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The revenge season. Lakers campioni, Lebron quarto MVP

Lebron James a inizio stagione aveva ribattezzato l’annata 2019/2020 “The revenge season”, dopo la mancata qualificazione ai precedenti Playoff dei suoi Lakers, anche a causa di un suo infortunio che lo ha tenuto lontano dal parquet per un discreto numero di gare. Grazie ad una corte serrata dei gialloviola in estate arriva il partner perfetto per portare a compimento la stagione della vendetta: Anthony Davis. I due per tutta la stagione hanno formato una combo impressionante. Anche nella bolla di Orlando hanno continuato a dare spettacolo, non senza qualche inciampo qua e là. È quando l’aria si è fatta più rarefatta però che Lebron e Davis hanno alzato il loro livello di intensità e portato a compimento l’obbiettivo finale: riportare il Larry O’Brian Trophy in casa Lakers.

Ma arriviamo a queste Finals 2020. Non sono molti quelli che avrebbero scommesso il nichelino su Miami, e invece eccoli lì, a giocarsi una finale dalle ultime disputate proprio con Lebron in squadra. Gli Heat hanno dimostrato per tutti i Playoff, pur partendo come quinti sul tabellone, di avere qualcosa che va al di là dell’ottima organizzazione di gioco, e tiratori affidabili dall’arco. Hanno mostrato un’unità di intenti, una fiducia l’uno nell’altro che ha portato Miami ad andare oltre quelli che sono i propri limiti e a giocare un basket da campioni. Non potremo mai sapere cosa sarebbe successo in queste Finals tra Lakers e Heat se Dragic e Adebayo fossero stati al 100%. Il fatto che abbiano strappato due gare, sopravvivendo in una commovente gara 5 al limite dell’eroismo, la dice lunga su chi abbiamo davanti in ottica 2021.

Supporting Cast: Rondo & Co.

Se si può considerare nel cast di supporto Rajon Rondo, allora non c’è partita, specie se ci si gioca qualcosa di importante come l’anello. La sua capacità di leggere il gioco, entrare sotto pelle agli avversari e nascondersi nelle pieghe della difesa è straordinaria. Tiene e gestisce il possesso facendo riposare Lebron come conduttore del gioco, rendendo quest’ultimo pericolosissimo come tagliante o in pick and roll. Senza considerare che con Davis si crea un doppio pericolo anche sul lato debole, vista la capacità del lungo di tirare da tre o penetrare in area. Rondo, dopo un giro a vuoto nel primo match-point in gara 5, è tornato a rondeggiare in gara 6 ad altissimi livelli, diventando uno dei protagonisti del secondo quarto che ha spaccato la partita. Anello a Boston nel 2008 e adesso in maglia Lakers. Tutto ciò riassume perfettamente Rajon da Louisville.

Che dire di Green e Caruso? Di Caldwell-Pope e Morris? E si, perfino Dwight Howard? Ognuno di loro ha lasciato tutto ciò che aveva sul parquet nei minuti loro concessi da coach Vogel, specialmente in difesa. Certamente sono stati commessi anche errori pesanti, falli ingenui ed errori di comunicazione, ma nel complesso hanno agito tutti esprimendo il massimo sforzo di concentrazione e volontà. Green si mette al dito il suo terzo anello con tre franchigie differenti (Spurs e Raptors), un motivo ci sarà se è tre volte campione. Caldwell-Pope si redime in questa serie finale dopo una stagione regolare al limite dell’osceno, giustificando i 18 milioni di dollari che percepisce. Bombarda dagli angoli come un B52 innescato da Lebron più e più volte.

Alex Caruso che all’apparenza potrebbe venir scambiato per il medio-man per eccellenza, è invece un agonista vero, puro. Gioca sfrontato in attacco perché è duro in difesa, e la cosa viene apprezzata dal capo con il 23, e per questo acquisisce ancora più sicurezza nei suoi mezzi. Fondamentale nel dare energia alla squadra. E poi c’è Dwight Howard che finalmente corona la sua carriera di alti e bassi, luci ed ombre, con il rimpianto di aver buttato via anni importanti per varie stupidate e atteggiamenti immaturi. Ha giocato con saltuaria maturità queste finali, lasciandosi ogni tanto andare a comportamenti non eccelsi, ma tutto sommato sotto controllo. La posta era troppo alta e l’occasione troppo ghiotta.

Supporting cast: lato Heat

Già da gara 1, dopo l’infortunio di Dragic prima e Adebayo poi, i cosidetti comprimari hanno dovuto assumersi più responsabilità, tutti alla loro prima finale e già dai primi minuti di gioco. Un’impresa titanica per chiunque, anche per chi ha personalità da vendere a 20 anni come Tyler Herro. L’impegno è però totale, così come la concentrazione e la disponibilità a sviluppare il gioco secondo la filosofia di Spoelstra: good to great, ovvero la ricerca del tiro migliore sempre. E il sistema insieme al cuore e la testa di Butler hanno portato a far entrare in ritmo i vari Duncan Robinson, assente e annichilito in gara 1, Chris Nunn, il vecchio Olynik, eroico in gara 3 con 17 punti. Iguodala aveva ancora un paio di giocate in difesa da sfoderare. Crowder è stato il più continuo per rendimento e intensità a supportare Jimmy in questa impresa dal sapore romantico. Sempre pronto da tre, difesa dura, scintille con lebron (suo ex compagno ai Cavs) e tanto, tanto movimento.

Man mano che le squadre trovavano aggiustamenti e controaggiustamenti tutto il supporting cast ha alzato il proprio livello di gioco. Ulteriore dimostrazione, se mai ve ne fosse stato bisogno, che Miami è una squadra vera, composta da uomini che credono l’uno nell’altro e mai, veramente mai battuti in partenza. Qualsiasi punto, ogni vittoria te la devi guadagnare sudando con gli Heat. La base su cui lavorare per il futuro c’è ed è ottima, Pat Riley lo sa e siamo certi che non passerà molto prima di rivedere Miami in finale, magari con l’aggiunta di un tenore da affiancare a Butler, Adebayo e Dragic.

Le Stelle degli Heat

Vedere Jimmy Butler e Bam Adebayo, rientrato in gara 4 seppur “incerottato” a causa del fastidio tra spalla e collo, confrontarsi contro Lebron e Davis è un po’ come vedere il primo Rocky Balboa contro Apollo Creed. Più i due gialloviola alzavano i giri del motore, più barcollanti ma mai domi rispondevano il duo di Miami. La responsabilità di tenere la squadra viva senza il terzo violino Dragic, ha portato Adebayo, e soprattutto Butler a giocare tantissimi minuti, cosa che poi hanno visibilmente pagato nella decisiva gara 6. Jimmy ha tenuto una media di 43 minuti a partita per 26.2 punti, 8.3 rimbalzi, 9.8 assist e 2.2 palle rubate a partita, più tutto quello che non finisce nel referto della partita. La difesa su Lebron, i raddoppi nelle letture di gioco, gli sfondamenti presi. Ha fatto davvero tutto ciò che era nelle sue possibilità per portare Miami alla terra promessa. Purtroppo non è stato sufficiente, ma niente e nessuno potrà mai toglierci il suo eroismo in queste Finals 2020.

La strepitosa prova in gara 3 per mantenere in vita i suoi Heat in cui ha giocato la bellezza di 45 minuti sfornando una tripla doppia da 40 punti con 14/20 al tiro, 11 rimbalzi e 13 assist, rimarrà negli annali delle finali. Così come il duello in stile Ok Corral in gara 5, nel primo match point per i Lakers, tra lui e Lebron. Questa volta 47 minuti giocati per Jimmy con 35 punti, 12 rimbalzi, 11 assist ed ennesima tripla doppia per la vittoria di 3 punti. Non è stata sufficiente la grande prova di Lebron da 40 punti 13 rimbalzi e 7 assist e Anthony Davis da 28 punti e 12 rimbalzi per contenere l’intensità di Jimmy & Co. 48 ore più tardi però sia Butler che Adebayo non potevano reggere l’ultima mareggiata cavalcata da Lebron dopo aver speso tanto. Infatti, nonostante cuore, lacrime e sudore il titolo prende la via di Loa Angeles.

Le stelle dei Lakers

Come abbiamo sottolineato all’inizio, “The revenge season” probabilmente non si sarebbe esaurita con un trionfo senza l’approdo del secondo violino perfetto per Lebron James: Mr. Anthony Davis. Mai in carriera il nativo di Akron, Ohio, aveva potuto beneficiare di una presenza come quella garantita dall’ex Pelicans sia in attacco che in difesa. E se due dell’All NBA First Team giocano insieme e con quella sintonia, allora possiamo cominciare a parlare della nascita di una combo che potrebbe portare alla formazione di una dinastia a breve. Per la prima volta in carriera infatti Lebron ha vinto una serie difensivamente, ovvero puntando forte sulla capacità della squadra di coprire bene dietro, cambiando e ruotando.

Davis è perfetto per coprire l’area ma anche per difendere sui piccoli. La sua sola presenza obbliga gli avversari a studiare contromosse diverse. Intanto Lebron processa, elabora e spiega gioco nelle due metà del campo. Quarto titolo su dieci finali giocate con tre franchigie differenti. Quarto MVP delle Finals. Il numero 23 gialloviola spalleggia quasi l’altro più celebre 23 sul gradino del più grande di sempre. Alpha tra gli Alpha. Anthony Davis agguanta il suo primo titolo e si smarca definitivamente dall’ombra dei grandi mai vincenti. Le sue lacrime al termine di gara 6 testimoniano tutto il peso sopportato in questi lunghi 7 anni nella lega a giocarsi le briciole a New Orleans.

The revenge season, il tributo all’eredità lasciata da Kobe Bryant, le difficoltà con la pandemia e le contestazioni raziali, poi la bolla di Orlando, un unicum nella storia, ed infine la consacrazione finale. I Lakers raggiungono a 17 titoli NBA gli acerrimi rivali Boston Celtics, dopo 60 anni da primatista. Rondo conquista l’anello sia con i Celtics che con i Lakers, riassumendo tutta la sua carriera NBA in questa istantanea. Lebron conferma a tutti coloro che non lo hanno votato nella corsa a MVP della stagione regolare che a quasi 36 anni il migliore al mondo è ancora lui. La stagione più pazza di sempre si chiude dunque così. La domanda per la prossima stagione nasce spontanea: sarà dinastia?

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