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Diego Armando Maradona, más que un futbolista

Maradona non l’ho visto giocare. Diego me l’ha raccontato mio padre, mio nonno, ma è come se l’avessi vissuto anche io in prima persona. Maradona non l’ho mai visto dal vivo, ma è come se mi avesse accompagnato ogni giorno della mia vita. Come fa un bambino napoletano, ancora in tenera età ad avvicinarsi al mondo del calcio? Non lo so. Forse gli amici, forse la scuola. Ma ai miei tempi era diverso. Ci hanno pensato mio padre e mio nonno a tramandarmi l’amore per il Napoli. E come dare inizio ad una storia d’amore così grande se non con i racconti delle gesta di Diego, se non mostrandomi tutti i souvenir dell’epoca, le prime pagine dei giornali.

Sfido chiunque a trovare un millenials napoletano che non abbia passato le serate sul divano, a guardare le VHS delle gesta migliori del più grande di tutti i tempi. Sì, perché Diego questo è stato: il più grande della storia. Con le sue contraddizioni, il suo malessere, la sua testardaggine Diego ha unito Napoli al mondo, l’ha presa per mano e l’ha elevata dall’antinomia cittadina.

Diego ha unito e tutt’ora continua a farlo, anche a poche ore dalla sua scomparsa. Scomparsa, esatto. Non morte. Perché solo i mortali possono morire e lui non lo è mai stato un comune mortale. Ieri sera ha fatto riabbracciare storici capi ultras del San Paolo, divenuti col tempo acerrimi nemici, dopo quindici anni di dissapori. Ha fatto abbracciare i napoletani, anche se abbracciarsi è vietato di questi tempi.

Il calcio di Maradona non l’ho mai vissuto, ma stanotte Diego l’ho sognato. E come me l’avranno sognato in tanti qui a Napoli. Ce l’avranno mandato gli dei, forse. A Napoli e nei sogni. Maradona mi ha fatto sognare, eppure i due scudetti azzurri io non li ho vissuti. Maradona ci ha unito, ci ha preso per mano, ci ha portato in trionfo in giro per il mondo. E, forse, qualcuno non se n’era mai accorto. Forse, chi non ha vissuto quegli anni, Maradona non l’ha capito fino a ieri pomeriggio.

Il pellegrinaggio all’esterno del San Paolo ha coinvolto chiunque: uomini, donne, anziani, bambini si sono precipitati a Fuorigrotta per dare l’ultimo saluto all’eroe di Parthenope. E tanti ragazzi, tanti millenials, si sono sentiti in dovere di andarci: per rispetto, per devozione, per ringraziarlo. Ma ringraziarlo di cosa? Di essere passato sotto l’ombra del Vesuvio, di aver scelto Napoli piuttosto che un altro angolo di mondo. Maradona è stato qui, ma io non c’ero. Ma è come se ci fossi stato.

I nostri papà, forse, hanno voluto bene più a lui che a noi figli. Ma, d’altronde, come biasimarli. Loro l’hanno vissuto, hanno passato le domeniche allo stadio per vederlo sfidare le leggi della fisica, per vederlo neutralizzare le acerrime nemiche del club azzurro.

Ma noi, invece, ci siamo dovuti accontentare dei filmati, dei DVD. Eppure, nonostante l’avessimo vissuto solo virtualmente, ha fatto breccia anche nel nostro cuore. Almeno tre generazioni innamorate follemente di lui, pronte a qualsiasi cosa. Tutto per l’unico vero Re di Napoli. Come dimenticare quando ebbe la genialità di intervistare se stesso, un po’ di anni fa, durante il programma “La notte dei Dieci”.

Amato come un Dio, venerato come tale. Così tanto grande da giungere da solo all’autodistruzione. Perché chi altro avrebbe potuto portare via Maradona se non proprio Maradona in persona?

Durante la sua ultima intervista, rilasciata al Clarìn lo scorso 30 ottobre, nel giorno del suo sessantesimo compleanno, Maradona si chiedeva se le persone l’avessero amato ancora, se avessero provato ancora le stesse sensazioni di un tempo. Diego, vuoi davvero che qualcuno ti risponda?

«E’ muòrto ‘o rre’, evviva ‘o rre’»

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