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Il nuovo Atletico di Simeone, è il più bello di sempre?

Ormai è consuetudine, ma è sempre bene evidenziarlo: la pandemia ha stravolto il calcio.
Ce ne stiamo accorgendo ora, ma ce ne accorgeremo anche poi, perché i risultati si vedranno anche nel medio-lungo termine. Un calcio destinato a cambiare, e il virus è stato soltanto il fattore accelerativo di questo moto scontato.

Adesso, riscontriamo quanto il fattore casa e fuori casa conti poco o non conti proprio. Vediamo anche come lo stadio privo di passione, penalizzi chi è abituato alle grandi occasioni e favorisca chi ha l’ansia da prestazione. Osserviamo anche quanto, la fastidiosissima proteina Spike, abbia distrutto i portafogli dei grandi colossi, come quello del Barcellona ad esempio.

E, trasferendoci in Liga, oltre a prendere nota di quanto il Barcellona di Leo Messi sembra prendere a testate il muro, nemmeno il Real di Zidane sembra passarsela bene (risultati parlando). Quello che sembra essere esploso, invece, è l’Atletico del Cholo.

Un campionato a singhiozzo

La Liga, da quest’anno, non è mai stata compatta.
Per il semplice motivo che non hanno tagliato il via tutte insieme. Già alla prima giornata, durante l’appello, sono risultati assenti il Barcellona, il Real Madrid, l’Atletico, il Siviglia, l’Elche e Getafe.
Di nuovo la seconda giornata, anche se Real e Getafe alzarono la mano per confermare la presenza.

Per poi ripetersi successivamente.
Ad un certo punto l’Atletico Madrid si è trovato con tre giornate in meno. La squadra del Cholo Simeone ne deve recuperare due insieme all’Elche; poi Barça, Real Madrid, Siviglia, Levante, Athletic Bilbao e Getafe ancora una.

Insomma, un vero e proprio campionato a singhiozzo, culminato con la “tempesta di Spagna”, la più intensa degli ultimi 50 anni. Un torneo fatto di asterischi, ma che vede le prime tre posizioni fatte di un ampio bagaglio di nettezza: Real 40, Barcellona 40, Atletico a 50.

Comandante Cholo

Perché Simeone è un vero e proprio comandante.
Un timoniere, un rivoluzionario alla guida di una banda di soñadores. Una squadra che diventa popolo al momento di scendere in campo. Un tifo che diventa famiglia allargata quando bisogna abitare lo stadio. Lo stadio, ma anche le strade, perché il 18 maggio del 2014, a Madrid sembrava esserci la rivoluzione.

Quel colpo di testa, al 49’, con 96379 persone al Camp Nou decretò la revolución, il ribaltamento della consuetudine, la soppressione di uno status quo. Perché da calcio d’angolo, l’altro generale argentino, Godín, saltò più in alto di tutti, colpendo quel pallone con una forza micidiale, tale da far diventare razionale, quello che fino a qualche minuto prima era irrazionale.

L’altro, in panchina, el primer jefe di una squadra fatta di umani, che andavano a sfidare gli intoccabili, gli alieni, i dei dell’olimpo spagnolo, rovesciando una dittatura.

La cultura cholista

Simeone è il punto d’arrivo per chi crede nell’impossibile. Anzi, impossibile, non appartiene al vocabolario del Cholo. Non lo si trova nelle note, nei rimandi, nei riferimenti, da nessuna parte.

[…] que si se cree y se trabaja, se puede […]

Questa è la cultura cholista. Se ci si crede e si lavora, si può. Tutto è possibile. E lo ha dimostrato.
Eliminando l’immortalità al Real Madrid e al Barcellona; penetrando all’interno di una cultura che, con le sue gesta, con le sue sfuriate, con la sua energia ed esuberanza, l’ha fatta diventare una multicultura, intrisa di eroismo; sconfiggendo una banalità, che era sinonimo delle due onnipotenze del campionato.

È diventato mito con i valori del mortale. Ha raggiunto l’Olimpo con l’identità del suo popolo, perché mai niente lo conformerà:

Está claro que a mí no me conforma nada. Nada me conforma.

Gasolina allo stato puro.

Simeone ha incarnato il Volksgeist

Crede in se stesso e nei suoi ideali.
Quelli che lo hanno forgiato e quelli che hanno plasmato i suoi giocatori.
Simeone si nutre di adrenalina. Basta vederlo in panchina, sbraitare come un ossesso, sempre alla ricerca della scintilla adeguata a far diventare fiamma un incendio.

È elegante misto all’arroganza con la quale ha sfidato le élite, sgomitando e capovolgendo un sistema organizzato. Ha rivoluzionato senza distruggere, ma solo per mero scopo di vincere.

Perché questa è adrenalina.
Sfidando ciò che nessuno sfiderebbe. Rischiando. Elettrizzando un evento. È quello che lo ha sempre contraddistinto, che non lo ha reso conforme a nessuno. Ha eluso ogni tipo di scorciatoia, ha scelto sempre il sentiero impervio, ha preferito la strada abbandonata, rendendola un luogo di culto.

Un guerriero, che ha incarnato lo spirito del popolo, quello che Hegel chiama Volksgeist e che noi riconosciamo come cholismo.

Se farai bene, non tornerai

La vita può cambiare da un giorno all’altro. Senza che tu te ne accorga. Basta un evento, un secondo nei 1440 minuti che compongono la giornata. È un attimo, ma che può durare in eterno.

Per Simeone è bastata una chiamata, inaspettata sì, ma è bastata quella per scrivere un nuovo capitolo di vita. Stava in Argentina, precisamente a Mar del Plata, in provincia di Buenos Aires e capoluogo del partido di General Pueyrredón. Viene chiamata anche La ciudad feliz, la città felice, e forse, anche questo è un segno del destino.

Era a colazione con Giuliano, il terzo dei suoi quattro figli.
Papà Diego lo guarda e gli dice che è arrivata la chiamata dell’Atletico Madrid, ma non sapeva cosa rispondere. Il piccolo Giuliano, gli fa: <<Allenerai Falcao? Giocherai contro Messi e contro Ronaldo?>>.
<<Probabilmente sì>>, la risposta di Diego. E mentre il figlio intingeva il croissant nel latte, disse:

Papà, se farai bene, non tornerai.

Il racconto ad un’intervista. Il resto è storia.

La rivoluzione dell’Atletico di Simeone

Il 23 dicembre scorso, Simeone ha soffiato le candeline per i nove anni di governo al suo Atletico Madrid.
Perché quella chiamata l’ha fatta diventare rivoluzione, ancora inconscio di quello che stava per sovvertire, ma sicuramente consapevole di quello che avrebbe voluto portare.

Una squadra che annaspava al tredicesimo posto e che ha riportato a galla, facendole vincere 306 partite su 505. Non solo, perché in bacheca ha collezionato sette titoli, tra cui una Copa del Rey, una Liga, una Supercoppa di Spagna, due EL e due Supercoppe europee. Per continuare con una qualificazione agli ottavi di Champions arrivata a quota sette, e l’amarezza per aver raggiunto due volte la finale, ma senza averla mai alzata.

E poi, la firma degna di nota, quella che non può passare inosservata: perché Simeone è stato l’unico ad essersi inserito come “terzo” al duopolio targato Barça-Real.
Una rivoluzione iniziata e mai terminata.

L’Atletico oggi

Ci ha sempre abituato ad entusiasmi ma anche a qualche perplessità. Tant’è che in Spagna si sono sempre divisi, tra coloro che ne sostengono la causa, e coloro che lo hanno visto come un patto con il diavolo esauritosi da diverso tempo. E quindi, Simeone, ha portato la fine di un ciclo ad un altro innovativo, all’avanguardia.

Oggi l’Atletico è più spregiudicato, complici le cessioni e i nuovi arrivati. È un movimento dinamico, ma soprattutto pragmatico, che mira ad ottenere il massimo dai sui jugadores.

Ha rinnovato la posizione in campo, abbandonando l’imposizione del 4-4-2 e attaccando e difendendo con una maggiore incisione. Una difesa a tre che diventa a cinque nella fase di non possesso; un centrocampo a tre, che diventa a quattro nella fase di transizione, con Koke che raccoglie il pallone da vertice basso; due mezzali e un trequartista; e la punta alla vecchia maniera, Luis Suárez.

Carrasco è l’uomo in più

Carrasco conosceva l’ambiente. Aveva gli ideali del Cholo impressi sul corazón, ingabbiati nella tradizione del Volksgeist. Un giocatore lucente, esploso ma poi imploso forse per l’eccessiva pressione. Adesso è tornato e Simeone gli ha chiesto se avesse gasolina, benzina da vendere, perché sarebbe stato l’uomo in più.

Carrasco è un giocatore letteralmente rinnovato, con un restyling mostruoso e che riesce a creare un cocktail di corsa, dinamicità e tecnica in fase di verticalizzazione. Una difesa che diventa a cinque in fase di non possesso e, a completare il quintetto, è proprio il belga.

Rimane basso molto spesso, per cercare o di allargare il pallone al difensore che lo affianca o per ringhiare intorno all’avversario. Già questa posizione, fa cadere il dittatoriale 4-4-2 di Simeone. Con un soldato in più in difesa, l’Atletico regge bene (10 gol subiti in 19 partite) e, in fase di transizione, resta largo, tanto da favorire cambi di gioco e una maggiore ampiezza alla squadra.

L’altro rivoluzionario è Mario Hermoso

Perché se Carrasco è l’uomo in più, un altro a guidare la nuova rivoluzione cholista non può essere che Mario Hermoso. Mettendosi alle spalle il canonico 4-4-2, Simeone, ha dato vitalità allo spagnolo, il quale si sentiva un po’ ingabbiato lo scorso anno.

Prelevato dall’Espanyol, nella scorsa stagione, non riusciva a trovare una propria dimensione, né da difensore centrale e né da terzino sinistro, faticando non poco, gli schemi di Simeone. Con la difesa a tre, Hermoso, diventa il “braccetto” della retroguardia, facilitando il passaggio a Carrasco in fase di impostazione.

Inoltre, con il pallone tra i piedi, riesce ad avere più libertà di iniziativa, imbastendo l’azione e attraversando la parte destra – partendo da sinistra – del campo.
Finalizzatore anche, visto che il gol pesante contro il Salisburgo è valso il passaggio (per la settima volta) del Cholo agli ottavi di Champions.

Koke, il cervello dell’Atletico

Koke possiede una doppia maturità: la prima, quella dei suoi 29 anni. Una carta d’identità che lo ha reso sicuro delle sue qualità e delle sue caratteristiche; la seconda, nel gioco di Simeone.

Questo perché, nel nuovo sistema di gioco elaborato, Koke si comporta da vertice basso di centrocampo. Quindi, ripiega e raccoglie il pallone. Qualsiasi dubbio tattico, qualsiasi timore o inquietudine nel far partite l’azione, la palla viene servita a lui.

Molto dinamico e preciso nei passaggi: una media totale che porta la sua percentuale quasi al 90%, dividendosi tra 90.7% in Liga e 88.6% in Champions. Ha il compito di pulire ogni pallone sporco e lo fa con tutta la semplicità del mondo, servendosi dell’ausilio dei compagni (appoggiandosi) o liberandosi del pressing avversario.

Pressing che lo vede anche come protagonista, data la sua copertura nella porzione centrale di campo o, semplicemente, accompagnando il “nemico” verso la linea laterale.

Le due “L” che fanno da mezzali: Lemar e Llorente

Un centrocampo a quattro che si ramifica in: Koke vertice basso, le due mezzali Lemar e Llorente e, infine, João Félix da trequartista che vedremo a breve.

Solitamente, Lemar a destra e Llorente a sinistra. Il primo ha trovato il suo habitat naturale. La sua peculiarità è quella di districarsi negli spazi più stretti e trovare terreno fertile tra le linee. Il secondo, invece, è più abile nei movimenti e negli inserimenti: apre spazi, ma sa anche avanzare e agire da seconda punta.

Quello in cui vengono chiamati in causa le due mezzali, sono nei movimenti verso la porta. Popolano perlopiù la metà campo offensiva, sfruttando la loro velocità, sia tra le linee che in profondità. Nella fase di ripiego hanno poco coinvolgimento, visto che il lavoro è demandato principalmente ad altri.

Llorente è nato due volte

Blanco nelle vene visto il suo albero genealogico. Papà Paco, pronipote di Francisco Gento, insomma, non puoi che aspettarti un destino simile. Ma con Zidane non sboccia mai quel feeling particolare. Quindi, per obbligo e non per scelta, se ne va, accantonando un sogno ma realizzandone un altro.

Perché Llorente trova rifugio a casa Simeone, dove nel suo 4-4-2 gli trova una collocazione da interno di centrocampo, una posizione già ricoperta all’Alavés, che gli era valso l’appellativo di miglior “ruba palloni”.
Ma nemmeno qui le cose andavano per il verso giusto. Allora l’allenatore lo studia in una veste nuova, più offensiva.

Simeone lo plasma, ne forgia un giocatore completamente nuovo, dove oggi lo vediamo agire da seconda punta, da incursore di centro-destra, tanto da portare il suo bottino a 6 gol e 5 assist.
Llorente è nato due volte: una a Madrid e la seconda pure.

Le lune di Félix e l’ausilio di Correa

La creatività appartiene al talento. E João possiede tutte le carte per diventarlo. Ma deve compiere ancora la fase di maturazione. Ha 21 anni, è giovane e ha ancora le sue lune. Perché quando la sua luna è piena, straripa di invenzione, e scopre giocate che pochi riescono a pensare, figuriamoci a realizzare. Quando è in fase nuova, allora è meglio sostituirlo.

Ci pensa Correa, fulmineo nei movimenti e cerca la giocata con l’aiuto dei compagni. La sua rapidità lo aiuta sia in fase offensiva, dove si autonomizza dall’avversario, o in fase di ripiego, dove dà una mano ai centrocampisti.

Concludendo il discorso su Félix, abbiamo un giocatore che pensa mentre ha la palla. Preferisce la riflessione all’impulsività, utile per sorprendere l’avversario. Che sia un’accelerata o un passaggio – magari filtrante per Suárez – ha il football nelle vene.

Luis Suárez, il pistolero dei colchoneros

I dubbi erano tanti, forse troppi. L’addio ai blaugrana; la vicenda extracalcistica ma pur sempre calcistica per vederlo con la maglia bianconera; e infine i colchoneros. Tutti si chiedevano come un giocatore in “declino” potesse reggere le attese di Simeone. Una squadra che va 1000 all’ora e che si astiene dalla parola riposo.

Il caso Suárez è curioso, perché parliamo pur sempre di uno degli attaccanti più forti del decennio, protagonista di gol impossibili. Eppure, con Simeone, rende a meraviglia: 16 partite in Liga, 14 gol e 2 assist. Alla faccia del giocatore in declino.

La cosa sorprendente è vedere come sia il giocatore di movimento che tocca meno palloni.
Infatti, la squadra non si appoggia mai su di lui. E nemmeno lui ripiega in difesa. Tiene a bada i centrali di difesa e rende la sua squadra più lunga per i movimenti in profondità.
Insomma, 34 anni e non sentirli.

Il nuovo Atletico di Simeone, è il più bello di sempre?

Parliamo di una squadra rinnovata e per certi versi ribaltata. Un processo innescato da alcuni giocatori, resi totalmente nuovi e innegabilmente diversi. Ha dato nuova vita a chi pensava di averla perduta e ha restituito il fardello della giovinezza – almeno apparentemente – a Suárez.

Un nuovo look, un nuovo taglio al suo equipo. Da un 4-4-2 ad un 3-4-2-1. Una squadra cinica, più sicura di sé, e dannatamente pragmatica. La rivoluzione cholista si è ripresentata di nuovo, magari con uno spirito conservativo leggermente evaporato, per lasciar spazio alla lungimiranza e al progresso.

Simeone può sognare in grande quest’anno, con una media in prospettiva che non viaggia intorno ai 90 – punteggio che lo portò al titolo nel 2014 – ma a quella dei 100.
Il nuovo Atletico di Simeone non è solo il più bello, ma anche il più maturo. Il più maturo di sempre.

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