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PSG-Manchester City: è la squadra che sposta gli equilibri

Il Manchester City surclassa il Psg e vola meritatamente in finale di Champions League, dopo averla inseguita a lungo. Ma cosa ha reso la strada agevole ai Citizens? Andiamo ad osservare le chiavi della debacle francese e della superiorità degli uomini di Guardiola.

La dipendenza dal campione

La rilevanza dell’assenza di Mbappè (almeno nella seconda parte della sfida) sta nel suo accentramento compulsivo nel ruolo non ben definito di colui che crea occasioni. L’abitudine di poter contare esclusivamente sulle fiammate del proprio fuoriclasse (dei propri fuoriclasse in generale) è benevola quanto ribelle se costui (costoro) è assente.
No Mbappè, no party? Esattamente. Ma questo gioco potrebbe per i francesi ripetersi anche con altri nomi, uno a caso Neymar. Il Psg si è definito maturo da solo o ha tratto profitto da qualche proclamo generalizzato, in verità la sentenza dopo la Champions 2020 resta ancora attualissima: i parigini squadra nel senso stretto non lo sono ancora, nonostante Pochettino, e qualsiasi piano tattico provino ad abbozzare si annichilisce in mancanza di overperformance dei singoli.

Fatto sta che una finale non puoi conquistartela con reazioni vili da squadra in astinenza dei propri fenomeni.

La gara d’andata: primi segnali d’allarme

Il gioco assente della ripresa è lo specchio dei parigini, bocciati su tutti i fronti. La gara d’andata poteva suonare come un campanello d’allarme di un’assente gestione psicologica, complici errori banali a discapito di un avversario più cinico che solido nei primi 90’ minuti.
Occasioni a ripetizione, cosi come la riproduzione di schematiche interessanti. Il dominio dei padroni di casa è durato un tempo, con tanto di goal del vantaggio: che alla fine si è rivelato soltanto utile ad alleggerire il passivo totale.

Il rammarico di non aver sfruttato le potenziali occasioni tra ottime parate di Ederson, portiere moderno con i piedi e con le mani, e di aver sprecato da pochi passi si è ripercosso a lungo termine.
Guardiola, maestro di calcio criticato con poca lungimiranza per le difficoltà in Champions nelle stagioni orsono, ha reagito. Ha approcciato la gara del Parc Des Princes arroccato nella sua fortezza pronto a sfoggiare le armi del contropiede e lo spirito di squadra.

La svolta

Il piano tattico embrionale è prontamente svanito dinanzi ad un dominio dei transalpini, la cui assenza di un piano di riserva a inciso a lungo andare.
Non appena Pep ha riacquisito il suo stile, o meglio avuto modo di metterlo in pratica, con un giro palla ipnotico, ha da subito spezzato il ritmo del Psg. Alzando il pressing sui portatori avversari, dando loro meno tempo di impostare e gestendo la sfera con una fitta rete di passaggi volta a controllare la contesa, il tecnico iberico ha mutato le sorti dell’incontro.
Il Psg si è abbassato, facendo il gioco degli avversari, cullandosi troppo sugli allori e non riuscendo più ad essere padrone del proprio destino. Destino beffardo, quando, errori collettivi hanno legittimato l’errata gestione dei momenti catartici.

Perché, quando un cross nel nulla di De Bruyne e una punizione appartenente innocua si trasformano in rete, non sei maturo. I demeriti, dunque, superano quegli sprazzi di gioco spumeggiante intravisti ad inizio gara, sporadici e vani alla fine, complici le contromisure del City.
Elevando il baricentro dei Citizens, Pep ha teso la migliore delle trappole ai francesi, che hanno perso anche il nesso psicologico. La perdita della conduzione del pallone ha esposto i francesi a subire, affidandosi solamente a Neymar nella ripresa. In più, ad un esito ribaltato nell’andamento del secondo tempo, incidono come macchia ancor più veemente le nefandezze tattiche.

La legittimazione del City

All’Etihad Stadium è emersa una superiorità imbarazzante, un divario netto in ogni ambito del campo, un affermazione generalista quanto reale. La trappola dei Citizens è il frutto di ciò che è conseguito dagli ultimi 45’ minuti dell’andata, replicato ad anzi elevato ad un livello superiore.

Infatti, oltre al consueto dominio del possesso palla, il Psg non ha creato occasioni nei 90’ minuti. Merito ovviamente dei pochi palloni regalati perché gestiti sapientemente, ma soprattutto dall’assenza di idee. Possesso sterile in mezzo al campo, dove il solo Verratti ha cercato soluzioni alternative. La mano di Pochettino non si è mai palesata, perché lo spartito è sempre stato improntato sulle singole giocate più che su una manovra collettiva, le quali erano bastate, ad esempio, per superare il Bayern.

Il Psg soffre l’equilibrio

Va però rimarcato come i bavaresi poco si siano saputi adattare al catenaccio dei parigini, cercando di impostarla sulle fiammate offensive e non preoccupandosi troppo dell’atteggiamento garibaldino, quasi spavaldo, in fase difensiva. Errori pagati a caro prezzo nonostante il ritorno sia stato approcciato in maniera più compatta. Ecco il punto, la compattezza del Manchester City, alla quale il Psg non si è adattato con sufficienti contromisure ed anzi soffrendo con costanza progressiva sino al novantesimo.

Gli ultimi 20 minuti, simbolo della partita

E’ impressionante la resa finale, venti minuti di genio del City, interrotti dai costanti falli degli ospiti, miracolati nel subire due sole reti. Dal 2-0 lo show è servito tra azioni individuali e splendidamente inventate: magia di rara bellezza e pregevole fattura, è per esempio la conclusione incrociata di Foden, dopo una finta spettacolare ai danni di Kimpembe, screditato dall’intero reparto offensivo inglese.
I falli di nervosismo tra l’andata e il ritorno sono l’emblema di un collettivo a cui manca esperienza nelle situazioni cruciali, e soprattutto capacità di rendersi tale in queste circostanze. Una squadra di talento sparso, mai al servizio della squadra stessa in toto.

La più forte ha vinto

Se la difesa, seppur arrancando ci ha messo una pezza, non c’è stata una collaborazione tra reparti che sola poteva contenere pesi massimi quali De Bruyne, Gundogan e Foden. La disparità in tal senso è parsa evidente per la geometrie trovate: il Manchester City ha in queste opzioni il fulcro del gioco, mentre il Psg cerca subito la profondità, o la giocata orizzontale. Quando si passa in mezzo al campo la squadra risente di qualità e perde in quanto a produttività realizzativa, la quale pende dalle invenzioni del trio in avanti.

Insomma, la sfida tra i paperoni del calcio moderno l’ha dominata il City, il cui progetto è parso interessante nonostante l’ausilio dubbioso del fair play finanziario. Sorvoliamo e limitiamoci a dire che ha vinto la squadra più completa, senza particolari patemi.

Dall’altra parte vi è tanto lavoro da fare per centrare il massimo obiettivo, e nonostante qualche buon segnale, la superiorità dei Blue Moon è stata oggettiva.
Il Psg è progredito in quanto a saggezza, è cresciuto rispetto al passato, ma la maturità agonistica è ancora lontana. Per coglierla servirà saper sfruttare le occasioni e non limitarsi alla composizione di una squadra devastante negli ultimi 25 metri quanto povera altrove, senza piani alternativi e contromisure a chi fa del fattore principale l’equilibrio.

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