Monchi – anche se con qualche perplessità all’inizio – ai dirigenti dell’Inter che non volevano privarsene, ma poi hanno preferito un investimento nell’immediato – Nainggolan – piuttosto che attendere l’ascesa di un giovane – Zaniolo. Lo aveva notato anche il mister, che, con quella frase che ho lasciato nel paragrafo precedente, affermava di essere consapevole di cosa stesse per fare, perché far esordire un fanciullo in uno stadio così, puoi essere giusto uno sprovveduto. A chiunque tremerebbero le gambe davanti a tutta quella gente, dinnanzi all’imponenza del maestoso stadio. Eppure, Nico, ha fatto tremare chi gli stava vicino.

Con il Real Madrid sono rimasti colpiti anche i più grandi. Il primo pallone toccato dal giovane talento italiano, ha portato i suoi frutti, vincendo un contrasto con Bale. Sì, Bale. Poi ecco che si scontra con Modric e Casemiro, uno che di fisico non te le manda a dire. Niente, ha vinto anche contro di loro. Poi ha dato vita alla prima ripartenza giallorossa. In uno scambio con Dzeko, Zaniolo, aveva messo a sedere per la seconda volta Bale, anticipandolo con un tocco d’esterno per il bosniaco. Una luce azzurra dentro il tempio dei Merengues. Era un fiume in piena. Strabordava energia da tutti i pori.

Con quale sfacciataggine osava sfidare mostri sacri come quelli scesi in campo? Un coraggio da leoni, ma che veniva accompagnato da un senso di personalità impetuoso a quell’età. Ormai, non l’avrebbe fermato più nessuno, anzi, qualcuno si.

Dopo aver esordito in Serie A, dopo aver esordito anche da titolare in Serie A, il giorno di Santo Stefano, Nico trova un gol strepitoso. Uno di quelli che non sta scritto nemmeno nel manuale del calcio, perché non si possono ripetere; non si possono insegnare; non si possono imparare. O ce li hai nel sangue o non ce li hai:

la palla viene lanciata in profondità e, come una calamita, è diretta sul piede di Nico. Era marcato, ma cosa importa quando hai uno strapotere fisico che ti permette di pavoneggiare su chiunque? Ferrari prova a marcarlo, già, prova, perché Zaniolo ha un altro impeto, un altro scatto e il difensore capisce che non può vincerlo. Allora gli lascia spazio e arretra, cercando di chiuderlo sul fondo. Nicolò è dentro l’area di rigore, rientra con il tacco, come la classica giocata che compie Kolarov, solo più lenta. Finta il tiro e, come un colpo da bowling, mette a sedere lo stesso Ferrari e Consigli in porta. Pallonetto a scavalcare tutti. Un pallonetto che disegna un mini-arcobaleno nel cielo dell’Olimpico, negli occhi dei tifosi e nel cuore entusiasta di Zaniolo.

Questo il primo gol in Serie A. Un regalo di Natale che si è fatto con un leggero ritardo, ma che ricorderà come il più bello.

Ancora all’Olimpico, poco dopo la Befana, eccone un altro:

Roma-Torino. Kolarov è pronto per battere la punizione. Tira? Non tira? Troppo defilato e decide di crossarla. Vede Fazio e il pallone è perfetto per lui. L’argentino sa che lì può solo rimetterla in mezzo, perché il tiro è impossibile anche pensarlo, se la si stoppa, si corre il rischio di uscire dal campo, allora è bene provare di prima il tocco. Ed ecco che trova il giovane ragazzo. Una palla forte, tesa, che non si aspettava nemmeno lui. Zaniolo anticipa il tempo. Manipola i secondi e li riposizione a modo proprio. Infatti il difensore avversario non comprendeva cosa stesse succedendo alle lancette dell’orologio. Come poteva un ragazzo cambiare posizione in un secondo, nemmeno il tempo di ammiccare gli occhi? Meno di un nanosecondo.

Nico da terra, perché l’ha fatto in mezza spaccata, tira. Sirigu gli dice di no, ed ecco che Nico modula nuovamente i dettami temporali. Si rialza. Risistema il pallone. Il difensore voleva solo che quello strazio finisse. Cambia posizione, poi di nuovo. Ritorna esattamente a quella del primo tiro, perché quello che si stava apprestando a fare, era il secondo, quello del gol. E che gol. Da terra, con i cambi di posizione. Arpionando il pallone. Un alieno. Sembrava conoscesse un altro calcio sconosciuto a noi comuni mortali.

E poi, a seguire, prestazioni idilliache: gli assist confezionati contro l’Atalanta, di cui uno bellissimo di petto; il gol contro il Milan, che aveva il sapore di buttare giù la porta. Con quella grinta, con quella foga, con quella potenza che nascondeva l’adrenalina di voler spaccare il mondo. Nicolò era esploso e stava creando degli effetti irreversibili all’intero mondo calcistico.

Zaniolo dal vivo

Un’altra cosa. Un altro paragone che se raccontato non rende. Come quando ascolti una storia: c’è differenza se la ascolti e basta e se invece l’hai vissuta da protagonista. Il ricordo vale mille volte di più, l’hai vissuta sulla pelle, per mano e in tutto. Era la notte di Champions, quella valevole per gli ottavi di finale di andata.
Un match importante per la Roma, il cammino europeo aveva strappato grandi soddisfazioni l’annata precedente, giungendo fino alle semifinali. E come, soprattutto. Ma questa è un’altra storia.

Vedere Zaniolo sul campo fa un altro effetto. Ti rendi conto dello strapotere fisico che possiede quel ragazzo. Un pregio assolutamente a suo favore, che però stacca anche qualche punto negativo, drammatico aggiungerei, ma ci arriveremo successivamente. La corsa, il controllo palla, la velocità, è tutto impressionante. La personalità di un giovane che dovrebbe entrare in campo in punta di piedi, se lo mangia. Un predatore di prima categoria. E il primo gol, una favola. Per i tifosi, ma soprattutto per lui:

Dzeko realizza uno stop in area di rigore in maniera proibitiva. Ma quello che compie dopo lo è ancora di più. Una palla tesa, che aggancia, ma dietro ha anche il difensore che lo tampona fortemente. Dzeko non si perde d’animo, si sbilancia, ma realizza quello che aveva pensato: stop e palla per Zaniolo.
Nico, una bellezza quando lo vedi. Raggiante, capelli al vento e una voglia impagabile di sfondare il mondo, ma, in questo caso, la porta.

Stoppa il pallone con il destro e, sempre con il destro, parte una rasoiata che attraversa lo spazio che imperversa tra lui e la porta. Una rasoiata veloce, tesa. Sotto le gambe al difensore, imprendibile per Casillas. Casillas, di certo non l’ultimo arrivato a difendere i pali. Boato dell’Olimpico. Ancora penso che quel boato sia lo stesso che si sentiva Zaniolo dentro di sé. Era il rumore delle emozioni.

Braccia spalancate, pugno al vento verso la Curva. Impossibile che quel corpo poteva tenere così tanta esplosività (anche qui, ci arriveremo a breve), impossibile. Talento, purezza, caparbietà: Nico sembrava esser caduto dal cielo, ma con un atterraggio perfetto. Qualche minuto più tardi l’apoteosi:

C’è sempre Dzeko e Zaniolo. Il primo aveva palla, il secondo aveva una fame da lupi. Il bosniaco corre, assurdo come un colosso possa essere così dinamico, ma parliamo comunque di un attaccante completo. Corre, lo fa ancora, senza perdersi d’animo. Al suo fianco fa lo stesso Nicolò. I tifosi non so se stessero guardando Dzeko o il ragazzo dai capelli d’oro, perché proprio quest’ultimo andava come un treno, come se non avesse avuto la giusta sazietà del primo gol. No, Zaniolo non conosceva e non conosce il limite. Deve superarlo, oltrepassarlo. Dal vivo lo capirete.

L’attaccante, però, fa prevalere l’istinto che è nel DNA di chi padroneggia quella zona di campo: l’egoismo del bomber. In corsa, con un difensore che gli aveva il fiato sul collo, tira. Potente, lineare. Una linea retta che entrò in collisione con il palo, dandogli un bacio europeo d’altri tempi. Poi il destino. Il destino quando ti sceglie puoi solo ringraziarlo, se le cose vanno bene, o maledirlo, se le cose vanno male. Nico, in quell’istante, in quella sera, beh, l’aveva ringraziato.
Il tiro di Edin fu talmente potente che rimbalzò e torno in area di rigore. Era influenzato dalla calamità dei piedi di Zaniolo, questa volta il sinistro. Porta vuota, difensore in ritardo e portiere ancora a terra. 2-0 Roma, doppietta di Nico.

Vederlo dal vivo è veramente un’altra cosa, quasi che in tv, per quanto possa farlo vedere meglio, più da vicino e definito, lo snatura. Dal vivo è una forza della natura, un prodotto di madre natura. Nico va, spedito come il vento. Va come un ciclone, portandosi via tutto. Qualcuno, però, doveva fermarlo. Dove può andare un ragazzo così giovane a quella velocità? Il destino, questa volta, queste due volte, gli ha voltato le spalle. 

Zaniolo vittima di uno storytelling mediatico

Prima di osservare ciò che l’ha ostacolato da un punto di vista fisico, è bene soffermarsi anche su quello che l’ha influenzato psicologicamente. Nei momenti di maggiore appeal, quelli che l’hanno visto sbocciare in un campo già pieno zeppo di calciatori, Zaniolo, ha trovato anche chi non poteva fare a meno di costruirci uno show. I paragoni, sono sempre stati sbagliati dal mio punto di vista. Può capitare che vedendo giocare un calciatore, ne viene a galla qualcuno del passato, magari per i capelli, magari per i movimenti, o semplicemente per un gol realizzato, ma i paragoni sono assolutamente corrosivi. Specie ai tempi dei social network, dove ci vuole poco a scrivere una cosa e farla diventare un pensiero comune per chiunque.

In poco tempo, il buon Nico, ricordava a molte persone una leggenda di Roma, della Roma e del calcio: Francesco Totti. Il peso è evidente che sia enorme, perché oltre le gesta si toccano punti come l’attaccamento alla maglia, un’intera carriera dedicata ad una squadra, insomma, freni inibitori che possono condizionare fortemente la mentalità di un professionista. Specie se giovane. In poco tempo si è diffusa a macchia d’olio questa pericolosissima associazione, che avrebbe potuto mettere k.o. Zaniolo, ma che poi è servito altro.

Una mente salda, solida, di ferro, lascia scivolare anche questo. Niente male per un ragazzo che sembra avere già le vesti di un professionista maturo. Forse con l’aiuto della famiglia, del mister e dei mister, chi lo sa, ma niente ha scalfito la condizione di Nico. Le prestazioni arrivavano: mai monocolore, mai comuni, ma sempre con qualche sfumatura diversa. I quadri che disegnava Nicolò erano già avanti proiettati al futuro.

Poi, però, la faccenda si intensifica, toccando palcoscenici transmediali con il servizio delle Iene. Una trasmissione che è un ibrido a volte estremamente esagerato e che ha beccato anche il giovane ragazzo insieme alla mamma. Già, proprio la mamma, Francesca, ha avuto un forte “successo” in termini di followers e, di conseguenza, di haters con quel servizio condotto su Italia 1.
Domande piene di doppi sensi, fastidiose, pungenti e puntigliosi, senza escludere i paragoni su Totti, già coltivati sul web e ripetuti dentro la macchina (luogo dell’intervista).
Quel che è accaduto è stato estremamente umiliante, sia per la mamma che per il giocatore, che ha mostrato spesso e volentieri, atteggiamenti nervosi (comprensibilissimi). 

Per fortuna Nico si è dimostrato tenace in campo e, gli ammiratori, sono stati capaci di elogiarlo e conoscerlo attraverso le sue giocate e non attraverso lo storytelling mediatico esercitato su di lui. Molti giocatori sono stati vittima di ciò e non hanno avuto una carriera così lineare. Giocatori diventati professionisti dei social, piuttosto che di campo. Zaniolo no. Ha saputo reagire bene, serviva ben altro per metterlo per terra. Il momento era arrivato, troppo presto però.

Il primo infortunio

Come tutti gli infortuni, è arrivato in maniera inaspettato. Il più brutto tra l’altro.  Era un Roma-Juventus. 12 gennaio 2020. Inverno. Il freddo penetrava nella pelle dei tifosi lì allo stadio, ma non quanto il gelo che infilzò gli animi di lì a pochi minuti. Lo strapotere di Zaniolo lo si poteva vedere nella corsia di destra, quando in velocità ha annullato il tackle di Bonucci. In tanti pensano di prenderlo, in pochi ci riescono. E se a farlo non ci sono i giocatori, allora deve intervenire il miglior nemico per questi professionisti: il crack del crociato.

La zona è la trequarti giallorossa. Zaniolo vince l’ennesimo contrasto fisico con un giocatore della Juventus. Possente, maestoso. Se facesse spalla a spalla con un muro non so chi vincerebbe. Si avvicina Matuidi, un altro che di possenza fisica ne capisce, ci prova, ma rubargli il pallone è diventato utopistico. Via anche lui.
Poi c’è Pjanic, ma nel momento in cui si rende conto di avere Forrest Gump davanti a lui, ecco che già è stato superato. Via il terzo. Lo stadio è diventato una bolgia. Il ragazzo corre, sembra che danza sul manto verde con il pallone. Incredibile. Tutti ad ammirarlo. Persino i Signori del calcio, chi da casa, chi allo stadio e chi da lassù, si apprestavano ad applaudirlo. Poi davanti a sé De Ligt. Dietro Rabiot che si limitava solo a far sentire la sua presenza, niente di più. Zaniolo, però, come al solito, voleva sfidare l’impossibile e vi dirò, forse ne sarebbe uscito vincitore, ma a fermarlo è stato qualcun altro. Mentre nella sua testa si consolidava l’idea di superare anche l’olandese, qualcosa si inceppa: era il ginocchio. 

Quello è stato il freddo di cui vi parlavo.

Lo stadio inveiva contro l’arbitro e contro il difensore, ma bisognava prendersela con il destino. Quello che, in quel preciso istante, ha dovuto fermare Zaniolo, forse perché era troppo forte, forse perché serviva qualcuno che lo fermasse, non lo so. Fatto sta che la preoccupazione è salita quando le lacrime inondavano il suo viso e quando la barella è entrata in campo. Orribile. Tanta paura. Per i tifosi, per la famiglia e, soprattutto, la sua, quella di Nico. Della partita chissenefrega l’importante era sapere come stesse Zaniolo. Lo voleva sapere tutta Italia. Si era creata un’empatia attorno a lui miracolosa, dal clima angelico. La corsa a Villa Stuart e la conferma che nessuno avrebbe mai voluto leggere.

I messaggi di incoraggiamento hanno toccato l’infinito, arrivavano da chiunque. Zaniolo era il diamante del calcio e nessuno voleva perderlo. Era diventato il fratello, il figlio o il nipote di tutti. Lui rispose con la voglia di ricominciare, con quella fame di ritornare in campo che fu importante per lui, ma essenziale per chi lo sosteneva. Tornerò più forte di prima, questa fu la frase. C’era la paura di non giocare l’Europeo, anche se poi è stato annullato per un altro motivo, quello che conosciamo tutti.
I mesi passarono, era il suo momento. Tornò, più forte di prima. Forse troppo, perché di nuovo, ancora più inaspettato del primo, ritornò il famelico destino.

Il secondo infortunio

La paura era una: sarebbe tornato come prima?
Zaniolo ci mise pochissimo a rispondere. Lo fece il 22 luglio. Lo stesso numero che portava dietro la maglia. Una data strana, ma il tutto era a causa del covid. 

Uno specchio. Così ho descritto quell’azione. La stessa di qualche mese fa, ma sta volta con un esito finale diverso, vincente, fantasioso, elaborato, meraviglioso. Riceve palla da Smalling, più o meno nello stesso punto dove la prese contro la Juventus. Qualcuno urla “uomo” per avvertirlo di un ospite indesiderato alle spalle. Già era stato fatto fuori. Il secondo ci prova, combatte fino all’ultimo, poi si arrende. Il pallone sembra incollato al piede e, Zaniolo, crea una nuova danza rispetto a quella effettuata contro la Vecchia Signora. Un altro difensore davanti. Quest’ultimo rimane statico, immobile. Nico, invece, la nasconde in un modo proibitivo, alla Menez quasi, e se ne va. Fuori tre. Campo libero. Corre, senza fermarsi. Un difensore lo accompagna nella manovra, per poi distaccarsi appena entra in area di rigore. Interviene un altro centrale, facendo rallentare il giovane talentuoso. Si era fermato, finta e tiro a giro di sinistro, quello operato. La palla ha tracciato un arcobaleno di otto colori, uno in più inventato all’istante grazie a quella perla. La palla va sotto l’incrocio. Sì, Zaniolo era tornato.

L’estate scorre. Lo fa in maniera insolita, ma scorre. Prima del campionato ecco che tornato le Nations League. 8 settembre, la partita è contro l’Olanda.

Nessun uomo da saltare, nessun impeto di velocità. Nessuno 1vs1, nessun dribbling. L’intenzione era solo quella di recuperare il pallone. Un po’ con la solita irruenza, con la solita foga che contraddistingue il giocatore, ma tutto normale. Davanti a sé Van De Beek. Saranno gli olandesi, sarà l’esplosività di Nico, ma riaccadde di nuovo. Lui a terra. Si dimenava perché non aveva la forza di alzarsi. Forse per la paura, forse perché aspettava solo il medico che lo rassicurasse di stare calmo, forse il silenzio dello stadio. Un gelo più penetrante di quello di gennaio. Un turbinio di sensazioni negative che non lasciavano sfondo nemmeno ad un “speriamo che…”. Tutti annegati nel silenzio. Uscì zoppicando, forse era la forza interiore che gli diceva “no, non può accadere di nuovo. Sarà solo una distorsione”. Forse il fatto di vederlo il giorno dopo a Villa Stuart senza stampelle, senza sostegno, ma solo il gettarsi a capofitto dal Prof. Mariani. Forse tutto questo sembrava riaccendere una flebile luce. Ma nulla, si spense perfino quella.

Il post di Nico fu agghiacciante: 

Per le tantissime persone che mi stanno chiedendo come sto, stamattina ho svolto le visite di rito che hanno evidenziato la rottura del legamento crociato del ginocchio sinistro! Ringrazio tutti quanti sia tifosi della Roma che no per il supporto…tornerò presto!

Nicoló

 

Il livello d’empatia

Glaciale. La fame che lo attanagliava la prima volta era diventata una chiusura di stomaco totale. Sembrava rassegnazione, una totale rassegnazione. Era andata in frantumi l’ultima goccia di speranza, ormai mischiata al fiume in piena dell’oblio dei bei momenti. La mamma scriverà che aveva pensato di smettere, poi lui qualche giorno dopo dirà di no, ma lo comprendiamo. Anche qui, si era alzato un livello di empatia gigantesco. Una vicinanza impareggiabile per un giovane calciatore. Arrivava da tutte le città, da tutte le nazioni, perfino dall’altro capo del mondo, ovunque. Nelle parole, negli abbracci, nella tenerezza: le si provava di tutte per far sentire affetto al ragazzo. Perché quello che ha passato è doloroso. Orribile. Così giovane, così roseo, investito dai due infortuni più gravi a distanza ravvicinata. Non aveva avuto nemmeno il tempo di realizzare di esser tornato in campo che già stava sotto ai ferri.

Ma perché tutto questo? Prima al sinistro, poi al destro, come è possibile? Le ginocchia dovrebbero essere forti, reggere anche all’impensabile, come è accaduto tutto questo? Zaniolo non può stare a terra, Zaniolo deve correre, deve spaccare il mondo, perché sta così?

Andiamo per gradi e proviamo a riscostruire.

Come tornerà Zaniolo? 

“È rotto! È rotto! Lo stesso dolore della volta scorsa, identico […] Sul momento non ho pensato nulla, poi ho capito: ricominciava il calvario dal quale ero appena uscito […] Sì, so già tutto e quindi so che sarà dura, ma nello stesso tempo voglio credere che si tratti di un’esperienza formativa. Sto già facendo il conto alla rovescia. Continuo a ricevere messaggi, mi fanno piacere, mi stimolano, non rispondo a tutti perché sarebbe impossibile. Queste cose nel nostro lavoro possono accadere, io voglio solo tornare a fare in fretta quello che amo. Non ho mai pensato di smettere, neppure nell’istante in cui ho capito cosa mi era capitato di nuovo. Mi faccio forza, ma non riesco a trattenere il malumore […] E poi ho finito le ginocchia […].

[fonte, CdS]

Queste le parole di Zaniolo rilasciate a Zazzaroni. Già sembrava un’altra persona. Più sorridente, più smagliante, come se il peggio lo avesse messo alle spalle. Ma sappiamo che non è così. La reazione a caldo è stata brutale, ma a freddo non è che sia tanto meglio. C’è tanta amarezza e frustrazione ed è anche comprensibile direi. Interrotto nel momento più bello la prima volta, distrutto la seconda. Perché la prima non si scorda mai, ma ci si sorregge più facilmente. La seconda, specie se così vicina, è orribilmente cupa. Da incubo.

E le inquietudini sorgono anche per il dopo, perché due infortuni così importanti non sono da sottovalutare. Nico ci scherza su, dicendo di aver finito le ginocchia, ma sappiamo che in cuor suo il timore è tanto. Un conto lo stesso ginocchio – sarebbe stata una mazzata, vero, ma comunque le vie possibili erano due: o c’entrava con l’operazione o lo si era mandato in campo troppo presto – un conto è il ginocchio gemello. Perché allora i dubbi sono tanti. Come tanti giocatori, Zaniolo potrebbe essere insostenibile per la sua muscolatura. L’esplosività e l’energia che impiega nelle discese è devastante, talmente tanto che potrebbe essere deleterio non solo per gli avversari, ma per se stesso. 

Poi anche la testa si tiene occupata. La paura di rimettere male il piede, di rifare un contrasto, di essere troppo incisivi, insomma, l’agenda è piena. Il terrore è che non si torni mai ai livelli di prima: pensate a Van Basten, a Strootman, a Florenzi, la lista è lunga. Perfino Milik è diventato più pallido. Sono tanti. L’augurio più grande è che queste rimangono solo paure e il desiderio è quello che torni lo stesso Zaniolo che abbiamo conosciuto. Per noi amanti del calcio, per i tifosi della Roma e per lui soprattutto.

Sentiamo Ancelotti

“Zaniolo ha qualità tecniche e fisiche impressionanti. Potrà fare in campo quello che vorrà, non escludo che possa diventare un grandissimo centrocampista, arretrando il suo raggio d’azione […] Io combatto tutti i giorni una battaglia speciale con le mie ginocchia. Perché mi fanno ancora male, ma io non arretro di un passo. Loro mi fanno male? E io corro. Loro mi fanno male? E io vado in bicicletta […] Anche Zaniolo deve fare così, tirare fuori il carattere da guerriero […]

[fonte, GdS]

Arretrare la sua posizione. Questa è l’ipotesi di Carlo Ancelotti. Sì, perché l’ex giocatore della Roma, ricopriva la trequarti, per poi arretrare come mediano. Un compromesso difficile, fatto di sofferenza, ma sicuramente migliore rispetto a rischiare ulteriori ricadute. Il focus si sposta subito su Zaniolo? E se anche lui arretrasse? Se anche lui ricoprisse la zona mediana del centrocampo? Il fisico ce l’ha, la forza anche, la visione periferica pure, cosa gli manca? 

Non è una domanda facile. Nico è una riserva di talento e di energia. Vederlo arretrare potrebbe essere una sofferenza per lui. Ama la porta, vuole colpirla, vuole segnare e vuole servire gli altri. È ancora troppo presto per questi compromessi, ma chissà se già non ci ha riflettuto su. Carlo ha detto che lo avrebbe chiamato e chissà se non hanno parlato anche di questo. L’importante, però, è ritornare in campo, ma con la giusta calma e con la giusta cautela. Chissenefrega dell’impazienza, chissenefrega dell’europeo. È giovane, il tempo ce l’ha. Conta solo che sia apposto con il morale e con la testa.

Andiamo con calma, la pazienza è la virtù dei forti. Ti aspettiamo Nicolò, ti aspettiamo tutti quanti.

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