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Le nuove generazioni non amano più il calcio?

Le emozioni sono l’ossigeno della vita. Viviamo i nostri giorni sempre con il loro ausilio, senza che si scollino mai da noi. Ci seguono come la nostra ombra, anzi, di più. Vivono internamente, ed emergono non appena diamo loro una manifestazione: rabbia, paura, disgusto, gioia, tristezza e sorpresa. Queste vengono definite emozioni fondamentali, nel 1972, da Paul Ekman. Vent’anni dopo ne aggiunse tante altre.

Fondamentali perché possiedono il mantello dell’universalità. Sono uguali per tutti. Non importa il contesto d’origine, la propria cultura e la tradizione sociale. Queste, si esternano allo stesso modo. Potrà cambiare il fatto o l’evento, ma non la loro modalità espressiva.

E se le traslassimo nel nostro mondo, quello calcistico, le sfumature emotive sarebbero infinite.
Quello che si prova nei novanta minuti non è mai costante, ma un’altalena di sensazioni positive e negative, dove è impensabile rimanerne apatici. Almeno per chi lo ama.

Il calcio crea emozioni

La rabbia per non averla vinta; la paura di non vedere gonfia la rete in quel rigore; il disgusto per i cori razzisti; la gioia di un trofeo; la tristezza per un europeo perso allo scadere; e una sorpresa per un gol inaspettato nei minuti finali. Le emozioni fondamentali di cui parlava Ekman, qui nel nostro calcio, sono queste.

Emozioni che si portano con sé per tutta la durata di una stagione. Ma anche di più. Per una vita intera.

Prendere i biglietti per un match importante e attendere che arrivi quel giorno per poi sedersi su quel seggiolino, è qualcosa di impareggiabile. Si tocca con mano un evento che potrebbe segnare per sempre il ricordo del nostro orologio biologico. E che non dimenticheremo mai, perché si installa nella nostra mente e non si scollerà mai più.

Cosa ci emoziona?

Poi le cose sono cambiate con il corso del tempo, e ciò che affascinava prima adesso non affascina più. O anche l’esatto contrario, ma in vesti diverse. Ed è difficile immortalare ciò che ci possa attrarre, specie quando molte cose vengono inquadrate dentro la cornice della soggettività.

Albertini, per esempio, in una bellissima conversazione con Borghi, si è posto la domanda se tutto quell’entusiasmo formatosi dopo Italia-Olanda del 2000, fosse stato generato dal bel gioco creato o se invece fosse frutto delle emozioni che avrebbero trasferito al pubblico.

Ci può affascinare il tiki-taka, la mentalità, la prodezza. Una quantità esorbitante di elementi che possono assuefare qualcuno, ma altri no. Ma chi è questo qualcuno? Perché ci siamo concentrati sulle emozioni, senza porre uno sguardo su chi si emoziona.

Il calcio è cambiato, è vero, ma come è cambiato lui, sono cambiati anche i suoi spettatori.

Chi emoziona?

In un articolo rilasciato dal Corriere della Sera, diversi dati hanno dimostrato quanto la platea si sia invecchiata. E quanto soprattutto lo sport globale, calcio in primis, non sia più in grado di affascinare le nuove generazioni.

Non che il vecchio tifoso sia scomparso, ma di certo la sua carta d’identità comincia a pesare.
Basti pensare alla famosa generazione Y, i cosiddetti millennials, ovvero quelli nati tra il 1981 e il 1996. Il 27% di loro afferma di non provare nessun interesse per il calcio, mentre il 13% addirittura lo odia.
Non solo, ma il 29% di coloro che possiedono un’età maggiore dei 13, dichiara di aver smesso di seguirlo perché trova altro di meglio da fare.

Dati allarmanti, tanto da far gridare aiuto ai dirigenti sportivi. Il tempo ha plasmato nuovi giovani e la società ha creato nuove tecnologie. Involontariamente, si è creato un connubio perfetto.

Cosa è cambiato?

La generazione attuale ha tutto a portata di mano. Il tempo che scorre così velocemente li ha resi estremamente impazienti e irrequieti. Basti riflettere alle difficoltà che si ha nel leggere un articolo di giornale dalla durata di tre minuti. L’attenzione cala drasticamente appena superata la soglia dei trenta secondi. Anzi, si cerca di sintetizzarlo e arrivare al nocciolo del discorso con le parole scritte in grassetto.

Con il calcio, tutto questo, si amplifica. Una partita che supera la soglia dei novanta minuti – se aggiungiamo l’intervallo, le sostituzioni, il tempo perso per il VAR, infortuni, gol, ecc. – diventa una tortura senza precedenti.

Perché guardare una partita se posso far altro? Questo è quello che è emerso dalle interviste. I giovani non riescono più ad essere catturati da un televisore che trasmette una partita, perché è troppo lunga e, quindi, preferiscono la sintesi.

Le app

Con la repentina evoluzione di internet, sono esplose le app. Tutto è a portata di tutti. Basta un click e si può avere ciò che si desidera in pochissimo tempo.
A quel punto, diventa inutile vedersi una partita se poi esistono degli aggregatori che mettono in risalto le parti più importanti di un match.

Prendo gli esempi degli highlights: sintetizzano le fasi più salienti di una partita. Non è più necessario vederla, perché quello che più interessa sta lì. È tutto compresso.
E se non sono istantanei – che è il termine più ricercato dai giovani – ecco che ottemperano al problema tutte le altre app di calcio che, sul momento, sanno dire cosa è accaduto.

Gol, cartellini, reti annullate, formazioni, qualsiasi cosa è notificata da un’applicazione. C’è perfino il messaggio che ti avvisa dell’evento. Non solo, ma anche gli highlights sono stati superati: moltissime app sportive forniscono perfino il video del gol.

A quel punto, seguire una partita, non serve più.

Da aggregatori sociali ad aggregatori individuali

La tv è nata e diventata un aggregatore sociale. Alla sua nascita aveva una funziona meramente pedagogica, poi con il tempo e con la liberalizzazione dell’etere ha preso sempre più la strada della commercializzazione.

Ma prima di arrivare al modello che conosciamo oggi, la televisione, raggruppava famiglie, se non decine di persone attorno a sé. Basti pensare che, nei primi anni, nessuno poteva permettersela e, molta gente, andava nei bar o nei locali a diversi chilometri di distanza dalla loro abitazione, per vedere uno dei programmi di maggior successo, che a quell’epoca era Lascia o Raddoppia.

Poi, con l’arrivo delle pay per view e dei diritti sportivi per le partite, la sua funzione sociale, si è consolidata con il tempo: si andava dagli amici per vedere una partita assieme; si andava nei pub per consumare una bevanda o una cena e vedere un match importante in compagnia; o, addirittura, per eventi nazionali – come la finale di Champions o la Nazionale stessa – si allestivano dei maxi schermi nelle piazze.

Dai maxi schermi si è passati ai mini schermi del telefono. Da aggregatore sociale si è passati ad aggregatori individuali. Il calcio è stato compresso, dapprima in apparecchi più piccoli, poi in eventi raccontabili da una semplice notifica.

Cambia il modo di tifare

Prima si tifava per la squadra, adesso no. Ora si diventa tifosi del giocatore, del fenomeno del momento. È difficile rintracciare scorci di tifoseria tramandata. Adesso si segue il professionista, le sue giocate, o quello che replica fuori dal campo.

I calciatori sono diventati influencer e un business per le imprese. Fanno pubblicità, stories, commenti divertenti, perfino dirette su Instagram, dove a vederli e a seguirli, ci sono centinaia di migliaia di persone, se non milioni.

Nelle scuole, università, social, non si fa altro che parlare del singolo e non della squadra.
Non esiste più la domanda di che squadra sei, perché non importa. Importa prendere spunto, influenzare i propri stili di vita e i propri modelli di comportamento, traendo esempio dal calciatore.

Si tifa per socialità: non ci si raduna per vedere una partita di calcio, ma solo per il semplice fatto di stare assieme. Molti giovani ammettono di “seguire” le partite solo per avere un argomento di cui parlare e non per il gusto del match. In quelle poche occasioni, si concretizzano pratiche di second screen.

La propria squadra è diventata fantasiosa

Con i simulatori, il calcio si è espanso virtualmente. Perché guardare una partita se posso giocarci direttamente io?

Una domanda intrapersonale che si pongono i giovani. I videogiochi come Fifa o Pes permettono di simulare per filo e per segno un evento sportivo. Una stagione sportiva. In più, con modalità interattive che offrono la possibilità di costruirsi ad hoc la squadra dei propri sogni, con i fenomeni del panorama calcistico. Si fa il tifo per la propria squadra – virtuale – che non per quella reale.

O anche il fantacalcio. Giocatori veri, acquistati virtualmente tramite un’asta, e messi in una squadra altrettanto fantasiosa. In questo modo, si seguono le partite, ma solo per vedere se il proprio giocatore ha fatto un assist o, preferibilmente, un gol.

La squadra del cuore esiste, ma è virtuale e cambia continuamente.

Le nuove generazioni non amano più il calcio?

Dipende di quale calcio stiamo parlando. Il mondo è cambiato e anche lo sport sta provando ad adeguarsi alle nuove esigenze. Leggo di introdurre modalità che prevedano espulsioni temporanee, minutaggi più corti, o cambi di inquadrature. Il tutto, per rapportarsi il più possibile con le nuove generazioni.

Basti vedere anche come i club professionistici si accaparrino di social media manager.
Quanto pongano attenzioni alle interazioni e alle condivisioni. Anzi, spesso l’acquisto di un giocatore non è riferito alle sue qualità, ma alla quantità di tifo che può portarsi con sé.
L’arrivo di Ronaldo alla Juve ha incrementato il tifo via social a dismisura, facendo agglomerare gruppi folti di volti giovanili. Una questione di marketing.

I giovani amano il calcio senza sapere nulla di calcio. Il vero calcio, quello di una volta, comincia ad avere diverse rughe in volto. Forse, tra un po’ di anni, potremmo solo ricordarlo.

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