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Il Sassuolo è la nuova corrente artistica di questa Serie A

Siamo stati indaffarati a fare previsioni su questa nuova stagione. Troppo impegnati e intrisi nell’attenzione affinché non ci sfuggisse nulla. Accaniti nel dare per scontato un duello tra Juventus e Inter, dove da una parte c’è un’accozzaglia di campioni ma un allenatore vergine di panchine, e dall’altra un esercito stellare, con una panchina lunghissima e un coach meticoloso della vittoria; accurati nel pronosticare una possibile mattonella per il Napoli di Gattuso, la miglior squadra del post-mercato; troppo curiosi di sapere se il Milan continuasse sulla scia del post-lockdown visti i nuovi arrivati e il rinnovo dell’immortale Ibra; eccitati di conoscere il volto della Dea, e se potesse essere ancor più attraente delle passate stagioni; dubbiosi per le romane, dove da una parte c’è la Lazio di Inzaghi, reduce da un mercato al di sotto delle aspettative, e dall’altra la Roma di Fonseca, perplessi sulle riserve a disposizione.

Impegnati affinché non ci sfuggisse nulla. Eppure, una squadra c’è passata davanti senza che nemmeno ce ne accorgessimo. È lì, piazzata al secondo posto, silenziosa di suo, ma letale in campo: è il Sassuolo di De Zerbi.

In versione outlet

Perché se il Napoli è stata la migliore sul mercato, il secondo posto rimane comunque il suo.
Il Sassuolo non solo ha ritoccato qualche elemento per rendere il suo undici un qualcosa di più, ma ha trattenuto i più forti. E se in vetrina non c’è spazio per i modelli di nuova stagione, si sceglie una vendita outlet, tipica di un abbigliamento che non occorre più.

Si trattiene l’allenatore, conteso tra squadre di A e da offerte faraoniche in oriente; si incatena Locatelli, una qualità cristallina che ha fatto capoccella alla Nazionale; non si vende Djuricic, un 10 che nel post-lockdown sembrava avesse trovato l’ispirazione e che questo nuovo scorcio di stagione sta confermando; si tengono legati Caputo e Berardi, quelli che occorrono per non essere una squadra da classifica di destra; e, infine, si convince a far rimanere l’uomo più imprevedibile per le difese dello scorso anno, Jeremy Boga.

Roberto De Zerbi, un direttore d’orchestra all’altezza

Ci brillano gli occhi quando lo vediamo in piedi, durante le partite, a dirigere l’orchestra.
Siamo entusiasti per la voglia che mette, per la tenacia e per la sagacia. Poi, ci innamoriamo per come i giocatori lo seguono. De Zerbi è questo e altro. Tanto altro. Un allenatore ideologico diventato metodologico con il tempo. Un direttore che insegna calcio ai suoi uomini, ma anche a chi ne sente la sinfonia da lontano. Impartisce una nuova corrente filosofica nel nostro calcio e che ne ha segnato la rottura di genere già da un po’ di anni.

Perché il Presidente ha scelto il pilota giusto per guidare e saper guidare una macchina come il Sassuolo. Che non avrà lo stesso motore delle squadre più mainstream, ma con i tempismi giusti e le migliori disposizioni, ne può far nascere un modello unico, innovatore, sorprendente. E la classifica lo sta dimostrando.

Foggia, Palermo e Benevento: l’ideologismo

Lo abbiamo incontrato al Foggia, in Serie C, quando, nella stagione 2015/2016, ha dato vita ad una nuova corrente, il dezerbismo, che lo ha portato ad un calcio propositivo e di ambizione, l’elemento che non è mai mancato. Playoff persi in semifinale (proprio con il Pisa di Gattuso) e Coppa di Serie C portata a casa.
Quell’anno è stata l’ascesa del suo ideologismo, specie <<in contesti in cui si accetta abbastanza facilmente un calcio più conservatore>>.

Un approccio sbagliato con il Palermo di Zamparini, dove ha ottenuto soltanto una vittoria in trasferta e mai al Barbera. Un esonero che gli è servito da lezione, anche se è rimasto imperterrito anche lì, volto a continuare la sua idea di proposizione in una dimensione ambiziosa come la Serie A.

E che, di fatto, ha confermato con il Benevento, anche se non l’ha portato alla salvezza.
Un calcio nuovo, fatto di grandi aspettative, ma soprattutto di certezze se gli fosse data l’occasione giusta.
E bastava soltanto che il destino mettesse in ordine gli eventi con le sue idee. Lo ha fatto, il 13 giugno del 2018 precisamente. Il treno portava a Reggio-Emilia, direzione Sassuolo.

Sassuolo: il metodologismo

Non si è fermato un attimo: ha studiato, ha ripassato, ha messo in campo le sue ricerche empiriche.
Poi ha avuto la sua chance e la sta sfruttando nel migliore dei modi.
I suoi principi di gioco non vengono da qualsiasi altro sport, stagnano sempre nel mondo del pallone.
Ma tra l’ideale e la metodologia passa una differenza sottile, che sembra sottile, ma invece fa la differenza.

Parte tutto dal portiere, una costruzione dal basso che lo vede sempre coinvolto. Non solo nelle parate per difendere i pali (prestazione maiuscola di Consigli con il Napoli), ma anche nella fase di possesso. Un’occupazione del campo ordinata, ben disposta, che permette di fare una cosa sola: il gioco da terra.
Perché questo è il suo obiettivo. Tanto fraseggio, rapidità, scambi repentini, così si va verso la porta avversaria. Creare ciò che gli allenatori avversari non possono immaginare; una progressione che spinge i suoi oltre il limite che il loro fisico impone; trovare il compagno libero, per creare superiorità numerica; continuo movimento, rotazioni continue, che mandano in pappa le sinapsi nemiche.

Lo dice anche Roberto:

Sono una persona pesante: con me nessuno sa chi gioca fino al giorno prima della partita. Metto il calcio davanti la famiglia e studio tanto […]

E aggiungerei, nessuno sa come gioca. O meglio, lo sanno, ne sono consapevoli, ma il calcio di De Zerbi è prevedibile se lo si studia, ma imprevedibile quando lo si guarda.

Con Ciccio Caputo andrà sempre tutto bene

Era il 9 marzo, un giorno che non ci dimenticheremo tanto facilmente. Anzi, penso che non ci dimenticheremo mai. Caputo segna, come suo solito, prende un foglio A4 e lo mostra alle telecamere: c’era scritto “andrà tutto bene restate a casa”.

Un gesto bellissimo. Forse banale, ma di quella banalità che, in quel momento, era necessaria.
Questo è Ciccio: sa essere il giocatore giusto, al momento giusto.
La prima rete in A arriva nel 2010, con il Bari. Ma quella è stata l’unica rete e credeva che fosse anche l’unica esperienza che si sarebbe portato dietro nella massima competizione. E invece no, perché con l’Empoli, prima in B e poi nella massima competizione si sfoga e fa esultare tutti allo stesso modo, con la sua mitica birra.
E quando vi ritorna nella serie cadetta, l’ancora di salvataggio gliela lancia il Sassuolo. Anche se, più che un’ancora, sembra esserci voglia, come nel dire ci servi, vieni da noi.

Una rete con il Bari, sedici con l’Empoli, ventuno con il Sassuolo lo scorso anno e cinque soltanto adesso, Caputo si è preso la scena sulla scia degli over 30. È come se la sua carriera fosse iniziata da pochi anni e che stesse in rampa di lancio. Perché poi è arrivata anche la Nazionale, a 33 anni, e tutti, incluso lui, sogna di fare come Schillaci al Mondiale ’90.

Sognare, che bella parola. Perché anche a 33 anni, non si deve mai smettere di sognare. E Ciccio, non solo sogna, ma fa anche sognare. E Lo sappiamo tutti che sarà ricordato come un attaccante di provincia, ma se c’è una favola che un domani dovrò raccontare, di certo ne sarà il protagonista.

Locatelli è consapevole di essere Locatelli

Nel Milan si era un po’ perso. Forse nell’entusiasmo generale o forse perché giocava nella sua squadra del cuore. Magari perché dopo un gol del genere, contro il proprio futuro e poi il bis con gli 80.000 di San Siro che gridano il tuo nome dopo un eurogol a Buffon, beh, un po’ di caos lo si sente. Ma non c’entrava una mancanza di umiltà, Manuel ce l’ha sempre avuta, ma una foga nel fare bene, sempre bene, sia nelle partite che negli allenamenti, che è stato dannoso. La testa era incastrata nelle catene dei pensieri. E il Milan gli disse che in una squadra del genere devi essere pronto.

E questa consapevolezza gliel’ha data proprio De Zerbi.
Nella zona di centrocampo a due, dove può raccogliere palla per poi servirla. Un giocatore che sa disinnescare il pressing avversario con estrema facilità. La cura del pallone è quello a cui più si dedica. Gli piace sentirla e spesso deve toccarla prima di affidarla a qualcun altro. È bravo a fungere come terzo uomo, specie nell’aiuto ai compagni quando sono circondati: scarico di palla al 73 e si è più sereni.

E il 73 non è un numero qualunque.
Proprio nel suo primo gol con il Milan, segnò al minuto 73, e segnò alla squadra che sta facendo di lui un grande giocatore. Lui è pronto per un grande club e chissà, se tutti questi incroci di numeri e di futuro, non sono un segno del destino.

Voglio farlo giocare a due insieme a Locatelli

“Guardalo un po’. Dimmi se lo vedi bene nella mia squadra”.

Questa è stata la domanda indiretta che mister De Zerbi ha posto a Junior Vacca, suo ex giocatore.
Vacca poi gli chiede se lo vuole per inserirlo nella trequarti, ma la risposta del mister è qui nel titolo del paragrafo. E l’abbiamo vista tutti la prestazione contro il Napoli.

E anche se Maxime Lopez non avesse segnato, tutti ne sarebbero rimasti colpiti.
Contro il Torino si era lasciato andare a qualche incertezza e imprecisione, ma aveva sfoggiato la sua tecnica. Al San Paolo, poi, ha confermato tutto.

Un po’ di scetticismo, perché affiancare a Locatelli un giocatore di 167 cm, contro la stazza di Bakayoko poteva essere controproducente. E invece il dinamismo di De Zerbi lo ha portato alla ragione: tocchi corti, rapidi, giocando di sponda per sfuggire rapidamente. Questo è stato l’antidoto. Un Sassuolo che si è reinterpretato senza Caputo, Berardi e Djuricic e che si è innamorato di questo classe ‘97.

Su 80 passaggi ne ha messi a referto 76. Poi manda a vuoto Manolas, sgattaiola davanti a Bakayoko e, tra un’incertezza di Ospina e pochi riflessi di Mario Rui, Lopez, si è preso la scena.

Un progetto vincente o un vivaio per la Serie A?

Per il settimo anno consecutivo, il Sassuolo chiude attivamente il bilancio.
Una storia, quella degli ultimi anni, costellata da tante rivelazioni che si sono dimostrate determinanti in campionato, ma soprattutto di successo guardando gli score.

Perché tra Sensi, Acerbi, Lorenzo Pellegrini, Politano, insomma, di plusvalenze ne sono state fatte. Sono quelle che hanno sempre concesso un sorriso nelle casse del Presidente e un orgoglio nel curriculum dei ds.
Sono quei giocatori che hanno visto Reggio-Emilia come una palestra di crescita per la loro carriera.
Eppure, dove vuole arrivare questo Sassuolo?

Una domanda che non nasce guardando la classifica e nemmeno nelle stagioni passate. Ma che nasce dalle parole dell’amministratore delegato, Giovanni Carnevali, quando dice abbiamo un premio per la Champions. Ma trova fondamento, soprattutto, nell’ultima campagna acquisti. Che più che di acquisti, è stata caratterizzata da permanenze: Locatelli, Djuricic, Boga, Berardi e un Caputo che potrebbe fare il titolare in almeno 15 squadre di A. Poi il gioiello Lopez. Nessuna cessione in un momento di così grande crisi.

È un Sassuolo enigmatico, che ci sta nascondendo qualcosa. La stagione è appena iniziata e le previsioni servono a poco. Forse una squadra senza aspettative, che si pone sempre come obiettivo la salvezza in A, lascia serenità a chi lavora e a chi dirige; tranquillità ai calciatori che possono esprimersi come vorrebbero; che, come dice Zenga, un contesto dove anche se fai male, va comunque bene. Fatto sta che questo Sassuolo, come minimo, deve abbracciare la parte sinistra della classifica, come massimo non lo so, ma quello che ha detto Carnevali spalanca grandi orizzonti.

Il Sassuolo come l’Atalanta?

Il bel gioco, una squadra che gioca senza troppe responsabilità ogni anno, un contesto sereno, un allenatore che fa divertire, nomi piccoli per grandi giocatori. Insomma, è un’anteprima che mette in comune il contesto di Bergamo. Anche se, quest’anno, all’Atalanta, le responsabilità sono aumentate. Una squadra che l’anno scorso è stata ad un passo dalle semifinali di Champions non può accontentarsi della salvezza (è il motto di Percassi).

Ma ogni club possiede una propria realtà. E per quanto le due squadre si somiglino molto, il Sassuolo non sarà mai come l’Atalanta e viceversa. Ognuno va per il proprio percorso e la comparazione serve a poco. La squadra di De Zerbi è un’unica per quello che è e deve continuare per la propria strada.

La classifica, adesso, è dalla loro parte. Ma soltanto la costanza e il lavoro (che per l’allenatore non manca mai), nel lungo periodo, porterà a grandi risultati.
Godiamoci il Sassuolo, perché se mai dovesse esserci un lieto fine, lo scopriremo solo ad epilogo di campionato e non all’inizio.

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