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Barcellona-PSG: 6-1. La Remuntada

Ci sono partite che ti restano negli occhi. Spesso sono quelle che riguardano la tua squadra del cuore. La “tua” Nazionale che si aggiudica una finale grazie ad un cuore grande così, che magari una finale la vince. Oppure i “tuoi” colori che si apprestano ad agguantare un tricolore o che si fanno strada in Europa vivendo notti magiche.
Eppure per noi appassionati di calcio, sfegatati, non si riduce tutto nel sentimento privato che ci lega ad un undici. Il nostro attaccamento al pallone è qualcosa di più trascendentale, e proprio per questo non ha confini territoriali, né puramente affettivi. La connessione con il gioco è un richiamo, e una ricerca della sua bellezza e crudeltà in ogni sua forma o vissuto.

Non c’è altro che possa spiegare emozioni spese e provate per compagini così lontane da noi, per giocatori “estranei”, per vantaggi, che, in effetti, non saranno mai nostri.
È così, solo così, che tra i nostri ricordi più belli legati al calcio, possiamo annoverare di tutto e di più.
Vi porto l’esempio di un mio amico, tifossissimo della Roma, alla domanda “qual’è la partita che ti ha emozionato di più in assoluto?”, ha sorvolato su qualsiasi derby della Capitale e magia del “Capitano”, l’unico, e senza esitazioni ha risposto “O jogo do século”. Un Santos-Flamengo andato in scena il 27 luglio 2011, seguito in una piazzola di un camping a Nettuno.

Non sarò così estremista ma ci sono 90’ minuti che anche io, forse come tanti, non posso dimenticare. Era l’8 marzo 2017, la festa della donna qui in Italia. Vivevo a Milano, a quei tempi, e dopo una giornata di lavoro estenuante avevo solo voglia di cenare, guardare qualcosa in tv e poi dormire. Ma cosa guardare? Una serie? Un film? O la partita di Champions tra Barça-Psg? Sembravo non avere scelta. Eppure i francesi, all’andata, avevano già demolito gli spagnoli (4-0). Che partita sarebbe stata? Noiosa.
Erano giorni che dalla Catalogna si alzava un solo urlo: “Remuntada”. Ma chi ci credeva? Io non di certo, però, “vabbè dai, vediamo che succede”.

Barcelona-PSG: 6-1

Alle 20:45 Deniz Aytekin fischia l’inizio al Camp Nou. Lo stadio è gremito, secondo i dati ufficiali i tifosi presenti sono 96 mila. Roba che ai tempi del Covid fa impallidire.
Il Barcellona di Luis Enrique, che tutti danno per finito, schiera ter Stegen, Mascherano, Piqué, Umtiti, Busquets, Rakitić, Iniesta, Messi, Rafinha, Luis Suarez e Neymar.
Emery risponde con Trapp, Meunier, Marquinhos, Thiago Silva, Kurzawa, Rabiot, Matuidi, Lucas, Verratti, Draxler e Cavani.

Passano tre, solo tre minuti, e il Pistolero Suarez sfrutta una ballata della difesa avversaria per fare 1 a 0. Un gol nei primi di gioco è sempre bello da vedere, ma la montagna da scalare per i blaugrana ha le fattezze del K2. Ne dovrebbero fare ancora 3 per agguantare i supplementari. Di fronte, poi, non c’è l’Amiens. Con tutto il rispetto per l’Amiens.

Il Psg fa quadrato e tiene botta, Neymar va vicino ad un gol da cineteca. I padroni di casa producono il massimo sforzo. Tu li guardi e capisci che ci credono. Saranno matti. O sarai matto tu a non metterci un centesimo su quel, che gli inglesi, chiamano comeback. Il raddoppio arriva al 40esimo. Prima dell’intervallo, Iniesta entra in aerea come Houdini e Kurzawa per fermare un pallone diretto a Rafinha maldestramente la mette nella propria porta. Si va negli spogliatoi. Meraviglia che nei francesi avverti già la paura.

La paura ti frega sempre, soprattutto se la lasci covare per quindici minuti dentro te. Si rientra in campo. Passano cinque minuti dalla ripresa e sull’esterno Iniesta vede uno spazio per Neymar, lo serve, Meunier terrorizzato non riesce nemmeno a corrergli dietro e cade, travolgendo il brasiliano. Rigore. Dagli undici metri ci va Messi e lì, io, come qualsiasi altro spettatore, ho capito che al Barça adesso restava solo una rete per completare la rimonta. Messi fa 3 a 0. Il Camp Nou è un Colosseo. I blaugrana gladiatori. I parigini povere vittime sacrificali, consce della loro fine ma non per questo arrendevoli.

Gli spagnoli guardano solo alla porta, avversaria, senza pensare molto alla difesa della propria, sono come posseduti dalla ricerca della vittoria. Meunier prova ad approfittarne e farsi perdonare, sgroppa sulla fascia, supera Neymar, in quell’occasione terzino, alla Neymar, ovvero con un sombrero, e cerca Cavani. Il Matador anticipa di mestiere Mascherano e centra il palo. Nulla da fare. Passano pochi minuti e al 62esimo è Kurzawa a prendersi una parziale redenzione, svetta in aerea e fa la sponda per l’uruguyano che questa volta non se lo lascia dire due volte. Piazzato di Edinson: 3 a 1.
Da spettatore pensi “che peccato!”. Che peccato perché tutti gli sforzi del Barça sembrano ormai vani, ci sarebbe bisogno di 3 gol per passare e restano solo 30’ minuti.
Anche il corpo dei ragazzi in campo ti restituisce ciò che si sta consumando. Ai francesi è tornato il sorriso, i blaugrana sembrano in lutto.

Tutti in lutto, tranne uno: Neymar. Neymar, per dirla alla Rocky, ha gli occhi della tigre. E di una tigre non puoi mai fidarti.
Il tempo scorre, Cavani ha l’opportunità di fare il secondo ma ter Stegen non è d’accordo. Si arriva all’87esimo, in pratica è finita. Però, c’è punizione per il Barça dai 25 metri. La posizione è defilata, molto defilata. Sul pallone ci va la tigre e graffia. Neymar calcia alla perfezione, la mette sotto all’incrocio, Trapp nemmeno si butta. È 4 a 1.

I parigini tremano ma è finita o no? “Arbitro fischia!”. “Arbitro fischia!”, affermazione dal tono che come un climax va dalla spavalderia all’implorazione. “Arbitro, per favore, fischia!”. “E dai, fischia”.

In effetti ci saremmo quasi, è il 90esimo, o giu di lì. L’arbitro fischia per davvero, ma per fallo in area di Marquinhos su Suarez: rigore! C’è o non c’è quel rigore? La sensazione è che il Pistolero si è buttato. Ma la Var non l’hanno ancora inventata, o almeno non la utilizzano. Quindi se arbitro fischia, rigore è, Boskov semi-dixit.
“Adesso Messi segna ancora”, pensi da casa. “Adesso Messi segna ancora” pensano i tifosi al Camp Nou. Peccato che non ci va Messi sul dischetto. Se la tigre ha fame, mangia. E allora, dagli undici metri si presenta Neymar. Azzanna: 5 a 1.
Ne manca uno, manca solo un gol al Barcellona per scrivere una delle pagine più belle della storia del calcio contemporaneo.
“Cosa stavo per perdermi!” dico tra me e me.

Deniz Aytekin assegna cinque minuti di recupero. Il PSG è nel panico, sembrano dei bambini contro undici mostri e i genitori se la sono data a gambe levate. Si rannicchiano, chiudono gli occhi e sperano di non essere mangiati. L’innocenza dei bambini spesso viene premiata, ma non è questo il caso. Si arriva al 94esimo, i mostri sono ancora lì, però a pensarci tra un minuto sarà finita. Si, ma se non l’hanno capito ancora, presto capiranno che a decidere come finirà sarà Neymar.
Il brasiliano prende palla al centro del campo guarda la porta, sembra prendere in giro Verratti, vede Sergi Roberto in aria di rigore e scucchiaia. È un pallonetto delicatissimo quello che mette lo spagnolo, entrato al 76esimo al posto di Rafinha, in condizione di buttare la calce al match: 6 a 1.
Barça ai quarti, PSG a casa.

È stata un notte pazzesca. È successo l’inimmaginabile. Neymar ha coronato tutte le nostre aspettative su di lui. Il calcio ancora una volta ha tenuto a spiegarci perché non possiamo farne a meno. 

E pensare che volevo guardare una serie.

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