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Siamo il campionato più bello del mondo?

Dare un giudizio sull’estetica di un campionato è qualcosa che richiede un ragionamento approfondito. Un’analisi accurata, scandita, in modo da scavare su tutte le variabili – positive o negative – che lo caratterizzano. Un percorso che, di solito, non si intraprende, e si scivola nella più mera superficialità, decretando “il migliore” attraverso un’interpretazione che sfiora i caratteri della soggettività.

Non è sbagliato rimanere ancorati ad un criterio soggettivo, ma sicuramente si andrebbero a dimenticare tutta una serie di connotazioni che sarebbe meglio implementare e affrontare.

E, per quel che riguarda il nostro campionato, molto spesso, ci affidiamo a parametri umorali, definiti soltanto dal rumore della folla che riecheggia sui social media, senza magari sapere che, ad oggi, siamo il campionato più bello del mondo. Almeno, secondo l’IFFHS.

Effetto Ronaldo

Indubbiamente, da quando CR7 ha firmato per la Juventus, il livello di appetibilità del nostro campionato è salito. Parallelamente anche il fatturato di vendita delle magliette della Vecchia Signora, insieme alla vendita dei biglietti. Una reazione chimica naturale e conseguenziale di un giocatore che non ha bisogno di spiegazioni.

Ma mentre la Juventus beneficiava di tutto questo, l’assorbimento proseguiva anche attraverso le propaggini della Lega, che ha visto un boom di ascolti nel primo semestre del suo trasferimento, inaudito, tanto da parlare di effetto Ronaldo.
Anche perché, quando parliamo di CR7, non parliamo solo di un professionista, ma anche di un’impresa. Basta leggeri i numeri.

Arrivano i campioni

Perché se Ronaldo porta incassi stellari, figuriamoci se ne arrivassero altri.
Di fatti, poi, è stato così.
In poco tempo, il campionato, si è riempito di campioni. Chi in età matura e chi sulla via della pensione, ma comunque hanno abitato – e stanno abitando – la Serie A.

Perché vediamo de Ligt, con un investimento pauroso sempre di casa Juve, ma pur sempre di un ottimo tornaconto (economico e di brand); Ribery nella Viola; Lukaku dal Manchester United; Godín all’Inter anche se poi si è trasferito al Cagliari; Mkhitaryan, con un bagaglio di esperienze europee (BVB, Manchester United e Arsenal). Per poi continuare con il ritorno di Zlatan; l’arrivo di Pedro e dei suoi successi internazionali; Eriksen forse con una nuova identità.

Insomma, di campioni ne sono arrivati e ne arriveranno.
Questo testimonia l’importanza di un campionato che, con gli anni, è cresciuto sempre di più, internazionalizzandosi sempre di più.

Allenatori giovani e i loro laboratori tattici

La Serie A è diventata innovativa anche da questo punto di vista.
È riuscita a coniugare queste due variabili – allenatori e tattiche – all’interno di un medesimo grafico e rendere l’una direttamente proporzionale dell’altra.

Gli allenatori, cercando di esportare sempre di più la loro linea teoretica sul campo, attraverso i loro giocatori, stanno raccontando la creatività. Tatticismi, schemi e ideologie, che farebbero rabbrividire il buon Massimiliano Allegri, ma che si palesa, ormai, nella maggior parte delle squadre.

Squadre che non vedono soltanto il nome delle big, ma anche delle più piccole, delle outsider. Basti osservare chi lotta per la salvezza e il loro uso fanatico della tattica, che mette in difficoltà anche gli imperi egemonici della classifica di sinistra. Scendono in campo spudoratamente, senza timore, e fanno divertire.

Allenatori giovani che, con i loro laboratori tattici, si distinguono dal monoteismo estero, rendendo il nostro campionato sempre più imprevedibile.

Un’esterofilia tricolore

Nell’ultimo decennio hanno fatto marcia indietro gli imprenditori italiani, mentre hanno messo la quinta quelli che vengono da fuori, quasi tutti con il passaporto: Joey Saputo del Bologna; Rocco Commisso della Fiorentina, statunitense ma con origini italiane; Steven Zhang dell’Inter; Kyle Krause del Parma; Dan Friedkin alla Roma, dopo l’esperienza sempre a stelle e strisce targata Di Benedetto e Pallotta; e infine, fresco di firma, Robert Platek, neo finanziere americano e neo presidente spezzino.

Insomma, in questi ultimi due lustri, c’è stata un’esterofilia nei confronti del nostro campionato ben consolidata. Una maggioranza quasi totale che vede il volto statunitense, ma che comunque tende a sottolineare l’interesse d’oltreoceano per le nostre squadre.

Un’imprenditoria italiana sempre meno accentuata, in via di regressione, ma che denota un campionato sempre più multietnico e sempre più alla ricerca di un’offerta estera in grado di espandere i connotati tricolori della nostra Serie A.

Alla riscoperta dei giovani

Ciò che stiamo riscoprendo nel nostro campionato, specie nell’ultimo periodo legato al Covid, è l’importanza dei giovani. Non è un modello strausato dai colossi imperialisti, dato che il loro pattern è vincere nell’immediato; ma, ultimamente, squadre come la Juventus, ma anche lo stesso Milan, stanno sperimentando le risorse del proprio vivaio.

Entrambe, specie la Juventus di Pirlo, ricreate con l’obiettivo di una costruzione orientata nel futuro. Lungimirante e in un’ottica investitrice. La stessa che poi ha portato Agnelli nell’affidarsi ad Andrea Pirlo.
Un modello differente da quello perpetuato dagli altri campionati europei, dove il quadro insiemistico è assodato su un’idea pragmatica, di iniezione liquida e targata sul presente.

Un ibrido culturale tra giovani di casa propria e giovani importati fuori dai confini nazionali che sta dando forza ad un’entità nascente con lo scopo di rappresentare non solo il futuro del proprio campionato, ma anche quello del calcio internazionale.

La fine di un monopolio

Già dall’anno scorso qualcosa sembrava essere cambiato.
Un campionato a due, poi divenuto a tre con la Lazio, fino ad un inserimento progressivo della squadra di Gasperini che si è fermata elegantemente al terzo posto.

Da quest’anno, la Serie A, è divenuta ancora più elettrica sul lato concorrenziale. Classifica più corta, che vede il Milan al comando dopo un decennio, con l’Inter che insegue ciò che non è riuscita a raggiungere la scorsa stagione e la Juventus alla ricerca del decimo. Senza dimenticare la lotta alla corsa Champions, che, a mio modo di vedere, è ancora più avvincente della stessa corsa al titolo.

Un inseguimento meraviglioso, che ha ridato appeal al nostro campionato, scalzando di netto la noiosità che portava la consuetudine chiamata Juventus.
Senza dimenticare la lotta per la salvezza, che sta regalando degli avvenimenti inaspettati.

Un campionato avvincente e innovativo, che sta mettendo al secondo, terzo e quarto posto gli altri più importanti d’Europa.

Il nodo stadi

E qui arriviamo ad uno dei primi crucci del nostro campionato.
Il nodo stadi è difficile da sciogliere. Lo è da anni e lo sarà per altri, tanto da far storcere il naso a diversi Presidenti (vedi Pallotta prima, ma anche le sfuriate di Commisso).

La Juventus è la squadra che ha sdoganato questo mito, e che ha portato importanti guadagni sul gioiellino da 40 mila spettatori. Poi ci hanno pensato anche Udinese e SPAL nell’aggiornare il proprio impianto. O come anche il rinnovo del Mapei Stadium, una struttura diventata molto importante anche da un punto di vista internazionale.

Ma non basta. Siamo lontani anni luce dai campi inglesi, dove lo stadio di proprietà è all’ordine del giorno e che, soprattutto, fornisce un fatturato non irrilevante.

Qual è il problema?

Spesso l’ostacolo prende corpo con il nome della burocrazia, e di certo l’Italia non ha la nomea della tempestività. Ma non è l’unica problematica che rende impervio tale percorso.

A questa, si aggiunge anche l’immobilismo ideologico dei Consiglieri Comunali, i quali sono sempre più restii alla costruzione di nuovi impianti, anche – e soprattutto –, per un discorso legato all’urbanizzazione.
Spesso si nascondono dietro il capro espiatorio della storia di uno stadio, e cioè che la loro contrarietà sia conseguenza della loro importanza diacronica.

Per quanto sia essenziale la spina culturale di un impianto sportivo, ai giorni d’oggi, il termine innovazione è l’antidoto giusto anche per colmare quel gap concorrenziale con gli altri paesi (Inghilterra in primis).
Inoltre, si aggiunge anche il nuovo timore dei Presidenti, preoccupati dal discorso pandemia e di quanto possa essere numeroso il ritorno agli stadi.

Ai posteri l’ardua sentenza.

Siamo il campionato più bello del mondo?

Alcune caratteristiche le abbiamo lette qui sopra: fine di un monopolio, un rilanciato progetto giovani, maggiore competitività, esterofilia da parte di imprenditori d’oltreoceano, nuovi campioni. Insomma, la Serie A ha indubbiamente aumentato il suo valore, anche se rimane decisamente indietro per quanto concerne il valore commerciale dei broadcaster.

Ma come spoilerato nell’introduzione, l’IFFHS ha decretato il nostro campionato come il più bello al mondo, mettendo alle spalle tutti gli altri campionati europei.
I metodi di giudizio sono altri (14 punti vengono assegnati in base alle partite vinte in Champions – e 4 punti per il rispettivo campionato), ma comunque significativi per rivedere un titolo rimasto ancora al 2006.

Siamo lontani dal quindicennio ’91-‘06, dove l’IFFHS ci decretò vincitori per dieci volte, ma comunque il percorso intrapreso non è passato inosservato.

Idee, nuovi laboratori tattici, innovazione, la Serie A, potrebbe ritornate ai massimi livelli.

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