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Pane, Jordan e Maradona

Era il 2002 ed io ero un bambino. Mia mamma mi iscrisse al basket per rimediare ad un problema che avevo all’anca. Il medico disse che lo sport più adatto sarebbe stato il nuoto, ma io proprio non ne volevo sapere.
Di quegli anni in palestra ricordo perfettamentei momenti in cui i miei amici facevano a cazzotti per decidere chi dovesse indossare la maglia col numero 23. Io me ne stavo in disparte poiché ero il più piccolo. E poi non ero neanche un portento. Inutile dire che la spuntò il più bravo della squadra. 

Eravamo tutti tifosi dei Bulls, pur non sapendo nemmeno dove si trovasse Chicago. Ma che importava? Lì ha giocato Michael Jordan, il più grande di sempre. 

Nel giorno dell’epifania, ebbi due regali: un pallone da pallacanestro e il videogioco dell’NBA per la Playstation. Inserii il dischetto nella console e scelsi l’unica squadra che conoscevo. Tra i tanti stemmi, quello dei Chicago Bulls era il più bello. Oggi so, però, che ero condizionato dal fatto che lì giocasse Air Jordan. Poi vuoi mettere che in squadra c’era un tipo strano che cambiava il colore dei capelli ad ogni partita? Solo dopo anni scoprii che si trattava di Dennis Rodman.

Dopo qualche anno, lasciai perdere il basket e mi dedicai al calcio. Grazie a mio padre, ogni due domeniche andavo in Curva a tifare per il Napoli che militava in serie C. Fu amore a prima vista. Il mito di tutti era, inutile dirlo, Maradona. Allo stadio sventolavano bandiere che raffiguravano il suo volto, ed io comprai decine di CD del Pibe de Oro. 

Ricordo che io ed il mio vicino di casa ci domandavamo chi fosse il calciatore più forte di sempre: Maradona o Pelè? Pensammo che forse il dubbio potesse essere sciolto chiedendo alla gente del nostro quartiere. Inutile dire che a Forcella nessuno citò il brasiliano. Questi non si limitarono a dire Diego, ma arricchivano la risposta con i racconti delle sue gesta e le emozioni che solo lui è riuscito a dare al popolo napoletano.

Nell’aprile 2020, Netflix pubblica una docu-serie che resterà nella storia del cinema e dello sport: The Last Dance. Mi fiondo sulla piattaforma e in pochi giorni la concludo. Resto incantato, ancora una volta, dalla grandezza di Michael Jordan. Nella mia testa, intanto, partono i parallelismi con Diego Armando Maradona. Il genio del basket e il genio del calcio non possono non avere qualcosa in comune.

Nel 1984 Jordan viene selezionato dai Chicago Bulls durante il Draft. Il 5 luglio dello stesso anno, Maradona è presentato ufficialmente allo Stadio San Paolo. Entrambi approdano in squadre senza una storia gloriosa alle spalle. Anche se le prime stagioni non furono vincenti, i tifosi sognavano ugualmente ad occhi aperti, incantati dal talento dei due, che rendevano possibile l’impossibile. Successivamente le squadre furono costruite attorno a loro. Scottie Pippen e Dennis Rodman esaltavano le prestazioni del numero 23 ed il loro talento fu messo in secondo piano. A Careca e Giordano spettava lo stesso destino.

Fatto sta che di Chicago Bulls e Napoli, in quegli anni, se ne parlerà continuamente. Michael e Diego diventano i miti di bambini e anziani, di uomini e donne, di chi ama lo sport e di non mastica calcio né basket. I loro stadi erano gremiti, e ad ammirare le loro gesta c’erano anche i tifosi delle squadre avversarie. Non importa il colore del proprio cuore: gli occhi sono puntati su due artisti e sulla poesia che scrivono nel campo di gioco. 

La rivoluzione parte dallo sport. Michael Jordan contribuisce fortemente al riscatto nero, in un’America che non si contraddistingue certamente per l’uguaglianza tra razze. Diego Armando Maradona siede al tavolo dei poveri, e per qualche anno i napoletani dimenticano le ingiustizie subite dal resto d’Italia. 

La loro vita è condizionata dagli eccessi, e non sempre hanno retto il peso della popolarità. Il campione americano era un’amante del gioco d’azzardo. L’ebbrezza della vittoria, della scommessa, era l’unica cosa che lo rendeva vivo, oltre ovviamente alla pallacanestro. Il campione argentino si è rifugiato nella droga che, come lui stesso dichiara, è stato il più grande errore della sua vita. Entrambi si sono sentiti soli, messi da parte e non capiti nei momenti di difficoltà. Entrambi sono stati attaccati e aggrediti dai media e dai giornali, perché un errore loro vale mille di una persona comune. Le telecamere puntate 24 ore su 24, l’impossibilità di staccare la spina per godersi la vita privata hanno fatto sì che emergesse anche la parte negativa. 

Ma come dice qualcuno, non importa cosa hanno fatto della loro vita: importa che impatto hanno dato alla nostra. Solo bene. Hanno portato gioia e speranza. Nei documentari di Netflix, così come nelle centinaia di intervista, emerge il loro aspetto umano. Gli amici di squadra esaltano l’umanità di Diego e di Michael: sempre disponibili a tendere la mano, sempre pronti a rincuorare in un momento di difficoltà. L’empatia, e al contempo il carisma dei due campioni, faceva sì che tutti giocassero al 200%. 

Ma la cosa che più mi ha colpito dei due è la loro schiettezza davanti ai microfoni. Non avevano paura del confronto, e non si nascondevano dietro alla maschera del perbenismo. Analizzando le interviste d’oggi, gli sportivi sembrano leggere un copione. Si cerca di non andare oltre con le parole, di non creare problemi che porterebbero le loro frasi in prima pagina nei quotidiani. Maradona e Jordan non avevano peli avevano peli sulla lingua, e quando si chiedeva un pronostico della partita, la loro risposta era semplice: “dove gioco io? Nel Napoli/nei Chicago Bulls. Dunque, vince la mia squadra”.  La domanda diventava retorica.

Tanti aspetti in comune dunque, ma quel che è certo è che Michael Jordan e Diego Armando Maradona sono e saranno eterni. E se per scherzo immaginassimo un dream team tra le diverse discipline sportive, i due atleti sarebbero i primi in prima fila a far tremare le gambe a tutti. 

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