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Aspettando la “Rodmanizzazione” di Julian Brandt

Il calcio è un insieme di fattori, è l’unione di testa e gambe, e se ti privi di una di esse sprofondi. Dalle gambe nasce l’idea di gioco e la tecnica, ma il tutto è condotto dall’aspetto mentale. Tante volte è la fiducia a dettare legge in questo sottilissimo legame, perché la singola giocata va pensata e poi palesata.
Nel calcio moderno si lavora sempre di più a stretto contatto con psicologi e head manager che hanno il compito fondamentale di aiutare i giocatori in un mondo del professionismo fatto di calendari ricchi di eventi e dunque di pressioni, da parte di tifosi, media e social.

Julian Brandt impressiona il grande pubblico

In particolare mi ha colpito un giocatore, Julian Brandt, che da subito mi ha suscitato un assurdo parallelismo con il primo Dennis Rodman, personaggio spregiudicato tanto quanto pronto prima a giocare per altri che per sé stesso.
Lo vidi per la prima volta ai Mondiali del 2018, subentrato nel secondo tempo nell’epocale 0-1 del Messico contro la Germania. Fisico esile, una folta chioma bionda. Per lui mezz’ora di gara per ribaltare un esito scottante. Non sapevo nemmeno chi fosse e lo cercai su Google, mi informai rapidamente su di lui. Joachim Loew gli aveva preferito Leroy Sanè nello stilare le convocazioni. Sinceramente, a guardarlo, non me ne capacitavo.

Poi tornai sulla partita. Il Messico ad impostare, superiore. Strabuzzai gli occhi al primo pallone di Julian, uno stop di prima pazzesco nella propria metà campo. Capì cosa c’era nelle corde di quel ragazzo di casa Leverkusen: la giocata sempre, ma non sempre forzata, anzi spesso per timore smorzata in appoggio ad un compagno vicino.

Bagaglio tecnico smisurato al servizio degli altri

In quei trenta minuti, estrapola il meglio dal repertorio: un infinito bagaglio tecnico, aperto ad intermittenza. Julian gioca per la squadra e inventa traiettorie magistrali sulla trequarti, ma si offusca. Gli manca il centesimo per fare l’euro, verrebbe da dire.
Ha spregiudicatezza nell’attaccare lo spazio, la personalità di proporsi e oltrepassare il limite fisico tra il comune mortale ed il campione. Ma non vuole farsi ricordare, quanto più compiere la logica più immediata, essere lì per gli altri al costo di eclissarsi.

L’impressione è di vederlo rischiare solo quando libero da pensieri e critiche, a testimoniare una carriera ondivaga, tra exploit e nuove discese.
Quel giorno, però, contro il Messico, era il vero Brandt. Privo di velleità, consapevole di non essere l’artefice della sconfitta.
All 80’ prende palla, dribbla due avversari e calcia verso la porta, nel congiungersi dell’apoteosi tecnica per una progressione di 20 metri palla al piede. La sua prima versione, ancora semi sconosciuta e perciò la più naturale e selvaggia. Arrivato all’limite dell’area di rigore lascia partire un missile, una conclusione stilisticamente invidiabile, che si stampa sul palo. E’ il primo tiro della Mannschaft.

Julian continua ad insistere ed è protagonista del forcing finale. Protagonista, è un termine che gli ha sempre pesato. Lo definirei più un gregario, un uomo che si sacrifica per il collettivo in ambo le fasi. Però ad un diamante grezzo come il suo, il ruolo da leader non è mai andato giù. Un carattere più introverso, non da “ titoloni” e prime pagine. Un Dennis Rodman dei nostri giorni, buono prima, belva poi.

Diamante per ammiratori

In patria lo stimano perché da anni erano alla ricerca di un talento simile, capace di ricoprire più ruoli (trequartista, mezzala) e abbinare qualità ed abnegazione.

Gli è mancato sempre il quid e l’audacia per sbocciare davvero, prendendo il volo e andandosi a prendere la responsabilità di forzare all’interno della sfida. Per questo non si è mai preso la scena, ma ha dimostrato a corrente alternata, di essere capace di decidere. Può incidere, riesce a tenere la sfera con semplicità inaudita. Riesce a dribblare a occhi chiusi, a prendere il velocità da fermo.

Resta il problema delle pressioni. Dennis Rodman era ai Detroit Pistons l’uomo degli assit e dei rimbalzi. Un profilo poco montato, arrivato a livelli elevatissimi grazie al duro lavoro, proprio come Julian. Ma proprio come Julian soffriva le critiche. Fino a quando ha deciso di mutare la propria personalità e intraprendere la strada dei vincenti, a costo di perdere ammiratori. Oggi lo ricordiamo sempre come un mito, un vincente ribelle. Lui, che all’inizio non voleva infierire si è poi trasformato in una belva. Al classe ’96 tedesco questo step forse fa paura.

Il campione triste mangiato dal calcio

Ha un carattere fragile Brandt, senza l’appoggio della tifoseria, si abbatte. È ancora in balia dei suoi dubbi, è un calciatore più umano di altri: un tema questo trattato in precedenza, parlando di Simone Scuffet.
Il calcio è uno sport beffardo, talvolta infame, che non perdona. Il calcio non aspetta, prosegue inesorabile come il simbolo della società e del giornalismo, quello da tutto e subito, quello da proclami che sono azzardo o sentenza ingiustificata. E’ facile essere complice di un sistema che non accetta il tutto. Esso è l’insieme del tifoso più esigente, quello medio, della stampa, dei dirigenti. Corre, eccome se galoppa il calcio. E’ un passo felino e forse simboleggia più che mai la società.

La sfida Borussia Dortmund

Il momento catartico per Brandt sta proprio nell’attimo più atteso per un carattere di norma estroso e capace di confrontarsi a ranghi ancora maggiori.
Lo chiama il Dortmund, estate del 2019. E’ uno dei più grandi talenti della Bundesliga ed è riuscito nell’impresa di portare il Leverkusen in Champions League. Ha appena concluso un capitolo glorioso con le Aspirine. Questo pare essere solo l’ inizio e non la conclusione dei tempi di una gioventù rimpianta.

Chiude la prima esperienza della sua carriera con 165 presenze e 34 goal, in una piazza dove le pressioni sono minori. E’ il jolly che fornisce assist, regolarmente in doppia cifra in tal senso.
I gialloneri rappresenterebbero per i più l’apoteosi, un occasione per estrarre il meglio. Per Julian però il tutto coincide con ansia e paura di deludere un ambiente particolarmente caldo.
Nella sua Leverkusen aveva trovato il trono sul quale essere re, bilanciando un aspetto mentale che non entrava in primo piano, essendo in grado di rendere al di sopra delle più timide aspettative. Era per lui il giardino di casa, la sua zona di comfort. All’esordio con il Dortmund trova il goal, sotto al muro giallo, ma non è l’inizio della storia che le persone si aspettano.

L’eclissi giallonera

E’ l’apice, una sola presunta luce verso l’avvenire, che si profila vincente. Da quel momento però la continuità svanisce, la possibilità di elevare il proprio talento lo blocca. Non è un fattore di doti, ma mentale. Sparisce quasi dai radar, finendo relegato in panchina. Gli manca la freddezza sotto porta, la rapidità della decisione, la prontezza nella scelta e la cattiveria, quasi avesse paura di ferire l’avversario, di mostrarsi, dicasi cattiveria agonistica.

La sua versione primordiale è al momento svanita, in attesa di ritrovarsi. Al momento è una seconda scelta nelle rotazioni di Terzic. Potrebbe essere questo lo stimolo per ripartire? Difficile rispondere per noi, per lui no. Julian, è un campione di vetro, bello esteticamente ma in procinto di rompersi facilmente. Facile, come i suoi gesti, che avevano conquistato gli appassionati della Bundesliga, compreso me. Avevano folgorato Watzke e la dirigenza giallonera. Gesti che si spera di riassaporare con il pubblico, sotto quel muro che ne proclamò le doti al debutto o altrove. Che queste parole speranzose costituiscano uno stimolo, quello che Brandt ha perso, che faccia come Dennis Rodman, anche lui fragile, anche lui sul procinto di spezzarsi, fin quando non ha deciso di spezzare gli altri.

La sua gemma potrà tornare a risplendere. 

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