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Nicolò Barella è tutto ciò che serve per vincere

Questa domenica abbiamo assistito ad una sconfitta della Juve a San Siro. Una delle tante, verrebbe da dire, visti i numeri dei bianconeri in questa stagione. Basti pensare che era dal 2010/11 che non collezionavano meno di 10 vittorie nelle prime 17 giornate di campionato (8 in quel caso).
Eppure c’è stato qualcosa di diverso in quest’ultima: la percezione della distanza. Una distanza che intercorre sia tra la Juve immaginata da Pirlo e quella effettivamente reale, sia tra i bianconeri e quella che è, probabilmente, la migliore squadra del campionato: l’Inter.

Il passaggio di consegne

I tifosi bianconeri avranno già la pelle d’oca, perché da nove anni a questa parte i migliori sono sempre stati loro, e a guardare l’organico ad inizio stagione (ma anche oggi) sembravano esserci tutte le condizioni affinché il predominio durasse ancora a lungo.
Una gelida serata di inverno, in uno spettrale Meazza, senza tifosi, ci ha detto che non è più così. Ci ha detto che lo scettro è passato di mano e ad ereditarlo sono quelli che hanno assimilato tutte le migliori caratteristiche degli acerrimi rivali. Non è un caso che l’allenatore degli altri è proprio lo stesso che ha dato via all’epopea della Vecchia Signora.

La distanza

Ma di cos’è fatta quella distanza a cui accenniamo? È fatta di fame, intensità, determinazione, cattiveria agonistica, sacrificio, velocità di pensiero e di gambe, atletismo forsennato, tecnica semplice, tatticismo puro, pochi fronzoli, nessun riferimento estetico predominante. Viene in mente la Juve di Conte, successivamente quella di Allegri, non più, in gran parte, quella di Sarri, decisamente no la creatura di Pirlo. A pensarci bene, viene difficile, almeno al momento, anche affibbiare queste connotazioni ad un particolare giocatore bianconero.

Il campione

L’Inter, invece, possiamo inquadrarla perfettamente attraverso i concetti di cui sopra. Così come tra questi concetti si plasma la figura dell’individualità che meglio di tutte concretizza questa palpabile distanza di cui stiamo parlando.
Un ragazzo che oggi rappresenta, meglio di ogni altro, l’Inter: Nicolò Barella, semplicemente devastante.
Il ragazzo sardo che senza dubbio è il centrocampista italiano più forte in circolazione, il fulcro, il motore dei nerazzurri e degli azzurri. Uno che non è solo energia, ma anche potere creativo.
Nicolò Barella è il collante, è l’uomo che che collega la fase difensiva a quella offensiva, che fa diventare undici uomini un solo corpo: un campione.

Il moto di Nicolò

Dicevamo identità, un identità che Conte ha faticato a costruire perché i nerazzurri non l’avevano da tempo, o l’avevano persa negli anni di transizione. Un’identità, oggi, rappresentata sicuramente dal moto di Nicolò, da quel suo modo incessante di correre nel campo, di inseguire gli avversari e le azioni, di essere sempre nel vivo, di essere sempre connesso e pronto per la successiva fase di gioco, con intensità e accuratezza.

Pensare che in molti quando l’Inter lo acquistò portarono le mani ai capelli. Quel talentino sardo era un potenziale crack, ma aveva disputato solo 3 stagioni in A, di cui l’ultima sotto rendimento, e gli Zhang sborsavano per lui 49 milioni. Forse troppi? Forse troppi non avevano compreso gli orizzonti di Barella, capace di attraversare un passaggio delicato (quello del salto in una big) senza sbavature, senza mai sottomettersi al cambio di scenario, anzi brillando nell’essere protagonista di una nuova scena, di una luce che lo faceva splendere come faro in una provinciale e poi ancora anche come ingranaggio in una meccanismo da grande squadra.

Un mix perfetto

Un meccanismo nel quale è diventato una certezza, nel quale è addirittura, come era lecito aspettarsi, cresciuto, accostando a quelle qualità naturali di interdizione un rinnovato bagaglio tecnico che gli permette di essere ancor più un hombre verticale, diretto, che si esalta all’esaltarsi dell’entropia. Non a caso parlando delle sue progressioni il suo Ct dell’Under 18, Francesco Rocca, lo paragonava ad “una bottiglia di champagne appena stappata”.

Ecco, cos’è Nicolò: un mix perfetto di esplosività ed equilibrio, quasi un fenomeno fisico e chimico. A Cagliari ne constatavamo principalmente le doti di interdizione, senza riuscire a cogliere la qualità, oscurata dalla maestosa quantità. Conte ha scavato in lui, riuscendo a preservarne l’istintività, lo ha pulito, “sgrezzato”, lo ha reso più ricco, ne ha agevolato lo sviluppo, rendendolo praticamente perfetto e completo, dinamico.

E lui è salito in cattedra, ha imparato ad attaccare gli spazi non solo in avanti ma anche di lato, ha capito di poter supportare anche la manovra, di essere l’elemento chiave del pressing in ogni fase della partita, di poter creare occasioni e di avere le abilità per rifinire, trasmettere il pallone, di poter curare il primo controllo anche con maggiore grazia (come avvenuto in occasione del gol contro la Juve).

Semplicemente speciale

Ci si chiedeva, quando venne acquistato dall’Inter, se Barella fosse più vicino a Kanté o a Vidal, tra i centrocampisti allenati da Conte. Oggi possiamo dire che forse rappresenta la giusta alchimia tra i due: il centrocampista che recupera palla, che equilibra una squadra offensiva, ma anche il tuttocampista, che non disdegna il gol e la creazione del gioco. In fondo, Nicolò sente il gioco in maniera diversa dagli altri e in maniera diversa lo interpreta. Questo “sentimento” è ciò che lo rende differente, ciò che distanzia un giocatore normale da un giocatore semplicemente devastante, speciale.

P.S. Un mio amico in una chat privata mi ha scritto “se la Nazionale vincerà qualcosa in questi anni lo dovrà a Barella”. Sono d’accordo con lui e, aggiungo, questo vale anche per l’Inter e lo stiamo già vivendo.

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