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Ci sono vite che capitano e vite da capitano

Esistono vite che capitano e vite da capitano.

Quelle vite noiose, identiche a se stesse, dove ogni giorno è monotono e l’unica cosa che cambia è il numero del calendario. Poi ne esistono altre, in cui emerge il senso di responsabilità, dove ogni parola conta e dove la superficialità non trova posto. Una vita che magari non ti sceglie, perché è capitato di essere il capitano di una squadra. Che non è poi una squadra, ma qualcosa di più. Di molto di più.
I compagni, il mister, lo staff, i tifosi. Tutti fanno affidamento al capitano.

Oggi, però, essere un capitano è un fardello troppo grande. Troppo pesante e oppressivo da sopportare, che quasi si preferisce quella vita. Quella monotona e identica a se stessa. Che se ieri indossare la fascia era motivo d’orgoglio, oggi, è una violenza piscologica.

Una violenza che è conosciuta qui a Roma. Il romanismo, uno stigma, un vanto. Che in passato poteva esserlo ma oggi assume le sembianze di una massa amorfa, che con il passare degli anni, delle scalate nelle gerarchie (dagli allievi fino alle giovanili, dalla Primavera fino alla prima squadra) diventa sempre più consistente e definita. Quella fascia, quella bandiera, che se è sinonimo di sogno da bambino, si tramuta in un incubo quando la si indossa.

Come Florenzi, che dall’oggi al domani si è trovato un macigno al braccio. Screzi con i tifosi, fischi in qualche sua uscita dal campo, striscioni contro e l’appellativo di “trentadenari” per il tribolato rinnovo di contratto. Poi via al Valencia, quando in aeroporto, il giorno della partenza, rispose con una mano alzata ad “ciao Ale” di un giornalista. La trasmissibilità della fascia dopo Totti e De Rossi stringeva troppo. Non circolava più sangue, quel sangue romanista che l’ha sempre contraddistinto. Mancava ossigeno. L’unico modo per rifiatare era fare le valigie.

Adesso Pellegrini sembra vivere la stessa situazione.

Si è trovato capitano dopo la lite Dzeko-Fonseca: da una parte il suo migliore amico (ex-capitano) e dall’altra l’ex allenatore. Un compagno di vita e uno a cui obbedire. Forse questa pesava più di quella di Florenzi. E poi le critiche – più social che di presenza, per ovvi motivi – che hanno spazzato il sogno del romanismo, dell’essere una bandiera, alle inquietudini e alle angosce come se fosse un eterno calcio di rigore. Quella foto postata con Ciro Immobile non è passata inosservata. Maledetti social…

E se poi estendiamo il caso arriviamo ovunque.

Al caso più recente di Donnarumma, che da bandiera possibile del Milan è diventato l’orgoglio di Raiola, accentuando l’imperialismo dei procuratori e lasciando una terra desolata al sentimentalismo. Ma anche allo stesso Insigne, dove il rapporto di amore e odio continua a ripetersi anno dopo anno, come un loop infinito, come un rewatch ad oltranza della stessa serie.

Ma di chi è la colpa in questa specie di colluttazione, dove tifosi e giocatori non riescono più a venirsi incontro?

I primi colpevoli, forse, siamo noi. Noi che scriviamo e parliamo ancora di bandiere.
Quelle che domani ripopoleranno i nostri balconi per l’Europeo, ma quelle che, sul campo, non esistono più. E l’unico modo per ricordarle, forse, è attraverso i ricordi. I ricordi di chi può riviverle, perché per le nuove generazioni non è più così. Ma forse neanche ci sarà più bisogno: i giovani non sono più in cerca delle bandiere, semmai ne abbiano mai sentito parlare.

Noi, i principali colpevoli che viviamo e popoliamo le nostre menti di ricordi. Ricordi di Totti o di De Rossi; di Del Piero o di Buffon; di Maldini o di Zanetti. Dobbiamo smetterla.
Non dobbiamo lamentarci se questo calcio appartiene ad un altro calcio, perché è frutto del tempo. E l’ancoraggio ad un calcio vecchio, statico, conservatore ci farà solo del male. Il calcio di oggi è liquido, dinamico. Dove la bandiera viene trascinata dal vento, ma non è più stabile nella sua asta originaria.

Noi i principali colpevoli, dove, per nasconderci, affibbiamo le colpe ai nuovi.
Ai Pellegrini, ai Florenzi, agli Insigne e ai Donnarumma. Partono con il sogno, poi lo toccano per mano, ma quando lo vivono, si rendono conto che non è più così. Vivono l’ansia da prestazione virtuale, perché ormai i commenti negativi, gli insulti o tutto ciò che al tifoso non va giù, se lo subiscono sui social: nei commenti ai loro post o alle loro storie; ai malumori vomitati per radio; nelle pagelle della carta stampata. E, quindi, per sfogare la nostra frustrazione, ce la prendiamo con loro, pur consapevoli che non saranno mai come chi li ha preceduti.

E anche questo è un altro più grande sbaglio. Fare paragoni.
Restare incollati in quella percezione che tutto dovrà essere come dieci o quindici anni fa. Che Pellegrini non sia come Totti o che Insigne non sia come Maradona. Pellegrini sarà come Pellegrini e Insigne sarà come Insigne. Ma non sarà così, non lo sarà mai.
E chi glielo dice che devono essere come loro? Noi. Il problema siamo sempre noi.

Però, in questa collisione, la responsabilità non è soltanto nostra.

Perché questi giovani peccano anche di coraggio. Scarsa la leadership ma anche quella sorta di blocco nelle interviste. Le parole hanno un peso e, molto spesso, si sente la stessa minestra. Le stesse parole prestampate, l’una spiccicata all’altra. Se solo avessero un po’ più di verve, un po’ più di cazzimma, un po’ più di sfrontatezza, allora ci piacerebbero anche di più.

Come in campo.
Non c’è più uno che urla, che sbraita, che si prende un giallo per aver difeso un compagno. Nulla. Solo silenzio. Qualche applauso di incoraggiamento che poi lo sente soltanto chi lo sta facendo.

E quindi, in questo scontro si prendono a testate due soggetti: noi, figli ancora di una mentalità passatista, dove non accettiamo il cambiamento di questo calcio, o forse facciamo finta di non vederlo, accettando una falsa miopia; dall’altra loro, ereditieri di un calcio nuovo ma che si trovano contro un tifo vecchio, perché quello nuovo abbraccia un’altra dimensione, quella lontana dal pallone.
E, da questa collisione, nessuno ne esce vincitore. Sconfitti noi. Sconfitti loro.

Ci sono vite che capitano e vite da capitano.
Solo che, quelle da capitano, non capitano più.

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