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I’m LeBron James from Akron, Ohio: Novello Atlante

“I’m LeBron James from Akron, Ohio. I’m not even supposed to be here. I’m blessed and i ain’t got no worries”

Se un giorno Hollywood dovesse decidere di girare un film sulla vita di questo atleta straordinario non ci sarebbe da stupirsi più di tanto. La sua biografia è epica pura. Differente però da quel tipo di epica che rende un personaggio immortale per la sua “invulnerabilità”, vedi Michael Jordan.  La grandezza della narrazione di LeBron risiede proprio nella sua vulnerabilità, nella capacità di rialzarsi quando le pressioni e le aspettative sembravano potessero affossare la sua nomina di “Chosen One”, il prescelto. Il nativo di Akron ha issato sulle sue possenti spalle tutto questo peso e con il tempo se n’è scrollato di dosso il fardello. Ma per un essere umano con il suo passato e la sua infanzia certe cose, per quanto dolorose, possono senza dubbio sembrare ridicole nella scala delle priorità nella vita. Lui è benedetto ad essere dov’è, e ne è completamente consapevole. Così come è consapevole del peso delle sue parole fuori dal campo. LeBron James è più di un atleta, come lui stesso si definisce, e nulla potrebbe essere più vero.

From dust to stars

E quando diciamo dalla polvere alle stelle, intendiamo davvero dalla polvere. Nato nei bassifondi di Akron, Ohio, il 30 dicembre del 1984, ha avuto un’infanzia difficile per via della mancanza di una figura paterna, visto che del padre non sappiamo veramente nulla tranne che frequentasse lo stesso college della madre Gloria. Già, perché la giovane rimase incinta a soli 17 anni dovendosi sobbarcare un peso non indifferente per una donna afroamericana, sola, e con un bambino a suo carico. Tutto ciò non ha di certo aiutato l’infanzia del piccolo LeBron. La signora Gloria svolse un ruolo fondamentale per il figlio, sia nel bene che nel male. Quando all’età di 9 anni frequentava la quarta elementare la madre si fece arrestare per alcuni piccoli crimini, finendo così per fargli saltare più della metà dei giorni scolastici per via della vergogna di trovarsi in quella situazione.

La matriarca Freda, nonna di LeBron, rappresentava il fulcro della famiglia nonché grande punto di riferimento per mamma Gloria. Sfortunatamente si spense nel Natale del 1987, così un LeBron di tre anni e la madre si ritrovarono a dover affrontare un pellegrinaggio lungo 8 anni tra divani, camere affittate e prestate da alcuni amici. Poi apparve Frank Walter, l’allenatore della squadra del quartiere di football, il quale propose alla signora James di prendere in affidamento il piccolo LeBron. Una volta ottenuto il consenso dalla madre il coach lo iniziò alla disciplina del football per poi essere indirizzato dal signor Walter verso il suo destino: il basket.

Si accendono i riflettori sul prescelto

LeBron James si iscrisse alla St.Vincnt-St.Mary High School e nel 1999 entrò nella squadra di basket della propria scuola. Indossando la 23 del suo mito porterà a vincere il titolo di Ohio State Division III per 2 volte consecutive, ottenendo anche 2 MVP e dominando letteralmente il campionato. Le voci su un fenomeno in ascesa si rincorsero e, pur essendo ancora semplici partite liceali, le esibizioni in cui giocava LeBron vennero presto seguite in media da 16000 spettatori. La St.Vincent-St.Mary High School si trovò costretta a chiedere di giocare le proprie partite nel palazzetto dell’Università più vicina.

L’attenzione mediatica nei confronti di James crebbe sempre di più, fino a quando l’illustrissima rivista Sports Illustrated gli dedicò la copertina con la scritta “The Choosen One“, il prescelto. Questo fu il primo soprannome di LeBron Raymone James, tant’è che si tatuerà anche la scritta “The Choosen One” sulla schiena. Ma oltre che per la squadra di basket, LeBron giocò anche per quella di football, nel ruolo di wide-receiver, sport in cui fu inserito nel miglior quintetto dello stato. Secondo il suo allenatore, se avesse continuato a giocare a football LeBron sarebbe arrivato senza problemi nella NFL. Il destino gioca però le sue carte e la carriera nel mondo del football finì quando si ruppe il polso.

Draft 2003: prima scelta assoluta

LeBron James provò a rendersi eleggibile già per il draft del 2002 andando quindi contro il sistema, ma nonostante ci fu anche una petizione per cambiare il regolamento la richiesta fu respinta dal commissioner David Stern. Tuttavia, LBJ riuscì a rendersi eleggibile al draft del 2003, uno dei migliori della storia NBA per qualità dei prospetti. Oltre a LeBron infatti, abbiamo anche Dwayne Wade, Carmelo Anthony, Chris Bosh, David West, Zaza Pachulia, Kyle Korver e Leandro Barbosa, tutti giocatori con una carriera importante nella NBA. La prima scelta assoluta fu ovviamente quella di LeBron James, il quale a 18 anni firmò un contratto con la squadra della sua città, i Cleveland Cavaliers.

Dopo le prime due stagioni deludenti per i suoi Cavs (roster da bassa classifica) riuscì a trascinarli nei Playoff del 2005-2006 salvo poi essere eliminati dai futuri vice campioni NBA Detroit Pistons perdendo la serie 4-3. L’anno successivo invece la musica iniziò a cambiare in quel di Cleveland, con una maggiore conoscenza dell’ambiente NBA da parte di LeBron, e per i Cavs i risultati ai Playoff furono decisamente molto positivi. Per la prima volta nella loro storia la franchigia dell’Ohio raggiunse le NBA Finals, in cui perse contro i nettamente favoriti San Antonio Spurs. In quella postseason, contro i Detroit Pistons, LeBron James disputò una gara 5 fantascientifica: segnò 29 degli ultimi 30 punti di squadra e gli ultimi 25, tra cui il canestro della vittoria a 2.2 secondi dalla fine dopo un doppio overtime. Questa partita verrà ricordata come una delle migliori prestazioni individuali nella storia della NBA.

The Decision and Back Home

Le stagioni successive LeBron continuò ad allungare la sua ombra di dominatore sempre di più nella lega, tuttavia ancora non poteva fregiarsi di nessun anello da indossare. La svolta arrivò nell’estate del 2010, in cui James annunciò il suo passaggio ai Miami Heat con la famosa quanto mai mediatica “The Decision”. Con l’amico fraterno Wade e l’alfiere Bosh andarono a formare un Big Three da annoverare tra i migliori di sempre. Con un roster simile le pressioni sul prescelto non fecero che aumentare, e dopo una sconfitta nelle Finals contro i Dallas Mavericks, l’ombra del grande perdente sembrava calarsi su di lui inesorabilmente. La storia ci dice poi che nei due anni successivi vinse per due volte consecutive il titolo NBA consacrandosi definitivamente come il miglior giocatore della lega, salvo poi nel 2014 perdere di nuovo in finale contro gli Spurs. A questo punto della carriera può contare già 5 finali giocate e 2 vinte. Mai lui stesso sente di aver lasciato la sua missione in Ohio, casa sua, incompiuta.

Così, nell’estate del 2014 tramite una lettera inviata a Sports Illustrated LeBron James rivela il suo ritorno a casa: torna ai Cleveland Cavaliers. Il tradimento che era stato percepito da tutto lo stato nel 2010, le canotte bruciate, lo slogan che passò da “The Witness” a “the Traitor”, tutto dimenticato al suono delle parole: i’m coming home; I’m back. Nel primo anno dopo il suo ritorno ai Cavs, LeBron, insieme a Irving e Love, conquistò il primo posto nella Eastern Conference, ma nel corso dei Playoff i Cleveland persero per infortunio i due secondi violini. Raggiunsero ugualmente le Finals ma vennero sconfitti dai Golden State Warriors di Steve Kerr per 4-2. L’anno successivo sembrò essere una sorta di déjà vù per i Cavs, visto che conquistarono di nuovo il primo posto ad est e arrivarono in finale di nuovo contro gli Warriors del record 73-9 in regular season. Svantaggio per James e compagni per 1-3 nella serie.

Nessuna squadra ha mai rimontato in finale una situazione di 1-3. E qui LeBron scalpella il suo nome nella storia. Riportata la parità sul 3-3 dopo due vittorie consecutive condite da prestazioni monstre e coadiuvato da Irving, si arriva alla decisiva gara 7 alla Oracle Arena. LeBron James effettuerà il gesto atletico del nuovo millennio in questo sport con una chasedown ai danni di Andrè Iguodala negli ultimi secondi della partita, scongiurando un canestro che avrebbe potuto chiudere definitivamente la serie. Cancellato completamente. I Cleveland Cavaliers sono campioni NBA per la prima volta nella loro storia; una squadra dell’Ohio torna al trionfo dopo 46 anni di attesa; per la prima volta una squadra ha vinto una Finale NBA dopo essere stata sotto nella serie per 3-1. Nel post-partita diventerà celebre il suo urlo “Cleveland, this is for you!”.

L’ ultima fatica di LeBron

Compiuta la sua missione in Ohio, e dopo aver tentato per altri due anni consecutivi di ripetersi contro gli Warriors a giugno, non riuscendoci, il 2 luglio 2018, accetta la free agency. Appena 24 ore dall’apertura del mercato, e dopo aver ascoltato le proposte di Cavaliers e Los Angeles Lakers, decide di lasciare la squadra dell’Ohio per accasarsi nella città degli angeli, firmando un contratto quadriennale di 154 milioni di dollari. LeBron si prepara ad ereditare la legacy che fu di Kobe, solo che non avrebbe mai potuto immaginare quanto pesante si sarebbe rivelata nel gennaio 2020, dopo la prematura scomparsa di Bryant in quel fatidico incidente. Poi è arrivato lo spettro del Covid-19, le ingiustizie raziali e il movimento Black Lives Matters.

Ancora questo peso, nuovamente sulle sue spalle di novello Atlante. Così, dopo non aver neppure raggiunto i Playoff la stagione precedente a causa di un suo infortunio costato 30 partite, torna a sedersi sul trono che gli spetta conquistando il quarto titolo in nove finali NBA. Oggi la discussione su chi sia il più grande di sempre è quanto mai attuale. Mai avremmo immaginato di poter cominciare questo discorso seriamente considerando l’impatto di Michael Jordan sul gioco e la cultura di massa. Eppure non ci scandalizziamo se viene posto l’interrogativo di questi tempi. E ciò potrebbe bastare a sottolineare la grandezza di questo atleta che solo ieri ha spento 36 candeline eppure sembra ancora nel pieno della forma psicofisica. Ma lui è LeBron James from Akron, Ohio, he’s not even supposed to be here. Fortunatamente per noi però c’è, e siamo profondamente grati di essere testimoni di tutto questo.

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