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C’è ancora spazio per i privilegi del calcio?

Se fosse possibile rintracciare “normalità” nella nostra realtà, nel particolare momento storico che stiamo vivendo, è lecito affermare che il calcio ci ha provato.

Il calcio italiano ha provato a reinstaurare se stesso, come un Ancien Régime che sfrutta una tregua dei rivoluzionari per riprendersi il proprio posto. Lo ha fatto quando il Covid sembrava allentare la presa e permetterci la ripresa della nostra quotidianità.

Non c’è più spazio per i privilegi

In quel momento il calcio si è dotato di un protocollo, un documento regio, e si è intrufolato nel suo antico palazzo per riappropriarsi del trono. Quel trono che gli italiani gli hanno sempre riconosciuto e dal quale mai sembrava potesse essere scacciato. I tempi cambiano e i nostri sono molto simili a tanti altri che in passato sono stati agitati dal vento del cambiamento. Il virus ci ha indurito e forse reso più uguali, o ci ha dato il bisogno di pretendere l’eguaglianza. I privilegi sono mal tollerati, o semplicemente più visibili.

Se la realtà è difficile, che facciano tutti fatica a mandarla giù. Si sta in fila quattro o cinque ore per eseguire un tampone, che facciano tutti la fila, che non sia permesso agli atleti di eseguire 5 test in 6 giorni, di aspettare poche ore per i risultati, di rompere le quarantene. Se le attività chiudono è imbarazzante assistere alla sopravvivenza di società con debiti, che, con le dovute proporzioni, sono assimilabili a quelli della Grecia di Papandreou.

Guardare una partita in tv è tra le poche cose piacevoli che ci è permesso ancora fare, eppure il paradosso è che sembra non andarci più. Non ci va perché d’un tratto ci siamo accorti dello scarto, che tra l’altro c’era già, tra noi e loro. Tra chi può e chi non può. Naturalmente chi non può siamo sempre stati noi.

Il pacco bomba dell’Asl di Napoli

La Serie A ha cominciato a capire che qualcosa non andava quando è esploso il cluster Genoa. Poi ha avuto la certezza di aver perso il proprio posto nel piccolo mondo degli italiani, e nelle stanze del potere, quando un Asl ha fermato sia la partenza del Napoli sia l’autarchia del calcio italiano con un’informativa che ha dato più l’impressione di essere un pacco bomba, tanto il rumore che ha fatto la sua deflagrazione.

Nessuno lo dice, ma la sensazione è che sia caduto il sistema, un sistema che, finito davanti alla Procura della Federcalcio, ha finito per imbarazzare la Procura stessa. La decisione ufficiale non è ancora arrivata, si prende tempo perché qualunque sarà avrà i caratteri di un’ammissione di inferiorità, di sconfitta.

Diventa quasi sterile parlare di una Juve che ha eseguito semplicemente il protocollo, arroccandosi dietro ad uno stato di diritto che si presenta consumato dal tempo. Inutile è anche discutere del Napoli che non accetterà nessuna decisione che la penalizzi, che potrà anche essere la pecora nera ma fa parte della stessa famiglia delle altre con tanto di firma in calce.

Il calcio che conosciamo è finito

Una partita mai giocata potrebbe far finire il calcio che conosciamo, o far finire il calcio di essere quello che conosciamo. Tra le mail dell’Asl, tra gli ordini della Lega e le discussioni a distanza, tra ciò che ci è stato detto e ciò che è stato nascosto, emerge la Legge che, in suo nome, si staglia e a ogni Cesare da quanto gli spetta, niente più. E se un giudice decidesse di rinviare quella gara sarebbe davvero la fine, sarebbe un libera tutti.

Per primo salterebbe il prossimo derby, perché non ci sarebbe più spazio per trattamenti diversi, per pesi e misure. L’Inter ha sei positivi, il Napoli non ha giocato per molto meno. Il resto seguirebbe a ruota esattamente come dopo la presa della Bastiglia.

Dai sentimenti sintetizzati dei tifosi mai ascoltati, ci toccherebbe osservare quelli dei vertici materializzarsi in slogan: non fermate il campionato!

Non fermate il campionato perché lo obblighereste una volta e per tutte a fare i conti con la realtà, a ritornare sulla terra, a interrogarsi sulle proprie condizioni d’esistenza. Condizioni che non ci sono più.

L’ora più buia non è la fine

Il calcio che era non è più sostenibile. Se non vuole essere spazzato via dalla rivoluzione e dai cuori dei tifosi, che ormai hanno tanto altro a cui dedicare il proprio tempo, ha bisogno di ripensare a se stesso, al proprio formato, al futuro che non ha.

Ci siamo abituati agli stadi senza tifosi, con un processo più lungo e doloroso potremmo abituarci anche alla mancanza dei calciatori. Su questo dovrebbero almeno rifletterci.

L’ora più buia non è la fine, può spesso evitarla.

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