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Che il 2021 ci permetta di riaccettare il calcio

È arrivato finalmente un nuovo anno, il 2021. Aspettavamo con ansia che il calendario ce lo servisse, perché gli ultimi 365 giorni sono stati tra i più difficili della storia recente per l’intera umanità. C’è stato dolore, c’è stata sofferenza in ogni dove. La speranza è che voltando pagina tutto possa, non svanire, ma diventare lentamente ricordo. Che tutto sbiadisca nella luce del tempo che sarà. 

Un futuro in cui saremo disposti ancora a credere alle favole, dove i bambini che sono in noi potranno finalmente tornare a giocare o a guardarlo il gioco, ad accettarlo.

È stato un anno strano, paradossale anche per il calcio, quello appena trascorso. Un anno di polemiche e abusi, di egoismi e inadeguate prese di posizione. Un anno di realtà fittizie venute allo scoperto e realtà, parallelamente, estremamente crude e vere.

Abbiamo visto i campionati interrompersi per causa maggiore, riprendere ma senza la propria anima: i tifosi. Gli stadi precedentemente locum absolutum tolerantia si sono svuotati secondo i dettami della distanza sociale. Se ne avessimo avuto ancora il bisogno, ci ha pensato il 2020 a ricordarci che lo sport non è altro che lo specchio della società, cassa di risonanza, costola e non corpo.

Ha faticato il calcio perché da mondo estraneo al mondo reale, da universo parallelo sempre sostenuto da leggi fatte ad hoc si è dovuto piegare. Lo ha fatto a fatica e forse soltanto negli ultimi mesi, previa utilizzo della forza da parte delle istituzioni.

Sta di fatto che mai avevamo assistito all’enorme scarto tra i campionati e i governi, tra i campionati e la vita dei comuni mortali. Mai avevamo assistito a ciò, semplicemente perché non volevamo vedere. In Francia tutti sapevano della vita condotta a Versailles dal primo giorno. Passarono più di cento anni affinché non gli andasse più bene. Cambiarono le condizioni.

Il 2020 ha cambiato le nostre di condizioni, quelle di tutti. E, allora, quella che era per noi appassionati, e dunque eterni bambini, una dimensione da paese delle meraviglie si è “sfavolizzata”. Quando tutto va male fatichi a dare alle cose più peso, o magia, di quanto effettivamente ne abbiano. Quando tutto va male vuoi che tutti partecipino alla “resilienza” allo stesso modo, senza privilegi. Forse ti basta che nessuno bari, o almeno che smetta di farlo per procurarsi vantaggi. 

Vantaggi come, ad esempio, quelli economici. Perché gli Stati sovrani si “scannano” sui recovery fund. Milioni di famiglie vivono in cassa integrazione e ad altre sono rimaste gli espedienti o le mense della carità. E, tu, come puoi accettare l’economia di un mondo che ricorda quella dei subprime? Come lasci passare il credito concesso a società con debiti pari a 600 milioni e quello negato a chi non può più pagare il mutuo perché ha perso il lavoro?

E, allora, il calcio, soprattuto quello post-prima ondata, quello del periodo maggio-agosto per intenderci, ci ha scaldato poco, nonostante ci abbia provato. La Juventus poteva perdere lo scudetto e ci avrebbe sorpreso, non è stato così. Doveva, poteva, rubarglielo l’Atalanta, la vera sorpresa, che ci ha fatto credere ad un miracolo in fase di realizzazione in Champions. Ma in Europa alla fine hanno trionfato semplicemente i più forti: i bavaresi.

Un minimo riavvicinamento si è verificato alla “ripartenza” settembrina, perché noi tutti reduci da un’estate senza troppi timori, una stagione più facile, credevamo di poter finalmente ritornare alla normalità. Una normalità che ci permetteva e ci prometteva la forza di riaccettare il patto di finzione.

Eravamo sul punto di abbandonarci ancora alla sospensione dell’incredulità di coleridgiana memoria. Si palesava nuovamente in noi la volontà di sospendere le nostre facoltà critiche allo scopo di ignorare le incongruenze secondarie e godere della sollecitazione delle fantasie che solo il pallone sa donarci.

Eppure, quella rinnovata accettazione delle limitazioni di quell’universo è durata poco. Il tempo di ricascare nella dura realtà, di dover essere coerenti con i tempi. Coerenti con la seconda ondata, con l’Italia divisa a zone, con le restrizioni, con le terapie intensive, con i posti vacanti a tavola che diventavano sempre più col passare dei giorni, che mai avranno pesato come durante queste feste.

È cosi che un pezzo o un articolo, chiamiamolo come ci pare, che doveva essere un resoconto sui migliori calciatori del 2020, o su quelli che avrebbero potuto segnare il 2021, diventa altro. Diventa il resoconto di un anno che ci ha tolto tutto, anche la gioia di goderci la cosa più importante tra le cose meno importanti. Ci ha tolto la forza di essere leggeri, di tollerare, di lasciar cadere.

Diventa anche un pezzo per auguraci, per il nuovo anno, che a sorprenderci non sarà un giocatore o il calcio, ma la serenità, la serenità che ci permetterà di sorprenderci ancora, di accettare, di poter indirizzare i nostri sforzi a quei commedianti e personaggi, che talvolta paiono sovrannaturali e sono da noi romanzati.

Una serenità che ci restituisca la libertà di far rivivere nella nostra più intima natura un interesse umano e una parvenza di verità sufficiente a procurare per queste ombre dell’immaginazione quella volontaria sospensione del dubbio momentanea, che costituisce la fede poetica.

E che dia ai “regnanti” il coraggio di tenere a mente una certezza: di essere, in fin dei conti, terribilmente come gli altri e di averne bisogno.

Buon 2021,
da Carlo Iacono e Amonsport.it

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