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Tutti hanno bisogno di una spalla. Soprattutto i più grandi

Tutti hanno bisogno di una spalla. Pensate forse che Michael Jordan avrebbe potuto fare le stesse identiche cose per i Bulls senza il contributo di Scottie Pippen? Oppure che i Lakers di Shaq & Kobe sarebbero stati in grado di inanellare un threepeat senza che il primo Bryant accettasse di fare da spalla al suo più navigato partner in crime? E per passare al rettangolo verde, in cui ogni reparto ha un leader e una spalla prediletta, dal momento che è la spina dorsale di una squadra a determinarne la forza, cosa diremmo del Barca guardioliano senza un centrocampo Xavi-Iniesta?

Molto spesso si tende a pensare che un leader debba affrontare certi ostacoli da solo per aiutare il gruppo a raggiungere un obbiettivo, e spesso le luci dei riflettori sono puntati direttamente su suoi occhi. È vero che la grandezza, special modo nello sport, è conquistata proprio grazie a prove leggendarie che permettano all’individuo di andare oltre le proprie capacità, consacrarsi leader del gruppo e iscriversi nella storia. Sono questi gli eventi che rimangono nel cuore e nella memoria degli appassionati. Per arrivare però a quel momento catartico è necessario un percorso da compiere con tutto il gruppo, e in particolar modo con colui che viene riconosciuto come secondo violino della squadra. Un percorso fatto di momenti belli e momenti brutti, di confidenze e fatica, di intesa e supporto. Oggi celebra il suo 55° compleanno quella che è probabilmente riconosciuta come la spalla perfetta, in grado di supportare ed essere riconosciuto come partner dal più grande di sempre: Scottie Pippen.

Il peso di una spalla

Quando si parla di Pippen non si può non affrontare il discorso su quanto sia stato sottovalutato il suo ruolo di spalla-braccio destro di Michael Jordan. Certo, basta citare il nome per rischiare di spostare immediatamente l’attenzione su His Airness. I più attenti e curiosi tuttavia rimarranno con l’orecchio ben teso sul nativo di Hamburg, Arkansas, così come Scottie ascoltava il gioco e, in silenzio, apparecchiava la tavola per il killer in 23. Lettore superbo di difesa, atleta da top 3 nella lega anni ’90, eccellente passatore e ottimo realizzatore. Avrebbe avuto anche un potenziale carisma da sciorinare, ma la luce emanata della personalità di Jordan getta un’ombra davvero troppo ingombrante.

L’intelligenza mostrata dai due nel non cercare mai di adombrare l’altro, anzi, esaltandolo sempre e comunque al massimo della funzionalità per il gioco, li rese la coppia perfetta. Adesso molti potrebbero obiettare e dire che nella NBA sono transitate spalle più determinanti. Ad esempio Magic Jhonson e Kareem Abdul-Jabbar, ma chi dei due è il leader e chi la spalla? Per età e magna reverentia dovremmo dire che Magic è stato la spalla di Kareem? Voi ne avete il coraggio? Io, personalmente, no. È proprio l’abito cucito su misura per Scottie da Phil Jackson e Tex Winter a farne la spalla perfetta per Mike.

Una spalla fedele alla testa

Come ormai tutti sanno grazie al documentario Netflix “The Last Dance”, Pippen è stato per molti anni ai Bulls percependo uno stipendio che lo collocava 123° tra i giocatori più pagati nella lega. Pur essendo per diversi anni uno dei 5 migliori a calcare il parquet la società di Chicago non ha mai voluto rinegoziare il contratto di Scottie. Questo condusse poi allo scontro e alla ripicca vera e propria quando Pippen decise di intervenire sulla sua caviglia malandata proprio prima che iniziasse la stagione dell’ultimo ballo.

Il documentario ci ha svelato anche che Mike non la prese benissimo. Poteva comprendere le sue ragioni, ma non poteva accettare che il suo braccio destro lo lasciasse solo a condurre la nave in quell’ultima traversata mareggiata. E questo ci fa capire quanto alla testa serva una spalla e quanto quest’ultima abbia bisogno della testa per risollevarsi. La storia poi la conoscete tutti. Rientro di Scottie, veleggiata verso le finals ed epilogo epico da consegnare ai posteri.

Una spalla impaziente

Per rimanere in tema di spalle che hanno segnato un periodo NBA non si può non citare il primo Kobe Bryant, quando a soli 21 anni voleva conquistare il mondo e non capiva che lo aveva già in pugno. Shaquille O’neal era al top della sua condizione psicofisica. L’allenatore era tale Phil Jackson, pronto ad accettare la sfida Lakers dopo aver lasciato i Bulls nel ’98 e curioso di poter lavorare con il centro più dominante della lega e quel ragazzino terribile. Supporting cast con esperienza e duttile del calibro di Robert Horry, Ron Harber e A.C. Green. Insomma una ricetta perfetta.

E così fu per tre anni consecutivi, in cui nessuno poté opporsi a quella corazzata. Poi gli scricchiolii della pelle secca del mamba che stava crescendo sempre più cominciarono a farsi sempre più rumorosi. Kobe stava facendo la muta da spalla a leader incontrastato. Degli attriti con Shaq abbiamo letto e detto tutto, così come della loro riappacificazione un paio di anni fa. Il compianto Black Mamba dovette attendere tre anni dalla separazione da Shaq per avere una sua spalla. Quando arrivò Pau Gasol finalmente fu in grado di condurre lui la squadra, spalleggiato dallo spagnolo nei momenti chiave. 2 titoli e l’iberico decisivo come spalla del leader Kobe.

Una spalla lungo la spina dorsale

Come già fatto presente nell’anticipazione, per quello che riguarda il calcio l’individuare una spalla per un leader significa riconoscere la spina dorsale della squadra lungo i reparti e i rispettivi leaders. Potremmo fare tanti esempi sia all’interno dei nostri confini che al di fuori. Il caso che però ci appare più eclatante di una spalla al servizio di un giocatore e della squadra per visione e importanza tattica è: Iniesta per Xavi. Certamente anche qui c’è chi potrebbe obbiettare che sia stato il regista al servizio della mezz’ala blaugrana. Io ritengo però che siano condizioni molto simili a quelle sopracitate per Scottie Pippen. Ovviamente con le dovute proporzioni. Tuttavia credo che il parallelo possa essere abbastanza calzante, soprattutto se si considera una squadra di calcio come un essere vivo che si muove insieme. L’intesa tra Xavi e Iniesta era assoluta sotto tutti i punti di vista. Ovviamente avere come terminali offensivi Messi, Henry e Eto’o aiuta a raggiungere traguardi e obbiettivi stagionali. È però la continuità e la costanza dei due uomini di centrocampo che per anni hanno fatto del Barcellona la squadra icona del mondo.

Iniesta spalla da pallone d’oro

Andrés Iniesta ci ha deliziato per anni con le sue giocate, i suoi gol e la sua magia. Nel 2010 arrivò persino secondo nella classifica per il Pallone D’oro 2010, alle spalle di Messi. Dunque come si può definirlo una spalla? Eppure se ricordate o andate a visionare qualche partita del Barcellona di Guardiola, noterete come lui sia la scintilla di un’azione pericolosa, ma come tutta la manovra fino al passaggio precedente, spesso, arrivino dal leader del reparto: Xavi. Un capo silenzioso, pensante, in grado di controllare e ispirare. Un giocatore simile se affiancato da uno dei più forti al mondo nel suo ruolo diventa devastante, così come la spalla a sua volta. In inglese si dice “Pick your poison”. Scegli il veleno con cui vuoi morire. Tant’è vero che il tiki taka originale, mai più riproposto con tanta efficienza, poteva svilupparsi anche e soprattutto grazie a questi due giocatori superiori in continuo movimento.

Si dice che dietro ogni grande uomo ci sia una grande donna. Evidentemente nello sport l’assioma si trasla: dietro ogni grande squadra c’è una grande spalla.

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