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Gli dei, con la d minuscola

Nell’antica Grecia c’erano gli dei. Quelli con la d minuscola, intendiamoci. Null’altro che uomini e donne immortali con capacità e responsabilità superiori a quelle dei semplici mortali. Le loro lotte sono state narrate, i loro figli mortali resi eroi e per il popolo erano fonte di ispirazione.  Poi è venuto Dio, quello con la D maiuscola. Il cambiamento di paradigma è stato devastante. Gli dei sono stati dimenticati e relegati ai miti e alle leggende. Solo i cantori prima e libri dopo li hanno tenuti in vita.

Con l’epoca moderna sono tornati gli dei, quelli con la d minuscola, sia chiaro. Non si parla di straordinarie storie come quelle raccontate da Rick Riordan nella saga di Percy Jackson, ma di uomini in carne ed ossa che hanno lasciato il segno e sono diventati immortali.

Nello sport, l’immortalità è qualcosa riservato a pochi. Questo insemprarsi, così avrebbe detto Dante, non è raccontabile a parole, è una sensazione nelle ossa di ogni appassionato di sport che rivede una partita di Maradona o Pelè, che segue un incontro di Federer o che si lascia cullare dal rumore della monoposto di quel campione impareggiabile di Michael Schumacher. Questa è immortalità: non essere mai dimenticati, non andarsene mai dai cuori delle persone. Oggigiorno solo lo sport regala queste emozioni con costanza. E noi siamo privilegiati cantori dell’epoca della nuova epoca di eroi e dei, che con le loro lotte tengono incollati miliardi di tifosi, tutti in attesa di una loro mossa.

gli dei

“Se facessimo un sondaggio a Napoli tra chi è più famoso fra Maradona e San Gennaro, penso che vincerebbe Diego”. È così che Gennaro Gattuso ha espresso l’affetto della città partenopea per Diego Armando Maradona. La vicenda del pibe de oro presenta il dilemma: è dissacrante venerare uno sportivo? Probabilmente sì. La venerazione, l’affidare a qualcuno la propria vita è qualcosa da farsi solo con Dio, quello con la D maiuscola. Questo, però, non esclude i culti laici del mondo dello sport.

Questi culti hanno portato ammirazione profonda e soprattutto un affetto che si riesce ad esprimere davvero solo a quelle persone che non si conoscono di persona. Un livello di amore fraterno che difficilmente si riesce a trovare in altra forma. Questo sì, è da fare, questo è doveroso. Nessun altarino, ma grande affetto e ricordi indelebili che ci fanno sognare ogni volta che decidiamo di riviverli nella nostra vita.

Immortali anche dopo che le stupide leggi della natura hanno decretato che la loro ora è giunta. Diego sarà sempre su un campo da calcio, Ayrton sempre nella sua monoposto a sfidare ogni curva, Kobe sempre a saltare verso quel cerchio arancione che chiama casa. Sempre.

Un’ultima cosa accomuna gli dei del nostro tempo con quelli dell’antichità: il ricordo. Un dio c’è finché le persone lo ricordano nei loro pensieri, finché vogliono che esista con tutte le loro forze, finché non gli voltano le spalle. Non preoccupatevi, voi immortali dei dello sport, perché noi di certo non vi dimenticheremo.

il nostro coro non smetterà mai di dire: grazie Kobe

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