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Di Francesco ha perso il tocco?

Il 3 agosto scorso Eusebio Di Francesco è diventato il nuovo allenatore del Cagliari.

Dopo varie esperienze su panchine di Serie A, l’ex allenatore di Sampdoria, Roma e, soprattuto Sassuolo (dove lo abbiamo visto raggiugnere il suo apice) è tornato a guidare una squadra del massimo campionato italiano, succedendo a Walter Zenga e illudendoci di poter tornare ad ammirare il suo calcio bisognoso di un contesto giusto.

Una vita passata tra campo e panchina

Eusebio (chiamato in questa maniera in onore del grande calciatore portoghese), centrocampista dai piedi buoni, inizia a calcare i campi in giovanissima età, infatti a 15 anni entra nel settore giovanile dell’Empoli, per poi esordire in Serie A con la stessa maglia a soli 18.

Dopo delle parentesi alla Lucchese in Serie B e al Piacenza in Serie A, per lui arriva il grande in una grande piazza: Roma, sponda giallorossa.
Nella capitale vince uno storico scudetto nel 2000-2001, conosce l’Europa e trova anche il modo di convincere Zoff a convocarlo in Nazionale. Dopo l’esperienza romana torna al Piacenza, poi all’Ancona, infine nel 2004 si trasferisce al Perugia, dove chiude la carriera nel 2005.

Nel 2008 comincia la sua seconda vita, in panchina. Parte dal Virtus Lanciano, nel 2010 diventa l’allenatore del Pescara e nella stessa stagione ottiene la promozione in Serie A dando spettacolo. Nel giugno del 2011 passa a Lecce, ma è un’esperienza infelice, viene esonerato dopo 8 punti, con 9 sconfitte in 13 partite.

Un anno dopo nel 2012 passa al Sassuolo, e scrive una delle pagine di storia più importanti per la sua carriera da allenatore e per il club neroverde. Trascina il club emiliano dalla B alla A, e avvia un percorso di crescita (personale, individuale e collettiva) valorizzando giovani calciatori all’interno di un sistema di gioco perfetto,
Il Sassuolo conquista l’Europa League, e nonostante il suo addio nel 2017, tutto oggi è cosa nota che i risultati convincenti degli emiliani nelle ultime stagioni vivono ancora delle basi poste dal tecnico abruzzese. 

Il lavoro in Emilia gli vale anche la grande piazza da allenatore, sempre la stessa: Roma, sempre dai stessi colori. Di Francesco comincia a vivere le prime difficoltà vere e proprie della sua carriera. Fatica ad ambientarsi e non riesce a livello di gioco a ripetere quanto fatto nella stagioni precedenti. Certo, nonostante non riesca mai a convincere sino in fondo, resta negli annali l’epopea giallorossa in Champions. È ancora negli occhi di tutti la clamorosa rimonta della Roma ai danni del Barcellona (stagione 2017/2018), che vale la conquista delle semifinali della maggiore competizione europea, contro e oltre ogni pronostico.

Nel giugno 2019 diviene l’allenatore della Sampdoria, ma anche lì non va come ci si aspetta. I tempi di Sassuolo sono lontani ed ottobre lascia Genoa, si ferma per un po’ aspettando il momento giusto per ripartire. Dove? In terra sarda.

Perché Giulini l’ha scelto?

Arrivato a Cagliari, media e addetti ai lavori, si aspettano, date le giuste condizioni, che il tecnico ritorni a fare ciò che ha dimostrato saper fare, ovvero portare le sue squadre ad esprimere un alto livello di gioco. E quanto chiede Giulini, da troppi anni i sardi, nonostante ottimi innesti, vivono di un calcio che ricalca principalmente l’aspetto difensivo a discapito di un modo di fare europeo, più in linea con i tempi e le ambizioni della società 

È una vera e propria rivoluzione di idee e gioco. Il primo ostacolo è il modulo, mancano esterni, nonostante gli arrivi di Sottil e Ounas, e la batteria di centrali di centrocampo non ha abbastanza mezzali. L’abruzzese vira sul 4-2-3-1, usato anche a Roma, con capitan Joao Pedro trequartista ed imprenscindibile.

La classifica attuale fa paura

Nel pre-campioanto i segnali sono positivi, ma i buoni propositi vanno a scemare andando avanti di giornata in giornata di campionato.

C’è un dato agghiacciante per i “casteddu” che ci aiuta ad inquadrare la situazione attuale: non vincono da 10 partite, l’ultima vittoria risale al 7 novembre 2020, quando i rossoblu si imposero alla “Sardegna Arena” per 2-0 sulla Sampdoria, dopo 4 pareggi e 6 sconfitte.
La classifica non fa dormire sogni tranquilli, infatti i sardi sono al quintultimo posto a 14 punti, ed in 17 partite giocate sono solo 3 le vittorie arrivate, 5 pareggi e 9 sconfitte con 23 gol fatti e 34 go subiti (3° peggior difesa del campionato), a meno 2 punti dalla zona retrocessione,

Quali sono i problemi al Cagliari?

Ma cosa c’è che non va? Perché Di Francesco sembra perdersi sempre sul più bello? Perché non riesce a restituirci quanto mostratoci a Sassuolo.

Il primo problema è sempre il solito che ci attanaglia da quasi un’anno, ovvero il Covid 19. Anche se la pandemia ha colpito, bene o male, alla spicciolata tutte le squadre, cè da dire che l’inizio della avventura cagliaritana non è stato dei migliori, con la preparazione pre-campionato pesantemente influenzata dal virus, tant’è che le prime settimane di lavoro si sono svolte a piccoli gruppi. Potrebbe sembrare una giustifica bella e buona, ma per un allenatore come il tecnico abruzzese portato ad “insegnare” alla sua squadra e per una squadra che doveva passare da una mentalità difensiva ad una offensiva ciò potrebbe aver influito e non poco. Se togliamo la fase di preparazione i giorni di allenamento vero e proprio sono davvero pochi, data la quantità di partite giocate da settembre in poi.

Parlavamo prima poi del sistema di gioco da rivoluzionare. Il Cagliari da un 4-3-1-2 è dovuto passare al 4-2-3-1, è cambiata la tattica e i movimenti di gioco: difesa molto alta, palleggio dal basso e costruzioni strette e veloci, tutto ciò che i calciatori rossoblù non avevano mai sperimentato, e hanno dovuto imparare in maniera frettolosa e poco accurata, senza avere mail il tempo di assimilare.

Ci sono stati poi gli infortuni e le perdite durante il campionato. L’ex Napoli Marko Rog si è rotto il crociato e la sua stagione è finita. Ad inizio stagione si è dovuto fare i conti con la perdita anche di Godin, difensore di grande esperienza internazionale capace di dare equilibrio e sicurezza alla retroguardia rossoblu. A ciò vanno aggiunti i calciatori che in rosa che non fanno al caso di Di Francesco, e che il tecnico sta cercando di utilizzare ugualmente per sopperire ad eventuali mancanze.

Quindi Di Francesco ha perso il tocco? Forse no, ha bisogno del suo tempo. Tempo che il Covid non ha concesso, così come fa il calcio.

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