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La Suzuki ridona romanticismo al Motomondiale

La Suzuki ridona romanticismo al Motomondiale. Almeno un po’, diciamo. Dopo un ventennio di dominio Honda e Yamaha, con una piccola parentesi rappresentata dalla Ducati durante il periodo Stoner, la casa motociclistica di Hamamatsu torna a ruggire come in passato. Perché è giusto ricordare che di fronte allo strapotere delle due grandi case nipponiche Suzuki Racing si è sempre distinta e vinto in passato grazie a idee originali e piloti talentuosi in cui ha creduto. È vero che quest’anno il campionato è stato il più combattuto degli ultimi 5 anni data l’assenza del campione in carica Marquez per quasi tutta la durata della stagione, ma è altresì vero che tra i competitors Suzuki è stata la più costante. Una piacevole e autentica sorpresa.

Ovviamente gran parte del merito è anche dei piloti in sella. Mir si è laureato campione del mondo 2020, e noi gli facciamo i complimenti più sinceri e l’augurio di continuare ad esprimere il suo talento a questi livelli. Tuttavia anche Rins ha corso alla grande per tutta la stagione, facendo registrare ottimi tempi in qualifica e non risparmiando mai gas e bagarre in gara. Un applauso speciale però, con tutto il dovuto rispetto per i centauri, lo riserviamo a Davide Brivio e l’intero Team tecnici Suzuki, autori di un autentico capolavoro iniziato ben sette anni fa.

Suzuki, la terza forza nipponica

Suzuki Racing si presentò per la prima volta ad un motomondiale: il Tourist Trophy classe 125 del 1960. In quell’epoca il motomondiale si svolgeva solamente sul territorio del vecchio continente. La prima squadra di Suzuki Racing era formata da soli piloti giapponesi: i piloti erano Toshio Matsumoto, Michio Ichino e Mitsuo Ito. In questa occasione la casa motoristica non ottenne tuttavia risultati di importante rilievo sportivo.

La prima partecipazione di Suzuki Racing ad un motomondiale, fu quindi un episodio sporadico. Lo stesso nome del Team non risultò infatti nelle classifiche stagionali dell’evento del Tourist Trophy 1960. A partire invece dall’anno seguente, l’impegno di Suzuki nella competizione sportiva, divenne più costante. Tuttavia bisogna precisare che nel corso del motomondiale che si disputò nel 1961, l’esperienza sportiva di Suzuki Racing terminò prima del previsto (prima del termine della stagione). Nell’occasione del motomondiale del 1961 vennero tuttavia per la prima volta ingaggiati dei piloti europei, tra i quali vi era anche il celebre Paddy Driver.

I primi successi

A partire dall’anno 1962 entrò a far parte dell’albo d’oro ufficiale di un motomondiale, grazie ad una duplice vittoria conseguita da parte dei piloti e da parte dei costruttori. Entrambi ottennero il massimo titolo: la nuova classe 50. Suzuki Racing, a partire dal 1962 e fino al 1967, giocò certamente un ruolo importantissimo nelle classi 50 e 125; tuttavia dopo il 1967, la Suzuki Racing decise di ritirarsi da dette classi.

Per quanto riguarda la classe 50, dopo il primo titolo vinto da Suzuki Racing, il primo anno di partecipazione alla competizione della classe, la casa motoristica fece molto bene anche nel 1963; Suzuki Racing piazzò ben 4 piloti tra i primi 5 in classifica generale. La casa motoristica ottenne il titolo anche nel 1964. Nel 1965 il titolo finì invece nelle mani di Honda. A quel punto Suzuki Racing decise di ingaggiare un pilota tedesco (tale Hans Georg Anscheidt). Sia nel 1966 che nel 1967, il nuovo acquisto, portò ad ottenere il titolo piloti nel 1966 e nel 1967 il titolo costruttori.

Le moto utilizzate da Suzuki Racing nella classe 50 per l’anno 1967 vennero cedute ai piloti ufficiali, che ebbero la possibilità di gestirle in autonomia. Ciò non impedì ad Anscheidt di conquistare l’anno seguente il terzo titolo mondiale consecutivo, facendo ottenere a Suzuki anche il titolo costruttori. Alla fine dell’anno 1968, terminò la partecipazione delle moto prodotte da Suzuki ai mondiali della classe 50. A partire dal 1968 infatti, entrarono in vigore nuovi regolamenti tecnici, che limitarono il numero dei cilindri del motore ad uno; queste nuove disposizioni misero fuori gioco le moto giapponesi.

Classe regina fino ad oggi

Per quanto riguarda la classe 500, i piloti del team Suzuki Racing hanno ottenuto negli anni diversi titoli mondiali. Il titolo mondiale fu vinto due volte dal pilota britannico Barry Sheene nel 1976 e nel 1977; Marco “cavallo pazzo” Lucchinelli conseguì poi il titolo mondiale nell’anno 1981 e Franco Uncini nel 1982; Kevin Schwants (l’idolo di Valentino) nel 1993 e infine Kenny Roberts Juniors nel 2000.

Nel corso dell’anno 1973, la presenza del team Suzuki Racing nel campionato della classe 500, fu in forma semi ufficiale, grazie all’impegno Saiad, importatore italiano del marchio Suzuki. Con il passaggio alla Moto Gp, l’esordio di Suzuki Racing avvenne nell’anno 2002.Quell’anno in sella ad una Suzuki GSV-R 4 tempi, compariva ancora Kenny Robert Juniors e il giovane Sete Gibernau. Il miglior risultato ottenuto dal team all’esordio, fu un terzo piazzamento ottenuto dal pilota americano nel Gran Premio del Brasile.

L’avvento di Davide Brivio

«La Suzuki voleva tornare nel motomondiale, avevano disegnato un 4 cilindri a V ma pensavano a un 4 cilindri in linea. Mentre progettavano un nuovo motore, mi hanno chiesto di organizzare la futura squadra. Sono partito da un foglio bianco: non c’era un meccanico, una cassetta per gli attrezzi, niente. Ho cominciato a scrivere una lista di cose che servivano e a guardarmi intorno. A curiosare tra officine e uffici a bordo pista. Puntavo a gente giovane, consapevole di imbarcarsi in una storia di sacrifici e attesa. Avevo le idee chiare sul carattere e le attitudini dei componenti della squadra che volevo: persone ispirate, ambiziose. E tranquille, come me. Io non sono mai stato uno che picchia il pugno sul tavolo, che urla. Preferisco un sorriso, il desiderio di comprendere. Gli scontri non fanno per me». Queste sono le parole rilasciate al quotidiano Repubblica su come tutta questa favola ebbe inizio.

Professionista brianzolo, innamorato di moto e particolarmente curioso dei movimenti del paddock. A volte silenzioso, spesso dal tono di voce basso ma con le idee e concetti molto chiari. A lui, e con lui, Suzuki ha vissuto una rinascita, dal rientro nella Top Class ad oggi. Quando Suzuki stava programmando un piano di rientro nel Motomondiale, si rivolse a Brivio, e questi, mattone su mattone, mise in piedi un muro che tutt’oggi sembra dritto, solido e capace di crescere ancora. Dalla prima vittoria di Maverick Vinales alla vittoria di questo campionato di Joan Mir la ricetta è stata ed è: lavoro, lavoro, lavoro.

Equilibrio ed empatia

Il rapporto con i tecnici giapponesi è un altro punto di forza del team: «Bisogna sintonizzarsi sulla loro cultura. Hanno metodo, perseveranza. Tempi un po’ più lunghi. Noi l’intuito, la fantasia. Loro frenano, noi acceleriamo. Ci si può incontrare a metà. Ed essere felici. L’importante è comunicare. La fiducia nell’altro allontana le tensioni». Questo estratto, sempre dall’intervista a Repubblica, testimonia gli sforzi fatti per capirsi tra culture e metodi di lavoro differenti, al superamento dei quali il meccanismo ha iniziato a ingranare velocemente. Ciò ha consentito ai piloti di concentrarsi esclusivamente sulla performance, portando ai risultati stupefacenti di cui adesso parliamo.

Ed è proprio su questo equilibrio che, nello sport come nella vita, ci troviamo a metà strada creando empatia, riportando un po’ di quel romanticismo che sempre più difficilmente oggi sopravvive. Suzuki, respira a pieni polmoni l’aria rarefatta del successo e gioisci. Noi, ultimi romantici, non possiamo fare altro che ammirarti e dirti: Grazie.

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