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Super League, super Bluff

Abbiamo sbagliato. Ha sbagliato chiunque, come la persona che batte su questa tastiera, con estrema leggerezza ha concesso il beneficio del dubbio a chi nel corso di questi anni è rimasto in vita soltanto grazie al beneficio del debito. L’errore è stato considerare i club secessionisti e fondatori della Super League ancora capaci di una visione, dotati di un management consapevole, in controtendenza rispetto al se stesso miope e inadeguato dell’ultimo ventennio di calcio.

La cruda verità è che a guidare lo sport che amiamo non è la conoscenza manageriale, la quale non può albergare in capi d’azienda improvvisati. E la valutazione dei protagonisti in causa dovrebbe, come nella classica vita professionale, essere sempre correlata ai risultati. Non coppe, né titoli, ma club sull’orlo del fallimento, previsioni errate sul deficit verso il quale è diretto il movimento.

Il calcio del futuro non è arrivato

È per questo che il calcio del futuro non è arrivato. La Super League è durata meno di un gruppo Whatsapp nato con l’intento di racimolare il budget per un regalo di compleanno. La chat si è riempita ben presto di notifiche d’abbandono che certificavano l’uscita delle inglesi. Dentro son rimasti gli “amministratori”, soli e tristi, probabilmente, come Pablo Escobar sull’altalena nel famoso meme che conosciamo un po’ tutti.

Il progetto che avrebbe dovuto cambiare il calcio ha avuto l’amaro ciclo di vita di una farfalla: uovo, bruco, crisalide, adulto, morte. Dall’embrione alla bellezza, dalla bellezza all’inconsapevole convinzione che si possa passare eternamente il tempo a succhiare tutti i fiori del mondo, prima di accorgersi di essere già alla fine, vittima della ragion di natura (di Stato, nel caso specifico).
Ma se l’insetto arriva al suo destino con innocenza, dirigenti di alto lignaggio ci arrivano con colpa.

Il peso dell’asse franco-tedesco

Una colpa originaria e imbarazzante, quella di essere fulgidi rappresentanti di case le cui stessa mura tra i calcinacci conservano alcuni dei fondamenti della storia: il rapporto causa-effetto e il peso dell’asse franco-tedesco.

Avevamo scritto che la voce grossa della UEFA e della FIFA per le 12 separatiste suonava come un “ti licenzio” del boss, quando in realtà ti sei già dimesso, come conseguenza può avere solo eco. Non ci immaginavamo, però, che i dimissionari in questione non avessero calcolato di dover fare i conti con le mogli a casa, prima di dedicarsi anima e corpo alla geniale idea che avrebbe cambiato le loro vite.
In questo caso le spose sono state Francia e Germania, appoggiate dalle sorelle Inghilterra e Italia.

Sono bastate 48 ore alla Merkel e a Macron per far naufragare “l’approccio a una nuova libertà garantita dai trattati dell’Unione europea” auspicato da Andrea Agnelli. Il rampollo che più di tutti, più di Florentino Perez, delle proprietà americane e arabe, avrebbe dovuto sapere che in quell’Unione Europea nemmeno si respira se Galli e Alemanni non vogliono. Il fatto stesso che francesi e tedesche non avessero risposto presente all’invito meritava una considerazione più ampia sulle possibilità di manovra.

Si dice che con la diplomazia puoi fare molto, ma con diplomazia e forza puoi fare molto di più. E già cosa nota, infatti, e trapela negli ambienti governativi, tra le righe dei più informati, che i messaggi pervenuti a Torino da Parigi via Stellantis sono stati molto chiari e convincenti.
A Londra è bastato ricordare che la Brexit non ha ripercussioni sul football sino a che il football resta al servizio dei sudditi, altrimenti anch’esso è destinato ad un esilio di shakespeariana memoria.

Il grande bluff

È cosi che, cinematograficamente parlando, la grande fuga di quella sporca dozzina ha assunto i contorni del grande bluff. La Super League ha avuto solo il tempo di allestire il set ma neanche quello necessario a girare un episodio pilota, è morta sul nascere, ha perso.

Ma la vittoria non è di tutti, non è del popolo, non è del calcio, lo è la sconfitta. La Super League non era la soluzione ideale, così come non lo è la stasi. Il calcio che amiamo non esce migliore da tutto questo, resta intrappolato comunque in un sistema che rischia di ucciderlo, se non impara dai propri errori.

Un flop non ha il poter di far scomparire problemi finanziari e industriali atavici, non lo avrà se a questa bolla non seguiranno piani per la riduzione dei costi, nuovi format e concezioni delle fidelizzazione lontane dal becero campanilismo.

Il futuro non è romantico

Ciò che adesso ci aspetta è un terremoto che farà tremare le sedie dei principali colpevoli di un golpe mancato, e successivamente tavoli aperti in cui si discuterà la rivoluzione di Champions ed Europa League, così come il ruolo delle società, alle quali per forza di cose dovrà essere chiarita l’esistenza di una linea rossa, di limiti invalicabili. Se ciò non accadrà il vento ora placato ritornerà da un diverso punto cardinale.

Per adesso ci accontentiamo del naufragio di quello che l’opinione pubblica ha definito un piano criminale. Ci piacerebbe pensare che alla deriva è stato spinto da quella stessa opinione pubblica, dalle tifoserie ribelli, ma l’impressione è che i tifosi restino soltanto dei clienti.

Guai a pensare che l’etica ha vinto sul profitto e sugli interessi, sarebbe da ciechi. Semplicemente l’interesse delle secessioniste è stato sopraffatto da interessi molto più grandi.
Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è uomo morto. 

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