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Con il VAR un calcio giusto, ma senza mitologia

Siamo alla perenne ricerca della verità.
Lo siamo sempre. A volte, senza rendercene conto, inconsapevolmente e irrazionalmente; altre, la ricerchiamo ovunque: nelle persone, nella scienza, sui libri, sul web, negli angoli più remoti della stanza.
Ovunque. Dovunque ci sia un posto o un giudice per decretarla.

Abbiamo questa profonda irrequietezza di sapere tutto, senza dormirci la notte. Di sapere il vero più che il tutto. E quando lo sappiamo? Gridiamo al complotto. Alziamo al cielo cartelli con scritto no vax o andiamo in piazza a protestare l’ausilio delle mascherine; oppure, pensiamo che il primo atterraggio sulla Luna sia stato pura ricostruzione mediatica o che la Terra sia piatta.

Ma c’è anche quella verità che si affianca alla giustizia. Il tutti uguale per tutti, senza distinzioni e discriminazioni. Tipo il calcio, che con il VAR ha messo a tacere – o quasi – le numerose polemiche inerenti al vero.

VAR sì

Avrebbe accontentato tutti.
E uso il condizionale, perché nonostante la sua completa affermazione nell’universo calcistico, crea ancora diverse smorfie nel volto degli appassionati. Degli assidui e degli ossessi di pallone.

Il VAR ha fatto sì che ci fosse, ovunque, una parità divina. Niente più sbagli (e purtroppo ancora ce ne sono), niente più errori o sviste arbitrali, niente più fuorigioco millimetrici. Nulla. Solo perfezione, per rendere il calcio il più giusto e imparziale.

Le ingiustizie sono state riposte in uno scatolone che, a sua volta, è stato riposto in soffitta.
Ma se da un effetto macro ci annidassimo in un effetto micro vediamo come alcune decisioni possano assumere sfaccettature anche con l’aiuto della tecnologia. Alla fine, un filo di soggettività e di umanità viene lasciata al direttore di gara. Ma solo in alcune casistiche. E che siano nel bene o che siano nel male, sfociano sempre nel fiume della polemica.

VAR no

E continuando il filone del discorso, spostandomi sulle negazioni all’assistenza del VAR, questo ha generato rabbia. Il fatto che l’interpretazione umana fosse perfezionata dalla tecnologia, ha mandato in ebollizione una schiera di persone. Addirittura decretandolo – il VAR – come l’assassino dello sport più bello del mondo.

Si va ad estromettere l’anima e l’aura di un qualcosa di magico. Di poetico.
Gli addetti ai lavori lo considerano un nemico. Più nemico dell’ingiustizia sul campo. Perché se sul manto verde c’è un’irregolarità, allora chissenefrega. Meglio così.

In questo caso, la verità, viene messa a tacere. Non la si vuol conoscere. E anche se, successivamente, verrà a galla la svista, un errore, grave o meno, è perché era destinata ad andare così.
Fautori del destino e non della razionalità. Amici dell’errore e nemici della perfezione. Attaccati al passato e non all’innovazione. Ma non è solo questo, è di più.

Non ci sarà mai equilibrio

Comunque vada, la strada porta sull’insoddisfazione.
Non c’è sentiero che, come destinazione, conserva il nome di equilibrio.
Non esiste. Ma non perché è scritto sui libri, ma perché lo si sperimenta tutti i giorni sugli spalti. O a casa, come ci insegna il momento attuale.

Se si spezza la lancia a favore del VAR, i problemi sorgeranno quando il fuorigioco è millimetrico. Invisibile ad occhio nudo e visibile sul monitor. <<Il VAR va bene, ma fino ad un certo punto>> e già questa frase affoga nella contraddizione; se invece porgiamo la guancia ai sostenitori del “no”, il problema si erge sul promontorio della partita sbagliata. Vale a dire quel match in cui l’arbitro toppa la partita – capita a tutti – e il pensiero indossa la maschera della soggettività.

L’equilibrio non c’è. La via di mezzo non trova posto nel mondo. Ancor di più nel calcio.

La verità quando si palesa è scomoda

Perché siamo sempre in lotta per cercarla. Solo che quando compare dinnanzi ai nostri occhi non è che ci piaccia poi così tanto. L’avevamo bramata, ma quando la tocchiamo per mano, ha tutta un’altra sostanza.
Ne rimaniamo delusi, insoddisfatti. Come se la verità avrebbe potuto lenire i nostri lamenti e i nostri dolori e invece ci ha reso ancor più insoddisfatti.

Ci nascondiamo nella nostra verità, che è quella del cangiamento. Quella che assume numerosi volti e si mimetizza a seconda delle nostre ragioni e delle nostre esigenze. Perché se la nostra squadra subisce un’ingiustizia, non pensiamo all’errare umano, ma gridiamo alla tecnologia, all’occhio supremo che non può sbagliare; se di contro è la nostra avversaria che subisce il torto, allora l’errore va bene, può starci.
VAR o non VAR non ci riguarda.

Vogliamo la verità soggettiva perché siamo egoisti. Anche se di verità ce n’è soltanto una.

Dare per ricevere

Il calcio non ammette regali. Per avere un qualcosa bisogna sacrificarne un’altra. Il prezzo è alto, si sa, ma per garantire la giusta equità bisogna percorrere questo tracciato. Poi, come scritto qui sopra, l’equilibrio può non piacere, anzi, non piacerà mai. Non si accontenterà mai l’animo di tutti, ma quello della giustizia sì.

E se le ingiustizie le abbiamo riposte nella scatola in soffitta, la giustizia si traveste da VAR.

Si riduce al minimo l’errore, si perfezionano le numerose defezioni, si chiudono i cancelli del dubbio e si spalancano quelli della certezza. Per la giustizia sul campo si riceve questo. Il tutto uguale per tutti.
Ma come ho scritto poc’anzi, il calcio non ammette regali. Scambi sì, ma doni no. E quando gli abbiamo chiesto se avesse potuto darci un po’ di giustizia, lui ha accettato, ma in cambio, ha voluto una cosa: il mito.

Il VAR ha ucciso il mito

Questo abbiamo dato al nostro amico calcio.
Un dono prezioso, che per quanto possa avere riscontri positivi e regolari in termini di match, non possiede più l’anima. Con gli stadi vuoti, poi, la situazione peggiora drasticamente, ma questo è un altro discorso.

Abbiamo venduto l’aura che contornava questo sport. L’alone di misticismo che lo circondava.
Quante volte, dopo l’introduzione del VAR, abbiamo dovuto strozzare un nostro grido di gioia? Quante volte abbiamo dovuto soffocare una nostra esultanza perché camminava sul filo del rasoio dietro uno schermo oggetto di monito dell’arbitro? Quanto spesso abbiamo esultato due volte – la prima al gol, la seconda alla sua successiva convalida – perdendo però la sua patina originale?

Il calcio è diventato oggettivamente giusto ma anche oggettivamente inanime.
La sospensione dell’incredulità non esiste più. Ci siamo incastrati negli ingranaggi della perfezione, tecnologizzando uno sport naturalistico e lasciando vuoto il campo della sua originalità.

Manda un po’ un attimo indietro

Prendo in prestito le parole di Francesco Totti che ha utilizzato sul film che lo ha visto protagonista.
<<Manda un po’ un attimo indietro>>. E mi rivolgo a te, caro tempo. Perché prima di oggi, prima dell’epoca tecnologica, il calcio possedeva il mantello primigenio, e poi lo ha ceduto all’innovazione.

Lì, si assaporava la sua autenticità.
Priva di ripensamenti e piena di sentimenti. Non era ancora nata la dea robotica. Ma possiamo dirlo soltanto mandando un attimo indietro, perché come ci ricorda Benjamin non c’è mai stata un’epoca che non si sia sentita, nel senso eccentrico del termine, <<moderna>> […].

Prima la colpa veniva confutata al direttore di gara. Adesso, a noi stessi. Perché ci stiamo rendendo conto di aver ceduto un qualcosa che a noi è – o era – troppo prezioso. Adesso è troppo tardi e possiamo solo mandare un attimo indietro.

Non avremmo vinto il Mondiale

Totti serve Grosso perfettamente. E Grosso, in maniera altrettanto perfetta, fa secco Bresciano. Entra in area di rigore e viene buttato giù da Neill. Calcio di rigore. Un’esplosione di gioia la nostra.
Quella partita inchiodata, che non trovava una via d’uscita all’infuori dei calci di rigore, ecco che, come una manna dal cielo, si sblocca.

Ma se ci fosse stato il VAR?

Non avremmo vinto il Mondiale.
Eravamo stanchi, esausti e con un uomo in meno.
Non saremmo stati cinici negli undici metri e sarebbe cambiato il corso della storia.

Calciopoli non sarebbe stato nascosto da Berlino; Zidane non avrebbe dato la testata a Materazzi e, chissà, magari avrebbe alzato la Coppa; non ci sarebbe stato nessun Popopopopopopooo.
Nulla.

Il mito avrebbe lasciato il posto alla verità, perché la verità è che quel calcio di rigore non c’era.

Non avremmo goduto della Mano de Dios

Prima il gol di mano e poi il gol più bello di sempre.
Poi, ancora di più, con l’Argentina che vince il Mondiale.

Ma se ci fosse stato il VAR?

Sarebbe cambiata la storia del calcio probabilmente.
Perché con la tecnologia, quella partita, avrebbe assunto tutta un’altra evoluzione. Che non ci è data a sapere, ma avrebbe avuto decisamente un altro sapore.

Non ci sarebbe mai stato il mito del popolo argentino, nessuna leggenda, nessuna ricorrenza.
Tutto totalmente asettico. E quei quattro minuti successivi al primo gol, chissà cosa sarebbero diventati. Magari un semplice possesso palla o magari un’azione messa in pausa per un fallo.

Quello che sappiamo è che, quel gol, fu il migliore del secolo scorso e, Maradona, divenne il Dio del calcio.

Ci sarebbe stata più giustizia, ma…

Giustizia e anche un po’ più di rispetto.
Tipo al Mondiale del 2002 in Corea, in cui subimmo ingiustizie clamorose.

O anche al gol-fantasma di Lampard (nemesi del gol di Hurst), che avrebbe dato una piega diversa alla partita. Un’Inghilterra criticata, ma con il VAR sarebbe stato 2-2 e palla al centro; non ci sarebbe stata la Juventus dei nove scudetti, perché con quel gol di Muntari, il destino della Serie A avrebbe avuto un’altra storia; il gol-fantasma di Turone, in cui oggi, nell’archivio giallorosso, magari, ci sarebbe stato uno scudetto in più; ma come anche la finale di Champions del ’98, quando Mijatović, portò in vantaggio i Galacticos e una Coppa dei Campioni in più al Real.

Più giustizia, ma con un calcio senza mito.
Adesso ci hanno dato la perfezione, ma senza la sua anima, il calcio, è diventato meno epico.

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